giovedì 23 gennaio 2014

Renzi e gli '88 folli' della palude proporzionale


Mancano ormai pochi mesi al duello finale tra Renzi e Berlusconi. E come in ogni film western (o marziale, fate voi) che si rispetti, i due contendenti si punzecchiano, si incrociano, si incontrano, si parlano, si provocano, si sfidano. E, soprattutto, scelgono insieme le armi per affrontare l’ultima scena mortale. Ciascuno di noi ha in mente un film del genere. Con scena finale d’ordinanza. Come, per esempio, quella del celeberrimo Kill Bill di Tarantino. Lì, i due sfidanti - Beatrix Kiddo, la ‘Sposa’, interpretata da Uma Thurman, e, appunto, Bill, interpretato da David Carradine – si cercano per tutta la durata del film e, alla fine, conversano a lungo prima di affrontarsi nell’improvviso e fulmineo duello finale.

La politica italiana, impostata su partiti burocratici e oligarchici, rifiuta da sempre questo schema binario costruito intorno ai leader. Uno schema che è, viceversa, il più diffuso nelle democrazie occidentali, pur con varie gradazioni. Il Porcellum è servito anche a questo: mettere fine al tentativo bipolare di una democrazia matura. Non ha impedito ai cittadini soltanto la scelta del singolo candidato. Ha fatto peggio: ha impedito loro la possibilità di scegliere un governo efficace e responsabile, ha reso il sistema politico-istituzionale incapace di decidere, annegando il paese nella palude delle larghe intese.

venerdì 1 novembre 2013

Renzi e le frecce (spuntate) di Freccero


Tocca a Carlo Freccero, questa settimana, interpretare il duplice ruolo di custode dell’identità (presunta) della sinistra e di castigatore del sindaco di Firenze. Prima nel corso di Piazza pulita, poi con un editoriale sul Manifesto, l’autore e manager televisivo mette in fila le classiche trite tesi per distruggere l’eretico bimbaccio (talmente trite che nemmeno sente la responsabilità di spiegarle). Peraltro, in aperta contraddizione tra loro (per esempio, Renzi sarebbe allo stesso tempo berlusconiano, democristiano e “americano”). Così, criticare le cinque tesi di Freccero vuol dire, di fatto, criticare la posizione di quella sinistra dogmatica che oggi si sente minacciata dall’onda della Leopolda.   

1 - Renzi è il nuovo Berlusconi
I motivi? Sono tre: continuità di programmi e contenuti, comunicazione senza contenuti, linguaggio generalista e inclusivo. Si tratta di argomenti infondati.
Intanto, la capacità di avere un linguaggio inclusivo non è un macchia, bensì un pregio per un leader che deve avere la capacità di conquistare la fiducia e le preferenze dei cittadini: per chi immagina di rivolgersi soltanto ai fedeli della propria parrocchia questo ovviamente è un problema.
Quanto alla comunicazione è veramente ardito rinvenire continuità tra l’impero economico-mediatico di un tycoon che ha corrotto e acquistato tutto ciò che si trovava davanti (compresi i magistrati) e un bimbaccio che ha commesso tutt’al più il tremendo peccato di aver partecipato in gioventù alla… Ruota della fortuna (questa sì che è continuità!).
E i contenuti? Da una parte, c’è un ventennio costruito sulla finta guerra antipolitica, sull’immobilismo, sulla difesa delle corporazioni e sul colbertismo economico. Questo ventennio ha prodotto l’ulteriore aumento della spesa pubblica e del debito pubblico facendo dell’Italia il paese più impreparato di fronte alla crisi. Dall’altra, un giovane amministratore che vuole ridare fiducia alla politica – forse la cosa più di sinistra di questi tempi, ha notato nel suo blog su L'Espresso, Marco Damilano – e, allo stesso tempo, ha fondato tutta la sua vicenda sulla rottamazione, espressione rozza certo, ma che esprime quella radicale domanda di trasformazione e di ricambio (anche generazionale) che in Italia è ormai “il” tema per eccellenza: basterebbe chiederlo alle imprese che muoiono ogni giorno, abbandonate o vessate dallo stato che le dovrebbe mettere in condizione di lavorare o ai giovani disoccupati italiani che oggi rappresentano il 40 per cento della popolazione giovanile potenzialmente attiva, una cifra semplicemente pazzesca per un paese che sta ancora tra le 10 economie più importanti del pianeta.
La domanda di Freccero - “con Renzi finisce il berlusconismo?” – in verità andrebbe formulata diversamente. Semplicemente, in questo momento di crisi del berlusconismo, la sinistra può cogliere l’occasione giusta per quella evoluzione che avrebbe dovuto già realizzare con la fine dei blocchi e della Prima Repubblica. E che ha rimandato di venti anni a causa dell’apparizione del Cavaliere. Con la decadenza di Berlusconi ha finalmente l’occasione per farlo. E Renzi rappresenta proprio quell’ulivismo che le oligarchie sono riuscite finora a boicottare.

2 - Renzi è un sempliciotto ma i problemi sono complessi
Il “benaltrismo” è uno dei tic più tipici della sinistra classica. Appena qualcuno pensa di poter affrontare e risolvere un problema con soluzioni chiare ed efficaci suona l’allarme. Anche grazie a questo tic abbiamo l’amministrazione pubblica più inefficace e improduttiva del mondo occidentale, la classe dirigente più vischiosa e inutile, le istituzioni perennemente incapaci di decidere. In compenso abbondiamo di consulenti e consiglieri del principe, di intellettuali organici e di complemento, di gente incapace di risolvere problemi ma abilissima nel moltiplicarli, di professionisti del piagnisteo del tutto disinteressati dalla ricerca delle soluzioni. Plotoni di politicanti e intellettuali inutili che fanno mille convegni contro il liberismo selvaggio e la globalizzazione perché così è sempre colpa di qualche nemico esterno e la coscienza è salva. Ecco, del Freccero diffuso che vive nel corpo della sinistra italiana proprio non se ne può più. E Renzi ha solo la responsabilità, ad oggi, di averlo capito benissimo.

3 - Renzi non è di sinistra
Il sofisma di Freccero è “perfetto” (quasi come il delitto): “Renzi dice che se la sinistra non cambia è di destra. Ma se la sinistra cambia diventa destra”. Chi ha ascoltato o letto le parole del sindaco di Firenze può trovare una spiegazione più seria e meno rocambolesca. Non sono in discussione i valori e i principi, ma il modo in cui questi devono essere realizzati in questo tempo e gli strumenti adatti per farlo. Non è detto, per esempio, che in questa fase storica possa essere utile un’economia pianificata dallo Stato, né un illimitato aumento della spesa pubblica e della tassazione: chi la pensa così sarà anche di sinistra, ma è fuori dalla storia e dalla realtà e contribuisce a impoverire ulteriormente proprio quelli che vorrebbe aiutare. Continuare a pensare che le imprese siano ancora il nemico quando è grazie all’azione di piccoli e grandi imprenditori che la vita è migliorata per tutti, anche per i più poveri, è follia. Pensare che la meritocrazia non sia una cosa di sinistra significa tra le altre cose, per esempio, continuare a condannare i nostri giovani ad essere i meno preparati d’Europa. Questa devastazione, purtroppo, non è solo responsabilità del berlusconismo, ma anche della sinistra conservatrice. Gli esempi potrebbero continuare. E confermerebbero che l’argomento di Freccero è capzioso, il solito frutto di uno schema dogmatico.

4 - Renzi è l’erede della Democrazia cristiana
Pensiamo a Freccero e riusciamo a immaginare che cosa significhi per lui la Democrazia cristiana: la politica dei sussurri e delle allusioni, delle eterne e ripetitive liturgie parlamentari, dell’eterno rinvio di decisioni divisive, della perenne ricomposizione di equilibri e compromessi. E tutto questo sarebbe Renzi? E come fa tutto ciò a conciliarsi con l’eredità del berlusconismo? No, davvero, non si può andare oltre: viene proprio da ridere di fronte alla complessità di queste analisi.  

5 - Renzi vuole fare l’amerikano
Infine, dice Freccero, la Leopolda ricorda le presidenziali americane. E allora? Qui siamo proprio nel campo dei tabù: non si vede perché debba sconvolgere tanto il fatto di ispirarsi ad una democrazia – quella americana – che è tra le più antiche e solide del mondo, capace di garantire da sempre l’alternanza e l’efficacia dei governi. Dovrebbe sapere, poi, Freccero, che la tecnica dei tavoli rotondi tematici è uno sperimentato metodo di partecipazione adottato normalmente nelle consultazioni europee e internazionali: basta frequentare una qualsiasi assemblea organizzata da una ong o dalle istituzioni comunitarie. Infine, la classica critica al ‘fare’. Ennesimo tic di una intelligencija verbosa, da sempre disinteressata ai risultati concreti per i cittadini e affezionata solo ai proclami.


Per concludere: è giusto criticare Renzi, sia come sindaco sia come candidato. Anzi, il bimbaccio sarà sempre più criticabile man mano che cresceranno la sua esposizione e le sue responsabilità. Ma la critica fatta soltanto sulla base di pregiudizi antropologici e ideologici non aiuterà nessuno, tranne quelli che vogliono congelare il paese e la sinistra per altri vent’anni.


@vittorioferla

martedì 9 aprile 2013

Renzi al Pd: basta col disprezzo per gli italiani

L’intervista di Aldo Cazzullo a Matteo Renzi - Corriere della Sera di giovedì scorso - ha fatto deflagrare definitivamente il conflitto interno al Partito democratico. E aiuta a capire molto della filosofia del sindaco di Firenze. La wordcloud elaborata da Voleteilmiovoto lancia diverse parole chiave utili a questo fine.



La prima emergenza è il “tempo” (purtroppo legato alla “politica”).
Più volte Renzi lancia la bomba: “E la politica perde tempo. (…) Ma questo alimenta l'antipolitica”, “qui invece si punta a prendere tempo”, “qui si sta facendo melina”. Insomma, bisogna “smettere di fare melina”: Renzi chiede di rendere “utile questo tempo”. La responsabilità è della politica alla quale si chiede uno scatto d’orgoglio: “Rivendico il diritto alla dignità della politica, che è una cosa seria”. In verità, non si tratta di una banale lamentazione. E sarebbe riduttivo piegarla ad una mera faida di partito. Da queste parole sembra emergere qualcosa di più: la consapevolezza che il blocco della politica è esattamente il motivo per cui il paese è fermo, sia sul piano della crescita economica che dello sviluppo sociale.

giovedì 28 marzo 2013

Silvio c'è. Bersani non può più fingere di non vederlo

Ormai chiuse le consultazioni per il nuovo Governo. Fin dall’inizio di questa fase, Pierluigi Bersani ha detto no ad accordi con il Pdl, sostenuto da tutto il suo partito (almeno ufficialmente).



Ma la manifestazione di sabato scorso, 23 marzo 2013, in Piazza del Popolo a Roma è servita per lanciare un messaggio chiaro: Silvio c’è. Leggiamo, allora nelle pieghe del discorso del leader (con la wordcloud di Voleteilmiovoto).

L’appello al popolo – un classico del discorso berlusconiano – la fa da padrone. Il mainstream del comizio si coglie nelle parole “popolo”, “Italia”, “italiani”, “paese”, “insieme”. Il popolo per Berlusconi è da sempre il richiamo ad un rapporto organico e diretto con il leader. Il popolo è quello italiano, ma è anche quello delle libertà. Il richiamo costante e sistematico al popolo è la ragione per cui il soggetto politico guidato da Berlusconi viene assegnato alla famiglia dei populismi. Ma non è questo il punto. Il richiamo di sabato scorso al popolo, all’Italia, al paese, stavolta, non pare soltanto il classico schema per galvanizzare le truppe. Pare piuttosto un messaggio a chi ha in mano – almeno per ora - il pallino della formazione del governo. Il messaggio è: noi siamo il “partito italiano” (quello che si diceva della Democrazia cristiana). Qualsiasi cosa si faccia senza di noi, si fa escludendo il popolo italiano.

lunedì 25 marzo 2013

I due programmi di Bersani: "Todo cambia"



Pre-incarico a Bersani, dunque. Arrivato al giudizio elettorale con un programma in 10 punti. E punito dagli elettori. Costretto a riaggiustare il tiro subito dopo il voto, presentando 8 punti nella speranza di convincere Grillo.
Vediamo le differenze alla luce delle word cloud elaborate da Voleteilmiovoto.



Nella prima versione del programma di Bersani il mainstream è dato dalle parole “Europa”, “Italia”, “Paese”, “tutti”, “insieme”. Un ancoraggio forte alla dimensione nazionale, a sua volta incastonata nella dimensione europea. Un richiamo sostanzialmente ideale – se non generico - che vuole rassicurare sulle radici e sul raggio di azione. Un messaggio che non promette strappi, ma stabilità. Che trasmette il calore del destino comune, del camminare gli uni accanto agli altri.

L’altra linea è quella definita dalle parole “democrazia”, “democratici”, “progressisti”, “progetto”. Per definire un perimetro prima di tutto culturale e ideologico. E poi politico. Più che un programma, una definizione del campo. Un modo per intendersi: o state qui dentro, o siete qualcosa d’altro. A questo serve anche il recupero di temi chiave come “uguaglianza” e “donne”, capaci di definire il perimetro. O di termini vagamente morali come “rispetto” e “dignità”.

Il quadro si completa con pronomi e verbi coniugati nella prima persona plurale: “noi”, “crediamo”, “siamo”. Un modo per circoscrivere un’identità collettiva ben determinata, coesa, solida. Quasi una corazza indossata da un corpo fatto di persone e narrazioni. Identità rafforzata dal contraltare che si trova in due parole che ritornano e che parlano da sole: “contro” e “destra”.

Un messaggio che non vuole trasmettere programmi, obiettivi e impegni. Vuole solo comunicare un modo di essere, senza interessarsi della concretezza dei problemi e delle soluzioni. Per questo, basta l’estrema vaghezza di parole come “politica” e politiche”. 

La stessa parola “lavoro” - che campeggia tra le più ricorrenti nel programma del segretario - ancor più che una finalità sembra l’architrave storico e culturale dell’identità. Il partito democratico è il partito del lavoro: ancora una volta siamo di fronte ad una presentazione delle generalità di un soggetto politico, molto più che alla sua ricetta di governo.

In questo panorama così statico appare tuttavia una linea orientata verso ‘sorti progressive’: è quella definita dalle parole “ricerca”, “formazione”, “futuro”, “speranza”. Dall’unione di punti di programma e orizzonti si cerca di lasciare aperta una pur timida prospettiva di domani.

Troppo poco, dal punto di vista degli elettori. Bersani subisce un duro colpo. Tutto cambia. Il nuovo programma in 8 punti – da giorni esposto ai ripetuti rifiuti di Grillo – viene profondamente modificato.

Non più la destra: il nuovo nemico è l’“austerità”. Ovvero quell’insieme di politiche imposte dall’Europa - e sostenute in Italia dal governo Monti (che il Pd, però, ha lealmente sostenuto) – che stanno affamando gli italiani. E’ per questo, probabilmente, che accanto alla parola “lavoro” adesso acquista centralità la parola “sviluppo”. E ancora: “economia”, “finanza” e “bilancio” illustrano chiaramente dove si dovranno mettere le mani da subito.

Un gruppo di parole chiave (“programma”, “proposta”, “proposte”, “misure”, “obiettivi”) rappresenta bene il nuovo impegno programmatico di questa nuova fase. C’è uno scarto nuovo, un tentativo di movimento, il tentativo di innescare la marcia delle riforme. 

Lo si capisce anche dal ritorno di due termini come “legge” e “norme”: la lista è lunga e dettagliata. Un completo rovesciamento rispetto al programma elettorale. Su queste leggi e norme si misurerà il risultato del lavoro che il nuovo Governo dovrà svolgere con il nuovo Parlamento: i primi prodotti di una politica chiamata a trasformare il Paese. 

Seppure in un quadro di “stabilità”, l’emergenza è chiara: “cambiamento”, potenziamento”, “investimenti”. Il governo di Bersani dopo le elezioni non è più quello della forza tranquilla e della identità sicura. E’ il governo che vuole raccogliere la richiesta di trasformazione che gli italiani hanno espresso con il voto di febbraio. Per farlo saranno necessarie riforme profonde (e, in alcuni casi, misure spietate). Lo spiega bene un grappolo di termini come “rivisitazione”, “riduzione”, “correzione”, “revisione”. Il vento del cambiamento e della sfida sembra soffiare tra le pagine del nuovo programma di Bersani, che ha appena ricevuto un pre-incarico per verificare l’esistenza di una maggioranza.

Una determinazione tardiva sulla quale i commentatori hanno ironizzato non poco. Nelle prossime ore capiremo se si tratta del colpo di reni finale che consente di tagliare il traguardo. O dell’estremo tentativo prima della resa. In ogni caso, aspettiamoci sorprese.


@vittorioferla


(pezzo pubblicato su Linkiesta il 24 marzo 2013)


venerdì 22 marzo 2013

Sarà Grasso il Presidente della "concordia"?

L’eco dell’elezione dei Presidenti delle Camere è ancora molto forte, specie adesso che le consultazioni del Presidente della Repubblica sono entrate nel vivo a partire dall’audizione di Laura Boldrini e Piero Grasso.
Che cosa dobbiamo aspettarci dai due nuovi Presidenti? Molto emerge dai loro discorsi di insediamento. Della Boldrini abbiamo già scritto. Adesso tocca al Presidente del Senato. Ecco una lista delle parole chiave che caratterizzeranno la sua azione, nella lettura del progetto Voleteilmiovoto.



La prima parola chiave è “bisogno”.
Grasso appare consapevole della gravità del momento storico in cui ci troviamo. L’Italia ha “bisogno di risposte rapide ed efficaci all’altezza della crisi economica e sociale, ma anche politica”, ha bisogno allo stesso tempo di “concordia” e “pace sociale”. Come aveva fatto in passato Aldo Moro nel suo tempo, anche la classe politica attuale dovrebbe comprendere “il bisogno e le speranze di rigenerazione” che animano e tormentano la società italiana. In una condizione di bisogno si trovano prima di tutto le istituzioni: si va dalle istituzioni penitenziarie (“ che hanno bisogno di interventi prioritari”) alle istituzioni sul territorio, primi tra tutti i comuni – che hanno bisogno di “ossigeno” (leggi: risorse) da parte dello Stato per garantire i servizi essenziali.
Per rispondere a questi impegni, prima di tutto la stessa politica “ha bisogno di essere cambiata e ripensata dal profondo, nei suoi costi, nelle sue regole, nei suoi riti, nelle sue consuetudini, nella sua immagine”.

giovedì 21 marzo 2013

Con Laura Boldrini avremo una Camera dei diritti?

Il nuovo Parlamento si è insediato. La XVII legislatura è avviata. Primo atto necessario: l’elezione dei Presidenti delle Camere.
Un atto dovuto, certo. Ma non privo di conseguenze. Perché il ruolo istituzionale, al di là delle norme che lo circoscrivono e delle prassi che lo hanno caratterizzato negli anni della Repubblica, è anche il frutto di una interpretazione che deriva dalla storia e dalla cultura dell’eletto.
Proprio per questo, al di là delle emozioni del momento, è utile leggere tra le righe del discorso di insediamento di Laura Boldrini, la neoeletta Presidente della Camera dei Deputati. Quali sono le parole più frequenti, quelle che meglio caratterizzeranno il corso di questa alta magistratura dello Stato?
Come emerge dalla word cloud, la presidenza Boldrini nasce nel segno di alcune parole (o gruppi di parole) chiave, analizzate nell'ambito del progetto Voleteilmiovoto.



La prima è “responsabilità”, variamente declinata.
In primo luogo, la responsabilità come onore e onere derivante dalla stessa funzione parlamentare e di Presidente. In senso più ampio, è la responsabilità che deriva dalla rappresentanza dei cittadini all’interno dell’aula parlamentare. Allo stesso tempo, la responsabilità è mettersi a disposizione, mettersi al servizio delle istituzioni, restaurando quell’abito mentale e quello stile che anni di strappi e sfregi alle norme e alle istituzioni hanno affievolito o, addirittura, cancellato. Infine, la responsabilità è legata ad un ruolo specifico che bisognerà incarnare nella quotidiana vita dell’organo.

domenica 17 marzo 2013

Per favore, spiegate Grillo al Pd




Niente da fare. Sono passate due settimane dal voto (il pezzo è stato pubblicato su Linkiesta il 10 marzo 2013, ndr). E ancora niente. Il Partito democratico - a partire dai dirigenti, passando per gli intellettuali di complemento, fino allo stesso elettorato più fedele - ancora non ha capito Grillo. O forse non lo vuole capire.

Ogni passaggio - dalla dichiarazione post-voto di Bersani, alla proposta degli otto punti, al rito della direzione nazionale, allo stillicidio di dichiarazioni sui giornali - ha aggiunto un motivo plausibile per spiegare la sconfitta (mai quello giusto, però). Eccone un campionario.

"Abbiamo perso per causa della crisi economica". L'argomento ci sta tutto, volendo. Ma è consolatorio. Primo: la crisi c'è da un pezzo, mica la scopri il giorno dopo le elezioni. Secondo: la crisi c'è per tutti mica solo per il Pd. La domanda si ripropone intatta: perché il Pd ha perso, visto che la crisi vale per tutti? Forse perché il Pd non se ne è fatto carico in tempo? Se l'avesse fatto, magari, la reazione degli elettori sarebbe stata diversa.

"Abbiamo perso perché non abbiamo contestato a sufficienza le politiche di austerità dell'Europa". La versione più 'intelligente' di questo argomento è: "abbiamo perso perché non abbiamo contestato a sufficienza il fiscal compact imposto dalla Merkel". Ora, pensare che il voto del cittadino comune in Italia sia determinato da un approfondimento critico delle politiche europee fa capire la distanza siderale che esiste tra quel partito e il sentimento popolare. Ipotizzare, poi, che il voto popolare sia orientato a punire il Pd perché la Merkel intenda, fa proprio sorridere. Ma la cosa più grave - se finalmente si vuol parlare di cose serie - è pensare di uscire dalla crisi aumentando di nuovo irresponsabilmente i flussi di spesa pubblica. Il rigore fa male, non c'è dubbio. Ma estendere illimitatamente il debito pubblico in presenza di una classe politica e di una amministrazione pubblica inefficienti è perfino peggio: sarebbe questa la nuova ricetta progressista?

"Abbiamo perso per il sostegno al governo Monti". Quando la maestra ci sgrida da bambini a scuola, si sa, è sempre colpa di qualcun altro. E, comunque, un compagno di classe da offrire come sacrificio umano si trova sempre. Insomma, prima chiami Monti per fare quel lavoro sporco, necessario per salvare il salvabile, che nessuno vuol fare e poi lo denunci come il primo responsabile della crisi. Bel colpo! Questo si, garantisce la credibilità di un gruppo dirigente. E poi c'è sempre da capire com'è che il Pd perde tre milioni e mezzo di voti e Monti, che si presenta per la prima volta, guadagna al primo colpo il 10 per cento dell'elettorato. Miracoli del belpaese...

La sostanza di tutto ciò risiede nell'argomento principe, quello meno dichiarato e, soprattutto, per niente dimostrato: "abbiamo perso perché non siamo stati abbastanza di sinistra". Qui si raggiunge l'apoteosi. In questo modo, si legge il voto al M5S come un voto di sinistra tradizionale, nemmeno lontanamente vedendo la connotazione del tutto post-materialistica e a-ideologica di quell'elettorato. Quindi, il partito di Grillo diventa una costola della sinistra da riattaccare al corpo ferito, per ricreare il mito di un Fronte nazionale unito. Una scimmia fuggita dal recinto che si deve rabbonire e rieducare. Per far questo basta l'appello morale di grandi quotidiani e intellettuali e il gioco è fatto: si può camminare insieme, illuminati dal sol dell'avvenire.

Insomma, nell'analisi dei dirigenti del Pd (ma, a giudicare dai dibattiti in rete, anche dell'elettorato più 'stretto') mancano i due argomenti veri, troppo sconvenienti, evidentemente, per essere legittimati.
Il primo è questo: "abbiamo perso perché noi siamo ormai diffusamente percepiti come un pezzo di quella odiosa casta che blocca lo sviluppo del paese: il movimento dei grillini è nato proprio contro di noi". Per giocare con le metafore alla Bersani: è come se il fagiano - che ha già ricevuto una prima fucilata in pancia - volesse fare accordi con il cacciatore. Dagli otto famosi punti della resa è rimasta fuori proprio l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. La scusa è che così i poveri non possono fare politica. La verità è che senza quelle risorse i partiti tradizionali non saprebbero nemmeno da dove cominciare per mantenersi in vita secondo le logiche di sempre.

Il secondo argomento è questo: "abbiamo perso perché cerchiamo i voti solo tra i nostri, vogliamo restare pochi ma buoni, gli altri elettori ci fanno schifo, ognuno si organizza il campo suo e poi semmai ci si accorda, altro che vocazione maggioritaria!" Chi ha provato a mettere in dubbio questo assunto ha fatto una brutta fine, isolato nel partito o espulso in esilio. Grillo, invece, questa scimmia senza storia e tradizioni, accetta i voti di tutti, senza moralismi, senza puzza sotto al naso. E così vince.

Però non è mica finita: si può pure fare peggio...


@vittorioferla

domenica 3 marzo 2013

Storia di una sconfitta: anche la rete condanna il PD



Perché ha perso il Partito Democratico? È una delle domande più frequenti in questi giorni di commenti postelettorali. La valanga di analisi – non soltanto quelle delle firme autorevoli, ma anche quelle degli amici di Facebook – ci sommerge.
Tra le tante, merita un commento il lavoro degli analisti di BuzzDetector che hanno setacciato circa 600 conversazioni in rete (avvenute prima delle elezioni, tra Novembre e Febbraio) relative ai punti di debolezza del PD. Un lavoro molto utile perché la ‘rete’ - anche se in Italia siamo ancora agli albori del fenomeno - può diventare un luogo cruciale per il posizionamento e la raccolta del consenso delle forze politiche.

Da queste conversazioni sono emersi 13 giudizi ricorrenti che illustrano bene le cause della sconfitta. Gli utenti della rete di questo PD dicono:
1. non è il mio PD
2. è un partito che ha paura di perdere
3. è il partito di Rosi Bindi
4. è il partito della lepre, della war room e dello smacchiamolo, smacchiamolo
5. è un partito che si allea con chiunque per lo status quo
6. è un partito senza una strategia
7. non sa che lavoro faccio
8. ha avuto paura di andare al governo
9. non è in grado di garantire i diritti civili del fine vita, coppie di fatto
10. si è fermato alle Frattocchie
11. si presenta con il Berlusconi della sinistra
12. non ha orgoglio
13. “prima vinciamo e poi decidiamo come fare”
In queste ore in cui i lamenti di dolore si mischiano già al rimpallo di responsabilità e alle autocritiche consolatorie, questi giudizi appaiono crudi e crudeli, ma fondamentali per chi vorrà farne buon uso.

1. I signori ‘tentenna’
I dirigenti del PD non sanno cosa vogliono. Totale mancanza di linea. Non una proposta. Più volte Bersani, nei colloqui privati e nelle interviste pubbliche, ha confessato: le cose si fanno e poi si dicono. Una frase che a molti militanti può apparire espressione di grande tempra morale e di ineccepibile serietà. Ma che in rete – e soprattutto nelle urne – non è bastata ai tanti elettori legittimamente in cerca di chiarezza strategica e programmatica. L’assenza di un timone è diventata via via palpabile e insopportabile.
Il PD non è riuscito a scegliere: prima ha abbracciato Vendola e il Psi (che insieme non arrivano al 4 per cento) senza misurarsi con iscritti e delegati; ha blandito Renzi per delegittimarlo e poi scaricarlo; ha sostenuto Monti per poi diffidarne. Ha cercato di farsi troppi amici, ricavando sguardi obliqui e perplessi. Avrebbe dovuto con coraggio sposare un progetto: ha rifiutato quello liberaldemocratico, ha lambito quello socialdemocratico ma non troppo sospettando (a ragione) che fosse senza sbocco, ha schivato la rabbia popolare e la domanda di democrazia diretta raccontandosi la storia del populismo.
Ma c’è di più. Perché, nel tempo, il Partito democratico è diventato il partito delle intese (più o meno larghe) e non degli obiettivi. “Un partito che si allea con chiunque per lo status quo” è un partito che valuta ottimale il proprio risultato politico non più in base al contenuto di programma realizzato, ma in base alla capacità di stringere un’alleanza. Un partito che “prima vinciamo e poi decidiamo come fare” perde l’orizzonte delle soluzioni e riduce tutto a tattica.
Senza scegliere, il PD ha trasmesso paura: “di perdere”, ma anche “di andare al governo”. La mancanza di bussola, alla fine, ha fatto disperdere la direzione del voto.

2. I signori ‘agèe’
Nonostante lo sforzo apparente delle primarie, l’immagine del partito è rimasta saldamente ancorata alla generazione novecentesca della Prima Repubblica. Facile incarnarla in colei che (“è il partito di Rosi Bindi”) ha cominciato la carriera politica come europarlamentare della Democrazia cristiana nel lontano 1989... Lo stesso Bersani, con il suo paternalismo così saldamente radicato nella provincia cattolica e comunista, è stato alla lunga vissuto come speculare al suo acerrimo avversario, ma ugualmente – se non maggiormente - ‘antico’.
Sarebbe ingiusto, però, prendersela solo con la classe dirigente. Le file ai gazebo di ottobre erano piene di fedeli e rispettabili elettori anziani. Compassato e ‘antico’ era lo scarso pubblico del comizio finale all’Ambra Jovinelli di Roma dove la diciottenne al primo voto che ha parlato dal palco svolgeva il tipico ruolo della mascotte nel solito vecchio circo.
Ovviamente, al di là del dato generazionale, apparentemente riequilibrato con la selezione delle primarie interne, il ritardo è prima di tutto culturale. Lo stesso staff del segretario nonché i quadri intermedi – pur fatti da giovani - sono stati percepiti come ‘vecchi’ per mentalità.
Nessuno stupore, dunque, se, all’indomani del voto, il comitato di emergenza del PD convocato per commentare il risultato e indicare la linea riesumasse i D’Alema, Veltroni, Violante, Franceschini, Marino, La Torre, Bindi, Fioroni e via elencando. I cittadini – che non sono stupidi – lo avevano già capito. E avevano risposto come sanno rispondere gli elettori ‘infedeli’…

3. I signori dei 'piani alti'
Per tutti i motivi di cui sopra, il PD è un partito “fermo alle Frattocchie”. E’ vero: questa piccola noterella storica è certamente ingenerosa. Ma la rete, si sa, è cattiva. Ti ammazza con sarcasmo. Ha un suo modo per dirti la verità.
E la verità è che l’arretratezza è prima di tutto culturale e che i gruppi dirigenti sono autoreferenziali. Non è che non stanno nel territorio. E’ che non stanno nella realtà.
Il PD è un partito “che non sa che lavoro faccio” è fra tutte l’affermazione più grave. Significa che ha perso i contatti con i problemi concreti dei cittadini, con quei lavoratori che una volta erano il suo blocco sociale, con la modernità che ha creato nuove forme di occupazione. Quelli che si lamentano in rete fanno cose che quelli del PD nemmeno conoscono. Ecco perché i lavoratori del Sulcis votano Grillo: perché c’è andato. Ecco perché i lavoratori dell’Ilva non votano il centrosinistra: perché si è dato. Ecco perché le partite Iva votano Berlusconi ieri e 5 stelle oggi: perché non sono evasori fiscali come pensano quelli del PD, ma precari senza tutele vessati dalle leggi e dal fisco.
Il PD sta troppo in alto per vedere tutta sta roba, figurati che cosa percepisce della rete.
E gli utenti della rete si fanno sentire. Probabilmente nel timore di perdere il voto dei cattolici (che, a quanto pare però, sembra estinto con queste elezioni) ha accuratamente evitato di affrontare temi di grande attualità come i diritti civili. Questo partito “non è in grado di garantire i diritti civili del fine vita o delle coppie di fatto”. Tanto emerge dalle conversazioni in rete, fatte molto spesso da persone che nel frattempo sono benissimo sintonizzate sull’attualità internazionale e sanno perfettamente che nei recenti referendum svoltisi in alcuni stati americani, i cittadini USA hanno dato l’ok sui matrimoni gay e che lo stesso hanno fatto nuove leggi in Francia e nel Regno Unito.

4. I signori ‘zimbello’
Bersani aveva di fronte due titani dell’entertainment. Grillo e Berlusconi sono due attori straordinari, capaci di trascinare il pubblico dove dicono loro. Sanno scegliere il copione, sanno fare le battute, sanno fare i simpatici e sanno anche ruggire. Bersani lo sapeva e ha scelto – almeno all’apparenza – la sobrietà della comunicazione: un profilo di serietà e autorevolezza per conquistare la fiducia contro le false promesse.
Non è andata bene. E le conversazioni degli utenti della rete lo avevano anticipato.
In primo luogo, l’assenza di contenuti è ricaduta sulla comunicazione. Come si fa una campagna elettorale senza anticipare neanche una proposta o un punto di programma? L’assenza di strategia è diventata una evanescenza della parola.
L’illusione del vantaggio acquisito ha prodotto sicumera. E la sicumera ha prodotto ingenuità colossali. Proprio nelle scelte di comunicazione. Ad un certo punto, Bersani si è pensato lepre. Il PD, il partito della lepre in fuga da inseguire. La deriva zoologica ha raggiunto l’apice nel giaguaro Berlusconi. Fino alla fine, Bersani gli ha promesso “una smacchiatina”. E il suo staff è riuscito a produrre uno dei video più insulsi e imbarazzanti che si ricordino (almeno questo, però, programmatico…: “lo smacchiamo!”). Capace forse di motivare i fedeli. Ma anche di scatenare le risate dei più smagati.
Alla fine, le conversazioni in rete sono diventate crudeli. La lepre l’hanno acchiappata. E il giaguaro sta lì beato a coccolarsi le macchie.
La stessa war room della comunicazione è diventata una riedizione della gioiosa macchina da guerra del 1994: insomma, venti anni senza maturare non dico una coscienza del pericolo, ma almeno una scaramanzia contro il ridicolo. Il partito si è affidato ai ‘300 spartani’, un migliaio circa di volontari sparsi in giro per l’Italia e coordinati dal terzo piano della sede di Sant’Andrea delle Fratte, ispirati alle gesta epiche degli antichi guerrieri greci. Tutti giovani pieni di entusiasmo e passione, impegnati senza risparmio h24: ma che hanno svolto il compito di pretoriani del loro candidato piuttosto che quello di comunicatori. Anche qui la rete ha colpito quasi subito: come si fa a ispirarsi a quei soldati – eroici, per carità – ma che morirono tutti senza eccezione alle Termopili? Nemmeno a scriverlo ti riesce, un copione così…
Alla lunga, la stessa figura del segretario è diventata quella dello zimbello, oggetto di lazzi e sberleffi. E il Gargamella democratico è finito travolto dai puffi a cinque stelle.
Ecco perché per l'utente della rete questo Pd «non è il mio PD».


@vittorioferla


(pubblicato su Linkiesta il 1 marzo 2013)

sabato 2 marzo 2013

(Quasi) tutti gli orrori delle Elezioni 2013 in 12 post di Facebook

Nel corso dello spoglio elettorale ho postato i miei commenti su FB (con discreto interesse degli amici). Eccoli qui, tutti in fila.

#Elezioni2013 Post n.1
Non bisogna stupirsi di questo risultato. Il Pd ha finito la campagna elettorale con le primarie per il candidato premier quando ha definito i rapporti interni e conquistato il... 'proprio' elettorato. Poi più nulla: nessuna idea, nessuna linea, nessuna comunicazione. (Anzi no, sulla comunicazione mi sbaglio: un paio di video - uno sul terrazzo di via delle Fratte - che ha fatto battere il cuore dei 'propri' scrutatori...)

#Elezioni2013 Post n.2
Questo post è ardito, tagliato con l'accetta, ma lo scrivo lo stesso. Non ho ancora dati sull'età, ma il voto a Grillo mi pare il voto degli under 30 in un paese in cui almeno i due terzi della popolazione sono fatti di persone mature, se non anziane. Un blocco sociale a suo modo. Chissà se è un caso che Pd e Pdl valgano i due terzi del voto espresso...

giovedì 6 dicembre 2012

Caro Mucchetti, sbagli: la sinistra sarà liberale. O non sarà progressista


Subito dopo la chiusura delle primarie del centrosinistra, Massimo Mucchetti ha proposto sul Corriere della Sera una riflessione che potrebbe sintetizzarsi così. Non c'è spazio a sinistra per una ipotesi liberaldemocratica. Al Partito Democratico non bisogna neppure chiederla. L'approccio liberale sta tradizionalmente a destra e dovrebbe incarnarlo il Popolo delle Libertà. Ma la destra italiana fa schifo e dunque in molti si rivolgono dall'altra parte. Sbagliando.

Una tesi estremamente semplicistica. Che ha subito galvanizzato le truppe ancora numerose di amanti degli steccati ideologici, i conservatori di sinistra incalliti, quelli che in Italia si tutelano dal ragionamento affermando che "vince il neoliberismo selvaggio". Ma poi non saprebbero nemmeno spiegare in quali forme si manifesti questa terribile malattia.
La tesi di Mucchetti è infondata per diversi motivi.

venerdì 30 novembre 2012

Monti ricordi: la salute è il nostro futuro. Sostenibile


"Sostenibilità", ha detto Monti, a proposito del Servizio sanitario nazionale. E giù dibattiti e polemiche, spesso prive di fondamenti e dati seri. Troppa ideologia, ma anche troppa superficilità. Non si gioca così sulla pelle dei cittadini.
Sostenibilità: una parola che ha una strana storia. Ieri era il senso del nostro futuro. Ci mostrava la via giusta per rendere vivibile il mondo che abitiamo. Per conservarlo e tutelarlo. A vantaggio delle nostre condizioni di vita e della nostra vecchiaia. Ma anche a beneficio dei nostri figli e dei nostri nipoti. Ci diceva qualcosa sul modello di sviluppo preferibile per salvaguardare beni comuni che sono minacciati. L’acqua, l’aria, la terra. Beni comuni. Beni che tutti possono utilizzare. Ma che facilmente vengono sciupati. Esposti al rischio di consunzione. E allora il mondo sostenibile è stato finora – e soprattutto potrà essere – quello che tiene in conto queste minacce. Che vive di riforme strutturali importanti in campo economico, sociale e politico. Che influenzano la nostra vita quotidiana, i nostri stili di vita, il nostro benessere fisico, sociale e culturale. Il mondo sostenibile è quello che riproduci oggi per garantire (anche) alle generazioni future di vivere una vita degna di questo nome.

Il perimetro dei costi
Oggi la sostenibilità si trasfigura. Diventa il criterio economico che misura l’ampiezza del nostro diritto. Il sistema di limiti contabili che segna il perimetro delle nostre legittime aspettative di tutela. Chi scavalca questi parametri economici, diventa un intruso, uno sbrego, una scocciatura. Capita ai malati afflitti da cronicità. Agli anziani non più autosufficienti. Agli invalidi permanenti e inguaribili. Non ci sono più soldi, dicono gli assessori alla salute e i ministri dell’economia. Ovviamente, è sempre colpa di chi li ha preceduti. O del governo nazionale che stringe la cinghia. C’è una strana stagione dell’austerità che non si abbatte sui consumi, ma sui diritti fondamentali. Come il diritto alla salute. E così il governo spegne il fondo per la non autosufficienza. Le regioni tagliano i servizi. L’Inps perseguita gli invalidi. I malati, i cronici, gli anziani diventano un costo. Si è ridotta a questo la sostenibilità.

martedì 27 novembre 2012

Allarme Primarie: Il circolo del golf PD invaso da orde di cittadini!




Ma che belle le primarie! Ma che bravi questi elettori! W la festa della democrazia!", canta così, in ogni day after, la retorica dei gruppi dirigenti e dei commentatori di complemento. Il papà partito ti fa fare un bel 'bagnetto' di partecipazione: vieni a sguazzare anche tu! Ti dà l'occasione per ripulire il tuo sporco populismo: non perderla! Lancia al popolo un po' di brioches democratiche (schede, firme, timbri, file, attese): addenta anche tu un po' di democrazia! Mette in scena una bella fiction per riprendersi una legittimazione sempre più evanescente: guarda che spettacolo! Cerca di riconquistare gli affetti in libera uscita: restituisci la tua astensione agli apparati!
Ma i cittadini si sono un po' stufati di queste storielle edificanti. La partecipazione dei più di tre milioni di italiani alle primarie del "csx" dice qualcosa di più. Che il voto è una cosa seria e può servire a scardinare meccanismi e sovrastrutture consolidate.

venerdì 23 novembre 2012

Renzi vs Bersani: due programmi alternativi



 
Il 25 novembre si svolgono le primarie per l'indicazione del candidato premier del centrosinistra promosse dal Partito democratico e dagli altri – SEL e PSI - che insieme formano la coalizione. In vista di questo appuntamento, e utilizzando il filtro valutativo proprio dell'approccio della sussidiarietà, vale la pena analizzare i programmi dei concorrenti - Pierluigi Bersani e Matteo Renzi - che più di altri stanno animando il dibattito e che, con ogni probabilità, si contenderanno il successo finale.
La Carta d'Intenti si presenta come piattaforma comune. Il programma di Renzi, viceversa, rappresenta il singolo candidato.
Bisogna osservare subito una certa asimmetria, se non anomalia. La Carta d'Intenti si presenta come una piattaforma comune: nasce come espressione della segreteria di Bersani e diventa orizzonte di tutta la coalizione. Il programma di Renzi, viceversa, rappresenta davvero il programma del singolo candidato.

La sussidiarietà nei programmi

Nel programma di Bersani la sussidiarietà è presente in modo del tutto residuale laddove si sostiene che "a sua volta l'autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato". Il tema è posto correttamente sotto la voce 'Beni comuni' e tuttavia non riveste alcun carattere strategico, manca di sviluppi concreti e coerenti, né tantomeno sembra ispirare trasversalmente la proposta politica del segretario. Il ruolo del terzo settore appare nel contesto sacrificato ad una dimensione ancillare rispetto alle responsabilità delle amministrazioni pubbliche centrali e locali. Al contrario, il programma di Renzi, con qualche ambizione, dichiara che la sussidiarietà sarà il filo conduttore della proposta del sindaco di Firenze: "Il modo più semplice per far ripartire l'Italia è investire sugli italiani". Renzi promette di "ripartire dall'Italia che funziona". A questo scopo, cita i Comuni "che, nonostante i tagli, continuano ad assicurare servizi di qualità e un vero modello di civiltà e di buongoverno"; le aziende "che, nonostante la crisi, hanno saputo adattarsi al nuovo scenario competitivo e oggi tengono alto il nome del nostro Paese nel mondo"; infine, "le mille associazioni e realtà del terzo settore che tengono insieme le nostre comunità e fanno dell'Italia un Paese sul quale vale ancora la pena scommettere".

La questione dei beni comuni

Il tema dei beni comuni è un ancoraggio forte nella Carta d'Intenti. Usato nel titolo, come attributo dell'Italia, viene sviluppato in un paragrafo specifico. E tuttavia, lascia un sapore che sa troppo d'antico. I beni comuni sono soprattutto intesi come il territorio protetto del pubblico 'statale': "beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti" nell'ambito di una alternativa banalmente binaria tra Stato e mercato. Tant'è vero che, secondo questo programma, questi beni - l'energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione - devono vivere in un "quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni". In questo quadro "non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l'universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo". Fatta salva la political correctness del richiamo ai beni comuni, il documento non indica proposte concrete né impegni precisi, e, soprattutto, non spiega come coinvolgere davvero le risorse umane, sociali e amministrative citate. E qui veniamo al punto.

La riforma dell'amministrazione pubblica

Un ragionamento serio sulla sussidiarietà non può fare a meno di soffermarsi sull'arretratezza dell'amministrazione pubblica italiana. Su questo punto, la Carta d'Intenti è completamente evasiva. Viceversa, il programma di Renzi ci ritorna su più volte. Come si legge nel documento, "troppo spesso, da noi, si pensa che basti il comma di un decreto legge partorito in qualche Ministero a cambiare le cose. Nove volte su dieci non funziona: perché chi ha scritto quel comma parte da un'idea astratta, anziché immergersi nella complessità del reale. Il risultato è il sistema pubblico con il maggior numero di leggi e il minor numero di risultati tra le grandi democrazie occidentali". La riforma dello Stato è affrontata come una vera e propria emergenza che riguarda la qualità della spesa pubblica, la superfetazione di enti e strutture inutili e costosi, la mancanza di trasparenza e di accountability degli amministratori pubblici, l'arroganza, iniquità e irrazionalità delle misure fiscali, la complessità e l'opacità delle procedure e delle azioni amministrative, e via elencando. Su questi punti il programma del sindaco di Firenze è molto ricco di proposte concrete: l'adozione del Freedom of Information Act per garantire la trasparenza totale, l'introduzione della valutazione e del merito nella PA, la semplificazione di leggi e procedure, misure per rendere più efficiente ed efficace la risposta del sistema giudiziario, misure per la condivisione e la digitalizzazione delle informazioni, il recupero delle risorse sottratte allo stato a causa dell'evasione fiscale e della corruzione. Senza un'amministrazione agile e amichevole nei confronti dei cittadini, la sussidiarietà resta una chimera.

La promozione del capitale umano e sociale

Ma la sussidiarietà si fonda sulla libertà solidale e responsabile di cittadini che costruiscono tutti insieme il futuro comune. In questo momento storico, l'Italia appare bloccata sotto una cappa fatta di rendite, inefficienze e privilegi . Una cappa che comprime quella libera pratica di talenti, capacità e competenze che sta alla base dei processi sussidiari, dello sviluppo umano e di una maggiore giustizia sociale.
La Carta d'Intenti di Bersani contiene riferimenti molto importanti ai temi del lavoro, della formazione e dell'uguaglianza. In particolare, convincono l'attenzione verso il lavoro dei giovani e delle donne, così come convince l'accento sul pericoloso aumento delle diseguaglianze nel nostro paese. Nel programma di Bersani – che ospita diversi inviti alla 'riscossa civica' – "parlare di uguaglianza significa guardare la società con gli occhi degli ultimi". Tuttavia, al di là di richiami assai condivisibili, resta forte ancora una volta la sensazione di poca concretezza. Il programma renziano, fin dalla sua premessa, sia sul piano dell'impatto linguistico che sul piano delle piste di lavoro, sembra andare dritto al punto. L'Italia non è la terra del declino, ma "un Paese stracolmo di capacità e di energie". Si invita a puntare sulla "unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani". Sostiene che "non ha senso proporre l'ennesima ricetta calata dall'alto. Quel che serve è un'occasione per mettere in rete le migliaia di idee e di esperienze che fanno dell'Italia un Paese molto migliore di come ce lo raccontano i media e la politica". Sono numerose le misure concrete suggerite per valorizzare il capitale umano e sociale, punto di partenza necessario e indispensabile per l'affermazione di quella sussidiarietà che può dare nuovo slancio al Paese.

Il welfare come investimento

In questo senso, pare assai azzeccato il capitolo dedicato al welfare. Questo non è più una mera "funzione del lavoro" come viene trattato, in modo un po' retrò, nel programma bersaniano. Con il rischio di restare schiacciato nella vecchia logica dell'assistenza e dei sussidi collegati alla dimensione lavorativa o alla struttura occupazionale. Il welfare, secondo Renzi, diventa il fondamento stesso dello sviluppo, mettendo al centro le persone. "Un welfare orientato all'obiettivo di consolidare la coesione sociale e contrastare ogni fattore di discriminazione non si limita a fornire ai cittadini in condizioni di rischio assistenza e sussidi economici secondo una logica risarcitoria, ma guarda in maniera dinamica e attiva alla valorizzazione di ogni persona come risorsa per sé e per la comunità, qualsiasi sia la sua condizione: anagrafica, economica, formativa, di salute". Per raggiungere questo obiettivo di inclusione si offrono diverse misure (che qui non si possono elencare, ma sulle quali val la pena aprire un dibattito), si promette di coinvolgere i cittadini e si promuove la centralità del ruolo del terzo settore. E, soprattutto, si raccolgono le sfide di un moderno welfare di comunità - che attende ancora di essere discusso e costruito a partire dalle sue variabili: pubblico, locale, aziendale, sindacale, cooperativo - per offrire servizi alle persone, investire sulle capacità e garantire occasioni di libertà e di sviluppo umano.

Non sempre 'carta canta'

Per concludere. Qualsiasi programma scritto sulla carta può rimanere tale: è il limite di un esercizio di valutazione come quello che qui abbiamo tentato. Allo stesso tempo, bisogna riconoscere che un programma politico – a seconda di come viene redatto – può essere più o meno accountable. In questo senso, la Carta d'Intenti, costruita come una piattaforma statica, si incarica di definire (forse in modo troppo ampio e vago) il perimetro dei valori comuni, piuttosto che di indicare le misure precise per realizzarli. In questa maniera rende impossibile ogni verifica di coerenza e di efficacia, rimanda e delega ogni intervento concreto al confronto (e al conflitto) tra le forze della futura maggioranza, solleva nei lettori il sospetto di una mancata assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini chiamati al voto. Oppure, più semplicemente, rassicura il cerchio stretto degli elettori che hanno già deciso.

Tutto all'opposto, il programma di Renzi entra molto di più nel merito delle questioni e formula numerose proposte concrete: condivisibili o meno, ma verificabili. Anche qui non mancano rischi: offrire ricette complete può scatenare sospetti di propaganda e scontrarsi con la necessità reale delle mediazioni.

Tutto questo non possiamo ancora saperlo. Però, possiamo conservare le 'carte'. E rileggerle a tempo debito.


@vittorioferla

v.ferla@cittadinanzattiva.it
 

martedì 20 novembre 2012

L'Ufo di Montezemolo atterra negli studios della politica italiana


C'è un 'Ufo' diretto "Verso la Terza Repubblica". E’ atterrato sabato 17 novembre negli studios di via Tiburtina a Roma. E da sabato sera siamo tutti autorizzati a partecipare allo spettacolo delle interpretazioni e delle previsioni.
Luca Cordero di Montezemolo ha definito il neonato movimento civico, liberale, popolare e riformista.
Civico. Ma non si capisce in che senso venga usato l’attributo, rubato a quelle forme di impegno nella società civile, normalmente terze e apartitiche. Forse semplicemente perché non è un partito? Se fosse così sarebbe un po’ poco, dal punto di vista dei contenuti. E tuttavia quest’essenza civica – proprio perché non si sa cosa sia – attira. E può diventare intrigante per quella massa di elettori pronti all’astensione, ma in cerca di novità credibili. E disponibili a premiare chi non sguazza nelle paludi della politica tradizionale.

lunedì 19 novembre 2012

Sanità italiana: aiuto, mi si sono ristretti i servizi!



Gli effetti della crisi cominciano a farsi sentire nella vita dei cittadini. Basta guardare la sanità pubblica. Che con i tagli degli ultimi anni - almeno 17 miliardi con i governi Berlusconi - continua a peggiorare.
Lo dimostra l'impennata di segnalazioni dei cittadini (26.470 nel 2011) ai telefoni del PIT Salute, il servizio di assistenza di Cittadinanzattiva. Con la riduzione delle risorse, sommata ai tradizionali problemi del sistema sanitario nazionale, diventa sempre più un problema l'accesso ai servizi (dal 9,7 per cento di segnalazioni del 2010 si passa al 10,8 per cento del 2011). Lo stesso accade per l’assistenza ospedaliera (dal 7,2 per cento del 2010 al 7,4 per cento del 2011): in quest'ambito i cittadini segnalano, in particolare, disagi nei settori delle emergenze-urgenze (118 e Pronto Soccorso) con un dato elevato e costante (dal 41,4 per cento nel 2010 al 43,8 per cento nel 2011), con poche vetture attrezzate e medici a disposizione. Facile immaginare come una simile situazione pregiudichi la tempestività e l’appropriatezza dell’intervento sanitario.

domenica 18 novembre 2012

La prima riforma da fare? Date più asili ai nostri bambini


Mentre le pagine dei giornali rimbombano di spread, fiscal compact, deficit spending, spending review, fiscal cliff, e via elencando, arriva ogni tanto qualche notizia dal mondo reale. Quel mondo dove vivono le famiglie, i cittadini, le persone.
Il recente dossier a cura dell’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva sull’offerta di asili nido comunali ci dice che le strutture sono diffuse nel territorio in maniera ancora troppo difforme. Gli obiettivi europei, poi, sono lontanissimi.
Le strutture comunali in Italia sono più di 3.600 e soddisfano circa 147mila richieste di iscrizione. Ancora insufficienti, perché i genitori di un bambino su quattro (il 23,5 per cento) restano in lista d’attesa e sono costretti a rivolgersi altrove. Il servizio è garantito in meno di un quinto dei comuni italiani.

mercoledì 14 novembre 2012

Ma sulla corruzione i Fantastici 5 ricordano più Galactus

Chi ha letto i fumetti - o ha visto il film - dei “Fantastici 4”, sa chi è Galactus. Un mostro gigantesco, umbratile e silente, ricoperto da un’armatura blaugrana e da un casco con le corna, più grande dei pianeti che deve divorare per poter sopravvivere. Contro di lui, i Fantastici 4 conducono una battaglia epica. Aiutati da quel Silver Surfer che – corrotto e schiavizzato da Galactus – gli procurava il cibo (cioè i pianeti) da mangiare.
Se vogliamo cazzeggiare ancora un po’ con questo paragone tra i Fantastici 5 (cioè i Fantastici 4 più il povero Tabacci nei panni - nientepopodimeno - di quel romanticone, algido e atletico, di Silver Surfer), dobbiamo dire che l’Italia il suo Galactus ce l’ha. E’ la corruzione che divora ogni anno le risorse di questo paese – la Corte dei Conti parla di 60 miliardi l’anno – bruciando opportunità di crescita e di sviluppo. Oggi sappiamo che, a causa di questo Galactus de noantri, di questo mostro divoratore, le istituzioni democratiche sono messe a repentaglio: basti pensare alla cattivissima salute delle nostre amministrazioni pubbliche. E i cittadini hanno meno servizi e garanzie: per rifocillare la ‘bestia’, alla fine, si aumentano le tasse, si annullano le detrazioni fiscali, si tagliano le indennità ai disabili, si aumentano le tariffe dei servizi pubblici.

domenica 11 novembre 2012

Elezioni in Italia e in USA. Un oceano di mezzo


7 novembre 2012. Mentre l'Italia ancora si stropiccia gli occhi, l'America va. 
L'oceano di mezzo è ancora più grande.
In poche ore i cittadini americani hanno un nuovo Presidente. Senza se e senza ma. Senza quorum. Senza premi di maggioranza. Senza liste bloccate. Senza tre o più preferenze. Senza i 'partiti del ventre' (questa l'ha inventata Gobetti, chiedete a lui...). Senza clan personali autoproclamatisi partiti. Senza mezze coalizioni. Senza grandi coalizioni (che poi è la stessa cosa). Senza formule alchemiche (progressisti e democratici, centro più sinistra, centrosinistra senza trattino, progressisti più moderati, statalisti vs liberisti, e via cianciando, libertà-si-ma-solo-se-lo-stato-e-il-partito-sono-d'accordo). Senza governi di salvezza nazionale. Senza politici che fanno finta. Senza notabili a disposizione (Galli Della Loggia dixit). Senza tecnici che rispondono soltanto al loro ristretto establishment.
L'oceano di mezzo è ancora più grande.
Ieri su Facebook. Un mio amico, autorevole intellettuale di sinistra, posta: "In bocca al lupo, Obama!" Rispondo: "Anche perché in Italia, con questa legge elettorale... c'è un oceano di mezzo...". E lui: "purché non pensiamo che il problema italiano sia la legge elettorale: su questo abbiamo già dato".
Sarà. Ma abbiamo dato il nostro peggio. Invece le istituzioni sono importanti. Se non funzionano bene, i cittadini non hanno il potere di decidere e le politiche pubbliche restano affare delle caste. In Parlamento, proprio nel giorno dell'Obama-day, passa una norma elettorale che fissa un premio di maggioranza al 42,5 per cento. Tradotto per i non addetti ai lavori, significa che quando andremo a votare potremo a mala pena scegliere una bozza di coalizione. Ma alla fine nessuno otterrà la maggioranza, non ci sarà chiarezza sul governo, chi vincerà sarà messo sotto tutela, chi prenderà il 5 per cento conterà come se avesse preso il 50 per cento, chi verrà punito dagli elettori avrà un'ottima chance di resistere altri quattro anni. E così la democrazia italiana resta bloccata, come è sempre stata - con modalità diverse, certo - dalla fine del fascismo ad oggi. Altro che USA.
L'oceano di mezzo è ancora più grande.
Pochi ne hanno parlato. Ma in molti Stati americani gli elettori erano chiamati anche a rispondere a numerosi quesiti referendari. Gli Stati di Washington, Massachussets e Colorado danno il via libera alla legalizzazione della marijiuana per uso generale. Nel Colorado anche per scopo ricreativo. Sono i primi stati americani ad assumere una tale decisione in un referendum. Una misura così tramite un referendum popolare? Si, proprio così... In più, gli Stati di Washington, del Maryland e del Maine danno l'ok ai matrimoni gay (il Minnesota invece no). Per la prima volta viene dato il via libera alle nozze gay con un referendum. Con un referendum? Si, con un referendum. La Florida invece ha respinto il referendum in cui si chiedeva di tagliare i fondi federali per l'aborto. Il no alla proposta dovrebbe essere passato con il 55% dei voti contro il 45% dei favorevoli.Lo hanno detto i cittadini. Con un referendum.
E l'Italia? Nel nostro paese il referendum propositivo non esiste. C'è solo quello abrogativo. Per ottenerne uno serve uno sforzo bestiale, visti gli adempimenti che la legge pretende: numero di firme raccolte, giudizio di cassazione, giudizio costituzionale, quorum dei votanti. Partecipare in Italia è una corsa a ostacoli. E chi propone di andare ai referendum in Italia? Un irrimediabile populista, nelle analisi più raffinate. E quando i referendum si fanno, i risultati non valgono e il ceto politico si difende rovesciandone gli effetti: basta rileggere la vicenda del finanziamento pubblico dei partiti.
Ma no, dai. La legge elettorale non è il problema italiano. E nemmeno i referendum. In fondo, nemmeno in America lo sono. Si fanno e basta. E la democrazia funziona.
Un oceano di mezzo.

P.S.
Questo post è stato pubblicato la prima volta il 7 novembre 2012 sul mio blog La luna storta per Linkiesta
 
@vittorioferla
v.ferla@cittadinanzattiva.it

 

lunedì 5 novembre 2012

Tra Renzi e Grillo: le ragioni di Flores d'Arcais

Cara Micromega, la dichiarazione di voto di Paolo Flores d’Arcais sul Fatto ha scandalizzato molti a sinistra.
Ma Flores ha ragione.

In primo luogo, sullo strumento partito. Che è, appunto, uno strumento. Fin dall’inizio della breve vita repubblicana, i partiti si sono impadroniti delle istituzioni pubbliche, rifiutando ogni forma di controllo democratico da parte dei cittadini che avrebbero dovuto rappresentare, nel totale disprezzo dell’articolo 49 della Costituzione. Il partito non è una chiesa che debba chiedere fedeltà a tutti i costi e in tutte le situazioni. Pretendere, come fanno le regole per le primarie, di ‘giurare’ di essere elettori del centrosinistra è l’ultimo battito di coda del totalitarismo novecentesco, l’ultimo tentativo hegeliano di esaurire e sintetizzare la società civile nel partito. Per la direzione che ha preso la storia, un tentativo ridicolo. E poi. Come si fa a ipotecare il voto a priori? Perché un cittadino dovrebbe prometterlo con sei mesi di anticipo? Ma il voto non era un diritto? Ancora una volta l’arroganza della politica si fa beffe della legalità costituzionale. Ecco perché Flores fa bene – e farebbero bene tutti – a sfidare questa assurda pretesa. Non la politica al primo posto (come vorrebbero i modesti colonnelli del Pd), ma la politica al suo posto, direbbe un sociologo come Carlo Donolo. Non c’è nessun ‘cinismo costituzionale’ in tutto ciò: siamo talmente colonizzati dal senso di colpa instillato dal monopensiero del partito che perfino Flores sente il dovere di giustificare ciò che è del tutto legittimo…

In secondo luogo, c’è la politica. L’analisi dei risultati siciliani dimostra che gli elettori – nonché i quadri dirigenti – del Movimento 5 Stelle sono per la gran parte di sinistra. Delusi dei partiti tradizionali, certo. Ma amanti dei beni comuni, della legalità, dei diritti sociali, della Costituzione, e via elencando. Impegnati nel volontariato, nel turismo responsabile, nel commercio equo e solidale, nei movimenti sociali e così via. Probabilmente molto ma molto diversi dall’immagine ‘muscolare’ che da di sé lo stesso Grillo. E vogliamo parlare di Renzi? Il “Berlusconi formato pupo”? Leggete i dibattiti sui social media. Sono pieni – ancora una volta – di elettori di centrosinistra che non vedono l’ora di ridurre il Pd in un “sacchetto di coriandoli”. I coriandoli di quei tristi apparati inconcludenti, ultimi relitti del novecento che giocano la loro battaglia navale finale. Ecco perché Renzi fa tanta paura…

Ha ragione Flores: gli elettori di Renzi non perdevano una puntata del Drive in, hanno spiato nella casa del Grande Fratello e magari hanno appena finito di leggere l’ultimo volume della saga di Twilight. Un vero orrore! Ma sono di centrosinistra pure loro. E sanno che corruzione ed evasione fiscale sono i principali mali del paese. E chiedono di investire di più nel welfare e di godere di maggiori opportunità di vita e di lavoro. Vogliono anche il lavoro (ma hanno capito da un pezzo che non sarà la Fiom a difenderli…). E voteranno. Eccome se voteranno. E magari, chissà, sono più pronti loro per il “partito d’azione di massa” che tanti capetti educati nelle sezioni di periferia. In fondo, la dichiarazione di voto di Flores rappresenta l’elettore medio di centrosinistra molto più di quanto si possa credere. Certamente più di quanto possa ammettere la logica aristotelica di un Prospero qualsiasi. Però Flores ha l’audacia di fare i conti con questa realtà; cosa che tanti intellettuali continuano a rifiutarsi di fare.

Da questa realtà può venir fuori una democrazia che – come chiede Flores – abbia al suo centro il “primato dell’argomentazione razionale”? Possiamo trovare qui le basi per un “partito d’azione di massa”? Questo obiettivo resta assai complicato. Anche perché il peso delle due subculture italiane principali – quella comunista e quella cattolica, le quali hanno formato milioni di italiani per anni - sono per lo più anti-illuministe. Però bisogna provare. E’ su questo che vanno sfidati sia Renzi che Grillo.

Vittorino Ferla

v.ferla@cittadinanzattiva.it
@vittorioferla