venerdì 3 aprile 2009

Chiusa la stagione del turismo procreativo

Dalla prossima settimana”, annuncia il dottor Antonino Guglielmino, direttore dell'Unità di Medicina della Riproduzione di Hera a Catania, “per chiudere la penosa stagione del turismo procreativo, daremo nuovamente il via alle tecniche di diagnosi genetica di preimpianto. Vogliamo dare immediatamente ai nostri pazienti la possibilità di poter usare una tecnica che il nostro centro ha realizzato per primo in Italia”. L'annuncio della ripresa delle tecniche di diagnosi genetica di preimpianto è stato dato nel corso della conferenza stampa organizzata a Roma, il 2 aprile, presso la sede di Cittadinanzattiva dalle associazioni (Associazione Hera Onlus di Catania, Cittadinanzattiva-Tribunale per i Diritti del Malato e SOS Infertilità di Milano) che hanno sostenuto le coppie che hanno presentato i ricorsi poi giunti in Corte Costituzionale.
“Non c'entra nulla con l'eugenetica o un attacco alla vita; anzi, è una sentenza che consente una maggiore tutela della salute della donna, evitandole inutili interventi invasivi”, ha dichiarato Maria Paola Costantini di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, “e restituisce quella necessaria flessibilità e libertà di scelta su quanti ovuli impiantare che spetta alla professionalità del medico caso per caso, instaurando un corretto rapporto tra medico e paziente. Si restituisce finalmente ai protagonisti il potere di scelta e di decisione”.
“Siamo felici che qualcuno abbia capito la nostra sofferenza e presi in considerazione”, hanno dichiarato Miriam e Giovanni, la coppia che ha presentato ricorso al Tribunale di Firenze, e da cui ha preso il via il ricorso alla Corte Costituzionale. “Il nostro non è un capriccio, siamo colpiti in prima persona dalle patologie che potremmo, al 50%, trasmettere ai nostri figli; un tumore maligno che colpisce alla retina e che può portare alla cecità e che si unisce alla nostra infertilità. E' evidente quindi che non vorremmo fare vivere ai nostri figli la nostra stessa sofferenza. Uno degli aspetti più odiosi della intera vicenda è che hanno tentato di farci sentire in colpa perché vogliamo tutelare il diritto alla vita e alla salute dei nostri figli”.
“Noi abbiamo subito sulla nostra pelle la legge, e l'abbiamo sconfitta con due viaggi all'estero, a Istanbul, dovendo ingoiare degli amari bocconi e affrontando una spesa di oltre 20.000 euro. La nostra fatica e le nostre sofferenze l'abbiamo parzialmente dimenticate, poiché il secondo tentativo è andato a buon fine”, hanno dichiarato Sandra e Davide, una coppia portatrice di malattia genetica. “Solo con un enorme sacrificio ci siamo potuti permettere questa spesa”, hanno continuato, “ e ci sono coppie che invece sono costrette a tirarsi indietro, a rinunciare un figlio o a considerare l'orribile alternativa dell'aborto terapeutico. Quando abbiamo appreso di questa decisione della Corte abbiamo provato un enorme senso di gioia, sia per la nostra intenzione di voler allargare la famiglia, e non dover essere più costretti ad andare all'estero, ma anche per tutte le altre coppie che stanno patendo o hanno patito le sofferenze di una legge finalmente giudicata per quello che è”.

Alla conferenza stampa hanno preso parte oltre ai pazienti protagonisti della battaglia legale che ha portato al pronunciamento della Corte Costituzionale. Una battaglia condotta da un collegio nazionale di difesa costituito dall’avvocato Maria Paola Costantini di Cittadinanzattiva, dalla professoressa Marilisa D’Amico, avvocato e ordinario presso la Statale di Milano, l’avvocato Massimo Clara del foro di Milano, l’avvocato Ileana Alesso del foro di Milano e dall’avvocato Nello Papandrea del Foro di Catania I giudici di Firenze e Roma riconoscendo fondati gli elementi contenuti nei ricorsi hanno emesso delle Ordinanze con le quali hanno investito la Corte Costituzionale.


“E' solo una tappa di un lungo percorso, partito con campagne di informazione e di sostegno alle famiglie sul corretto uso della PMA, passata attraverso il sostegno ad un referendum che purtroppo non ha raggiunto il quorum”,ha dichiarato Rossella Bartolucci, Presidente di SOS Infertilità, “che oggi, con questa grande vittoria in campo legale, unico strumento rimasto a nostra disposizione contro una legge sbagliata, ha raggiunto un importante risultato. Ora proseguirà con una campagna capillare di informazione alle coppie, puntando ad un coinvolgimento delle professioni mediche coinvolte affinché attuino su tutto il territorio nazionale i contenuti della Sentenza”.



Da oggi sono già disponibili tre numeri per i cittadini interessati ad avere informazioni

800 097 999, www.sosinfertilita.net
095/7335199, www.hera.it
06/36718444, www.cittadinanzattiva.it

Fonte: Ufficio stampa di Cittadinanzattiva

martedì 17 marzo 2009

Internet e trasparenza: i nuovi poteri dei cittadini


Suggerisco un'interessante lettura.

Faith in government is rooted in transparency, and online resources are giving citizens an indispensible weapon in the arsenal of democracy.

By Ellen S. Miller
Source: USAToday

How powerful is the Internet in getting crucial safety information out to the public? In one case, that information went out 707 times per minute. That's how often, on average, people seeking information about salmonella-tainted peanut butter clicked on a website and widget sponsored by the U.S. Food and Drug Administration (FDA) over a six-week period a total of nearly 44 million hits.

This was exponentially more than the number of people who called agency hotline numbers. By typing the brand or bar code of a product into the search engine, parents everywhere could find out if the peanut butter sandwich they were putting in their kids' lunch bags that day might contain salmonella.

Yet, the peanut butter problem also shows how far we have to go to prod government to make information available to the public. This week — Sunshine Week — news organizations shed light on how the public benefits from knowing what the government is doing, and why. And the Internet increasingly can play a role in providing more information to expose crises such as the salmonella story.

Recently, the story has unfolded about how one peanut-processing company, Peanut Corp. of America, could operate in filth with poorly trained employees and ignore its own tests showing salmonella infestation. We also found out that the only way the FDA could obtain copies of those testing records was to invoke terrorism laws. If the public had access to those records online, perhaps the illnesses of 19,000 people in 43 states and nine deaths could have been avoided.

Online resources also can help explain why the FDA can't get inspection records more easily. Through OpenSecrets.org, which tracks campaign contributions and lobbying expenses, we can find out that food processing and sales companies have contributed nearly $95 million to federal candidates and parties over a decade. Those companies also spent more than $29 million last year on lobbying. The industry has often blocked efforts to strengthen FDA's authority.

The salmonella story shows the many ways we are on the cusp of pushing for a government that is truly transparent. We now have the technological tools not only to get information out to the public, but also to help expose why there's a problem in the first place.

It's no accident that President Obama has made transparency a major part of his stimulus plan. He recognizes that conveying information to the public about how their money is being spent will enhance accountability. If done well, this approach can turn passive citizens into activists who help ensure that government works. With more newspapers laying off reporters and closing their doors, the Internet is allowing others to augment the press' function in watchdogging government.

There's a mighty appetite for this information. Last September, when the House took up the $700 billion Wall Street bailout bill, House servers crashed after Speaker Nancy Pelosi posted the text on her website. When people did get their eyes on the text, they read it eagerly. Over the course of about two weeks, nearly 1,000 comments were posted on PublicMarkup.org, a site enabling the public to examine and debate legislation. Thousands of bloggers pored over the bill to find examples of earmarks, such as a reduction in taxes for wooden-arrow manufacturers.

A few years ago, bloggers known as the "Porkbusters" helped expose Alaska's "bridge to nowhere." This project to connect the tiny town of Ketchikan (population 8,900) to the even tinier Island of Gravina (population 50) cost some $320 million and was funded through three separate earmarks in a highway bill. Exposure created a huge furor and essentially stopped that earmark.

To take advantage of the full power of the Internet, there are some simple things every agency should do. All data should be made available in formats that are open, searchable and "mashable." That way, creative programmers can more easily create new ways of looking at things. For example, the EarmarkWatch.org map shows thousands of earmarks in the fiscal 2008 defense-appropriations bill layered over a map of the country.

There is also much Congress should do. For years, the Senate has refused to require members to file their campaign finance records electronically. Instead, they submit their records in paper form to the Federal Election Commission, which must then go through the laborious process of re-converting them back into electronic records at the cost of about $250,000 a year. Sen. Russ Feingold, D-Wis., recently introduced a bill that would require electronic filing. The House of Representatives has done it this way for years.

And while Congress has strengthened lobbying disclosure laws, they still don't go far enough. Lobbyists are required only to file quarterly, and then in very general terms. So ferreting out who lobbied on what and why is an exercise in "who done it" long after the fact. Lobbyists should file online daily with whom they meet and what they talk about.

A fundamental shift is beginning. Government is starting to recognize how the Internet can play a transformational role in restoring trust to its institutions and officials. And we, the people, are just beginning to imagine the ways we can use this transparency to demand more accountability.

venerdì 13 marzo 2009

Trasparenza e valutazione: accordo tra Cittadinanzattiva e Funzione Pubblica


Al via il Protocollo di intesa tra Dipartimento della Funzione Pubblica e Cittadinanzattiva: una collaborazione tra istituzioni e cittadini per la lotta alla corruzione e la valutazione civica della PA

Lavorare insieme per la promozione della cultura della legalità e della analisi civica della qualità dei servizi offerti, attraverso una collaborazione tra il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, e Cittadinanzattiva. Questo il senso del protocollo di intesa firmato questa mattina tra il Capo Dipartimento della funzione pubblica, cons. Antonio Naddeo e il segretario generale di Cittadinanzattiva, Teresa Petrangolini.
Il filo conduttore sarà rappresentato dai temi sussidiarietà, trasparenza e valutazione. Tra i diversi impegni contenuti nell'accordo, la realizzazione, in almeno 15 città italiane, di iniziative di sensibilizzazione e formazione sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione e dei bilanci comunali. Saranno sperimentate iniziative innovative di valutazione civica dell'azione amministrativa, soprattutto negli ambiti della giustizia, scuola, sanità e servizi pubblici, basate anche sul patrimonio di segnalazioni di Cittadinanzattiva ottenute dagli stessi cittadini.
Un ulteriore punto qualificante consiste nella collaborazione per la messa a sistema e valorizzazione del servizio Linea Amica.
“La collaborazione con una organizzazione come Cittadinanzattiva – dichiara il Ministro Brunetta - è di grande importanza per le iniziative che il mio Ministero ha intrapreso sulla trasparenza, la valutazione è la lotta alla corruzione. La pubblica amministrazione deve avere come obiettivo primario quello di soddisfare i bisogni dei cittadini e la loro parola è fondamentale per indirizzare l’azione amministrativa”
“L'obiettivo di questa iniziativa”, dichiara Teresa Petrangolini, “è quello di contrastare la corruzione nella PA e i fenomeni di illegalità diffusa attraverso gli strumenti della partecipazione attiva dei cittadini, la trasparenza e la valutazione civica, ambiti in cui la nostra organizzazione ha consolidato una esperienza oramai pluriennale”.

Il Protocollo è scaricabile su www.cittadinanzattiva.it

mercoledì 11 marzo 2009

Verso la biennale della democrazia a Torino


Con questo articolo segnalo un importante evento.

La Biennale Democrazia non è solo un modo di rievocare e celebrare retrospettivamente uno degli aspetti più importanti della vicenda dell’Italia unita. Vuole essere soprattutto uno strumento per la formazione e la diffusione di una cultura della democrazia che si traduca in pratica democratica, all’altezza dei problemi del momento presente. Essa concentrerà le sue iniziative in una triplice attività di diffusione e approfondimento dell’etica democratica: come habitus dei cittadini, come rispetto delle regole comuni e come consapevolezza dei caratteri della democrazia, quale ideale politico.

* La promozione della democrazia come habitus implica la diffusione, anche nella pratica, di modelli comportamentali basati, a titolo d’esempio, sulla definizione e assunzione pratica di criteri di giustizia validi in generale; sulla cura e la messa in comune dei diversi talenti di cui ogni individuo è dotato; sullo spirito del dialogo e dell’uguaglianza; sulla apertura, curiosità e disponibilità alla “contaminazione” nei riguardi delle identità culturali diverse; sull’atteggiamento critico nei confronti delle proprie assunzioni di partenza e sulla capacità di apprendimento da quelle altrui; sull’atteggiamento sperimentale, disposto ad apprendere dai propri errori; sull’assunzione delle responsabilità che conseguono all’applicazione del principio maggioritario, tanto da parte di chi sta con la maggioranza quanto da parte di chi risulta minoranza; sull’atteggiamento altruistico e sull’onestà comunicativa, attraverso una speciale attenzione alla precisione, alla comprensibilità, al carattere non violento e non suggestivo del linguaggio impiegato. Si immagina che questa attività di promozione, anche attraverso esperienze di coinvolgimento pratico, si indirizzi naturalmente, e in primo luogo, là dove si formano i cittadini della democrazia di domani, cioè alle scuole. Ma la pratica della democrazia potrà essere promossa altresì attraverso l’organizzazione di esperienze pratiche di “democrazia deliberativa” nei più diversi ambiti, nelle quali coinvolgere persone motivate, competenti e responsabili, al fine di promuovere modelli di partecipazione qualificata alle scelte collettive.
* L’esigenza di rispetto delle regole comuni sarà oggetto di un programma diffusivo, rivolto non solo a sollecitare la presa di coscienza del valore della legalità, come condizione-base di una vita civile, politica e amministrativa il più possibile liberata da prepotenze, inganni, favoritismi e ingiustizie, ma anche a promuovere la partecipazione e il controllo, circa il corretto uso dei poteri pubblici e privati, incidenti sulla vita collettiva dei cittadini. Anche a questo proposito, si potranno promuovere esperienze di partecipazione-controllo a diversi livelli e nei diversi settori della vita collettiva.
* La democrazia come ideale politico sarà l’oggetto di un programma di lezioni e conferenze dedicate innanzitutto alle dottrine democratiche, alla storia delle loro realizzazioni, dei loro fallimenti e tradimenti, ai problemi e alle sfide di fronte ai quali essa si trova nel mondo contemporaneo, con l’attenzione rivolta non solo alla dimensione immediatamente politica della democrazia. Tutti gli aspetti della vita collettiva, infatti, si prestano e richiedono di essere presi in considerazione dal punto di vista della democrazia: a titolo d’esempio, i caratteri delle strutture urbane e architettoniche e le maniere di viverle; i modi di organizzazione del lavoro e la tutela dei lavoratori, le istituzioni culturali, a iniziare da quelle scolastiche; i sistemi di informazione e comunicazione; i rapporti che si dicono “di genere”; i modi di convivenza interindividuale. La democrazia è diffusiva di sé; la si può cercare in tutti i rapporti sociali e la si può trovare usando tutti i mezzi della comunicazione sociale: non solo quindi lezioni e conferenze, ma anche spettacoli cinematografici, teatrali e musicali ai quali ci si rivolgerà ugualmente, non solo per raggiungere un pubblico il più vasto possibile, ma anche per toccare uno spettro di tematiche il più ampio possibile.

Le iniziative di cui ai punti indicati, pratiche e teoriche, saranno integrate. In particolare, quelle da svolgersi nelle scuole e in luoghi di esperienze concrete dovranno avere anche un valore propedeutico a quelle di tipo teorico; ma anche il contrario: la trattazione dei temi della democrazia in teoria potrà avere ricadute nella dimensione pratica.

Questo programma si svilupperà negli anni. Con cadenza biennale, a iniziare dall’aprile del 2009, si concentreranno le iniziative “visibili”, di maggiore richiamo e coinvolgimento sociale; ma il periodo di tempo intermedio non sarà un tempo passivo e muto, poiché sarà dedicato a promuovere esperienze e riflessioni diffuse capillarmente nel tessuto della città e della regione, così come una teoria e una pratica democratiche richiedono.

Gustavo Zagrebelsky
Presidente Biennale Democrazia
Fonte: www.biennaledemocrazia.it

martedì 10 marzo 2009

Volontari per la sicurezza: alcune esperienze italiane tra dubbi e opportunità


Grazie all’assiduo impegno dell’Osservatorio Media di Labsus.org, straordinariamente impegnato in questa ricerca oltre i limiti della sussidiarietà, siamo riusciti a tracciare una mappa dei principali profili che il fenomeno sta assumendo nel nostro paese.

Ad essere analizzati sono stati, come già in parte anticipato, quotidiani locali e nazionali, siti internet e altre fonti di vario tipo. I criteri utilizzati nella classificazione si basano principalmente sulle caratteristiche dei cittadini attivi che aderiscono alle ronde e sul rapporto che essi intrattengono con i soggetti pubblici o con i partiti.

Il risultato: una polarizzazione dei casi attorno ad alcuni profili-tipo di ronda, a cui si aggiungono esperienze ben al di fuori della legalità.

Congedati impegnati

Al primo profilo appartengono le ronde composte da ex membri delle forze dell’ordine, su iniziativa o in collaborazione con gli enti locali: è questo il caso dell’esperienza di Viareggio, dove il sindaco ha stipulato un accordo con dei bersaglieri a riposo che pattugliano le strade e disincentivano la microcriminalità.

L’utilizzo di ex militari a riposo, quindi di persone con esperienza nel campo della sicurezza, è alla base del Gruppo volontari per la sicurezza istituito ad Assisi dal Comune nel 2004. In entrambi i casi i volontari non intervengono direttamente, ma sono dotati di apparecchi con cui contattare le forze dell’ordine.

Un aspetto del caso di Assisi è però degno di nota: le ronde, avviate su richiesta degli ordini religiosi presenti nella città, sono una parte del più generale progetto di riqualificazione degli spazi urbani e dell’illuminazione cittadina.

A Savona sono poi attivi i nonni civici, impegnati in prossimità delle scuole o di giardini e parchi.

Quando il Comune chiama

Non sono poche le esperienze nelle quali il coinvolgimento di semplici cittadini e pensionati è richiesto dagli stessi sindaci. In questi casi i volontari intraprendono percorsi di formazione, vengono dotati di cellulari e segni di riconoscimento, agiscono in stretto coordinamento con la polizia locale.

Fanno parte di questa modalità di collaborazione tra ente pubblico e privati numerosi casi già riportati da Labsus, si veda sopra tutte l’esperienza di Borgo Panigale (BO). Questa chiamata dei cittadini assume varie declinazioni: monitoraggio di discariche abusive, disincentivazione della microcriminalità, attenzione alla vita di quartiere, e così via.

A Torino si assiste dal 1998 a una collaborazione tra Comune e Coordinamento comitati spontanei torinesi, impegnati a sorvegliare alcune aree a rischio della città. Altre esperienze si possono vedere a Capriata d’Orba (AL) e a Traversetolo (PR), dove pensionati vigilano su giardini pubblici e luoghi affollati.

Volontari di strada

I più conosciuti sono i City Angels, attivi in Italia dal 1994. Sono associazioni di volontari che tra vari impegni in ambito sociale (assistenza a anziani, immigrati, senzatetto, tossicodipendenti) girano per le città segnalando situazioni di disagio e di emarginazione.

A differenza di molti partecipanti alla ronde, gli iscritti alle associazioni frequentano corsi di formazione e possiedono nozioni basilari in primo soccorso, alcolismo e tossicodipendenza.

Oltre alle esperienze milanesi, si segnalano quelle di Napoli, Bologna, Bergamo, Pescara e Livorno.

Noi facciamo da soli

Tv e giornali ne parlano, e le ronde diventano una realtà. Gruppi autogestiti si moltiplicano in tutto il territorio nazionale. Impossibile mapparli tutti: non esistono dati a causa del loro carattere spontaneo ed estemporaneo, ed inoltre non operano in collaborazione con gli enti locali.

Per la maggior parte si tratta di residenti che organizzano ronde a seguito di furti e rapine, come avviene a Fiumicino. Un caso eclatante si segnala a Bari, dove a seguito di gravissimi atti di bullismo nelle scuole diversi genitori, coordinati da un’associazione civica e dotati di moto, binocoli e Gps, hanno deciso di pattugliare il territorio e le discoteche.

Si segnalano inoltre diversi casi in provincia di Macerata e di Ancona già interrotti per intervento diretto del Prefetto.

I militanti

La bandiera della sicurezza ha un colore: aumentano al Nord le ronde politicizzate. Lega (presente con la rete Veneto Sicuro), Fiamma Tricolore e Azione Giovani creano propri gruppi di sorveglianza del territorio a Torino, Lodi, Milano, Udine, Trieste ed in altre realtà di provincia.

A Treviso la Lega collabora con la Protezione Civile nel pattugliamento del territorio fin dallo scorso dicembre. Il fatto che una struttura pubblica venga utilizzata da un partito, oltre a sollevare numerose polemiche, ha portato ad un’interrogazione parlamentare sul caso. Pur non vietandola, la Procura ha comunque definito inopportuna l’esperienza.

Altra iniziativa promossa dalla Lega è Genova sicura, che opera in coordinamento con le forze dell’ordine ma senza accordi con il Comune. Caravaggio, definita dai quotidiani spagnoli El Pais e El Mundo “la città più xenofoba d’Italia”, ospita invece una ronda di volontari di area leghista integrata da poliziotti in pensione ed ex-militari.

E anche qui non mancano le varianti originali, come le ronde rosa a Roma, composte esclusivamente da donne su iniziativa de La Destra. E si potrebbe continuare a lungo.

Una fotografia fuori fuoco

Ma una divisione netta tra le modalità sopra descritte è spesso faticosa, i confini sono sfumati: iniziative nate spontaneamente possono poi trovare l'appoggio delle forze dell'ordine - è il caso di Albissola (SV) - o si può assistere all'infiltrazione politica in gruppi inizialmente autogestiti. In alcuni casi il Comune si trova a dover dialogare con esperienze molto diverse. Recentemente a Padova la presenza simultanea di più ronde (una delle quali composta da soli extracomunitari) ha provocato una confusione tale da richiedere l’intervento straordinario delle forze dell’ordine.

Ma i casi descritti fin qui non restituiscono la completezza del quadro. La paura percepita e la sensazione di uno Stato assente arrivano a spingere alcune persone a cercare una giustizia privata. Il fenomeno non è nuovo, come mostra il caso di Fiuggi. E i casi di aggressioni armate riportate dalla cronaca recente sono tristemente troppi: a Torino sono state arrestate recentemente cinque persone che partecipavano a raid armati ai danni di tossicodipendenti. Nell’estrema periferia sud di Roma si registrano numerose imboscate ai danni di membri delle comunità rom, non quantificabili per il timore dei clandestini di denunciare le violenze subite.

Quello che resta al termine di questa breve inchiesta è una fotografia ancora fuori fuoco: si intuiscono le figure, ma non si delineano i contorni.

di Alice Lombardi e Filippo Ozzola
Fonte: Labsus.org

venerdì 6 marzo 2009

I beni confiscati ai mafiosi non andranno più alla società civile


Il governo modifica la destinazione dei beni sottratti alle mafie. Non tornano più alla società civile, ma sono dirottati ai ministeri e alle spese correnti, tramite aste pubbliche. Si tratta di una norma frettolosa e incoerente sotto il profilo giuridico. E' inefficiente dal punto di vista economico e amplia l'area di illegalità perché incentiva i mafiosi a cercare prestanomi in ambienti sempre più allargati. E i ricavi per lo Stato potrebbero essere davvero minimi. La logica sembra quella di sottrarre sequestri penali e misure di prevenzione al controllo del giudice.

L’aggressione ai patrimoni mafiosi è sicuramente il percorso vincente per la lotta alla criminalità organizzata. Ma colpire le organizzazioni criminali nella loro principale ragione d’essere - i redditi e i patrimoni - suscita il loro interesse, nel tentativo di appropriarsene nuovamente tramite i curcuiti collusivi e di prestanomi di cui queste organizzazioni si servono.
Questa considerazione, unita all’idea di restituire le risorse alla società civile a cui erano state tolte, ha per anni costituito la base della scelta di destinare alla comunità i beni sottratti alle mafie. Lo stesso ministero della Giustizia afferma: “In effetti la elevata concentrazione di beni oggetto dei sequestri e delle confische perché nelle disponibilità di appartenenti alle organizzazioni criminali nelle aree dell'Obiettivo 1 ha posto in evidenza come la sicurezza, intesa come condizione ed insieme effetto dello sviluppo economico e sociale, sia strettamente legata alla percezione sociale della effettiva pratica della legalità. In tal senso il valore anche simbolico dell'immediato uso sociale dei beni stessi, reso possibile dalla sistemazione dei loro elementi identificativi, diventa elemento cruciale nella affermazione di una nuova cultura libera da sudditanze rispetto alle ideologie criminali”. (1)
Recenti interventi dell’esecutivo, per motivi di bilancio o per togliere giurisdizionalità al sequestro di beni in generale, hanno di fatto delegittimato l’impianto dell’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali faticosamente costruito.

IL FONDO UNICO GIUSTIZIA

Come si è arrivati al “Fondo unico giustizia”? E di che cosa si tratta?
Il 27.10.2005 viene costituita Equitalia spa partecipata da Agenzia delle Entrate, cioè ministero dell’Economia, e altri. La società effettua la riscossione a livello nazionale di ogni forma di tributo, imposta, contributo: gestisce in regime privatistico fiumi di risorse finanziarie pubbliche. Il 28.4.2008 viene costituita Equitalia Giustizia spa, con Equitalia come socio unico. Gestisce in regime privatistico, fra l’altro, tutte le risorse afferenti al cosidetto “Fondo unico giustizia”: sono tutte le somme liquide o comunque investite sotto qualsiasi forma in prodotti bancari o finanziari sui quali è stato pronunciato un sequestro penale o per misure di prevenzione o che siano state sottoposte a confisca nei medesimi procedimenti,e addirittura le somme confiscate a società a seguito di provvedimenti giudiziari riguardanti le violazioni in materia di modelli organizzativi aziendali (responsabilità penale dell’impresa). Viene disposto che ciascun terzo delle risorse finanziarie intestate al “Fondo unico giustizia” vengano destinate al ministero dell’Interno, al ministero della Giustizia e all’entrata del bilancio dello Stato. (2)
La nuova normativa impone alcune riflessioni.
In primo luogo, appare formulata in maniera assai frettolosa tenuto conto non solo delle molte imprecisioni e improprietà nella terminologia adottata. In particolare, si rileva un’inconcepibile confusione nell’accostamento o accomunamento fra l’istituto del sequestro e quello della confisca. Il provvedimento di sequestro, sia esso per misure di prevenzione o penale, ha natura temporanea e conclude la sua vita solamente a seguito della pronuncia definitiva dell’autorità giudiziaria competente che vi ha dato luogo. La confisca invece, se coperta da giudicato, assume il carattere della definitività da cui consegue il diritto dell’Erario di appropriarsi del bene.
Inoltre, il trasferimento delle disponibilità in sequestro al “Fondo unico giustizia” in costanza di sequestro determinerebbe una considerevole incoerenza giuridica, ancorché la norma preveda la possibilità di rimborso nel caso in cui il sequestro debba concludersi con la sua revoca. Ciò produrrà un ingente contenzioso con richieste di onerosi risarcimenti per il danno subito. Inoltre, la norma appare nettamente in contrasto con l’articolo 2 ter legge 575/65: l’amministratore giudiziario deve amministrare i beni in sequestro, ivi comprese le somme di disponibilità finanziarie, incrementandone il patrimonio e il loro rendimento. Tutto ciò non potrà avvenire se le disponibilità verranno sottratte alla gestione dell’amministratore giudiziario.
La norma presenta anche profili di incostituzionalità. E infatti proprio per effetto della confusione concettuale e terminologica tra sequestro e confisca, al legislatore è sfuggito che, fino al provvedimento che in via definitiva disponga la confisca, il soggetto destinatario del sequestro penale o per misura di prevenzione, non è affatto espropriato dei beni ma solamente spossessato; è quindi in netto contrasto con l’articolo 42 della Costituzione la norma che azzera il diritto di proprietà al di fuori di un provvedimento giurisdizionale avente autorità di giudicato (la confisca definitiva) senza neppure la previsione dell’indennizzo.
L’amministratore giudiziario molto spesso utilizza le disponibilità liquide ottenute con il sequestro e quelle derivanti dalla locazione degli immobili pure sotto sequestro, per provvedere a opere di manutenzione o per il pagamento delle tasse e imposte dovute, come Ici, Irpef, Imposta registro. Nel caso di trasferimento delle somme, le imposte rimarranno non pagate e gli immobili non vedranno crescere il loro valore patrimoniale per effetto della mancata manutenzione.
Ancora più grave è la questione del trasferimento al “Fondo unico giustizia” delle disponibilità finanziarie relative ad aziende in piena attività. In questo caso, risulta di fatto impossibile mantenere in vita l’azienda, con danno per gli occupati e per il mercato privato di una parte dell’attività economica costituita dall’azienda in sequestro che, benché possa essere il frutto di illeciti arricchimenti, in prospettiva, esercitate tutte le attività di bonifica aziendale, potrà entrare di diritto nell’economia sana del territorio. L’applicazione della normativa porterà inevitabilmente al fallimento della società amministrata per insolvenza procurata dalla privazione delle proprie finanze. Nel migliore dei casi, ove il valore dei beni aziendali sia sufficiente a coprire il passivo, le aziende potranno essere poste in liquidazione. Ma sorge sempre il dubbio che, nel corso della fase liquidatoria, il “Fondo unico giustizia” possa pretendere che le somme rinvenienti dalla vendita dei beni e destinate al pagamento dei debiti, vengano trasferite anch’esse. Anche in questi casi l’eventualità che il sequestro venga revocato, cosa che si verifica non di rado, non potrà che arrecare grave danno al legittimo titolare dell’azienda, che nel frattempo sarà stata dichiarata fallita o avrà concluso la propria liquidazione.

LA SOCIETÀ CIVILE PERDE TRE VOLTE

L’esecutivo ha scelto di modificare la destinazione dei beni sottratti alle mafie, orientandoli ai ministeri e alle spese correnti, tramite aste pubbliche. ネ chiaro che gli stessi meccanismi con cui i mafiosi si aggiudicano appalti pubblici sono utilizzati anche in questi casi per riappropriarsi di “propri” beni sequestrati. Emergono alcune considerazioni da questa scelta di nuova destinazione di beni sequestrati o confiscati. In primo luogo, la comunità ha subito tre tipi di perdite sullo stesso bene: 1. sottrazione del bene alla economia legale, 2. costi di indagini - umani, materiali e di tempo - per recuperarlo e mantenerlo, 3. (con l’ultima scelta dell’Esecutivo) costi di nuove indagini per recuperare nuovamente tale bene. Quindi, abbandonare uno dei principi che aveva guidato il ritorno alla comunità dei beni sottratti ai mafiosi non sembra una scelta particolarmente efficiente né favorevole alla “rule of law”. In secondo luogo, questa scelta incentiva i mafiosi a cercare ulteriori prestanomi in ambienti (fisici o relazionali) sempre meno vicini a quelli originari del mafioso, i cui contatti usuali sono presumibilmente già stati individuati nelle indagini che hanno portato alla prima confisca o al primo sequestro: si favorisce così un ampliamento dell’area di illegalità. In terzo luogo, gli accordi illegali o gli atteggiamenti collusivi dei mafiosi con prestanomi fanno sì che la stessa asta non porti alla massimizzazione del ricavo per l’offerente, come è usuale nell’asta all’inglese, anzi si può facilmente prevedere che le offerte porteranno alla minimizzazione dell’esborso per i prestanome dei mafiosi. Ne segue che i ricavi per lo Stato potrebbero essere davvero minimi, prossimi ai prezzi di riserva, se questi sono stati posti, oppure a cifre quasi nulle in caso di prezzo di riserva pari a zero. Infine, questo supplemento di operazioni a parità di risorse degli organismi di contrasto non può che ridurne l’efficienza complessiva, a meno di un proporzionale aumento di produttività di tutti i pezzi della macchina repressiva alla stessa velocità con cui tali norme vengono introdotte; il che pare improbabile visto che fautore di tale miglioramento dovrebbe essere lo stesso esecutivo (inistero della Giustizia), che è responsabile della scadente gestione della macchina amministrativa della giustizia.
Non è dunque comprensibile lo spirito con il quale il governo abbia affrontato l’argomento. C’è da ipotizzare che abbia voluto porre in essere il primo tassello per togliere giurisdizionalità ai sequestri penali o per misure di prevenzione, sottraendoli al controllo del giudice per porli invece sotto il controllo del governo medesimo.

di Marco Arnone e Elio Collovà
Fonte: lavoce.info



(1)Ministero della Giustizia: http://www.giustizia.it/ministero/struttura/sippi_bis.htm
(2)Il ministero della Giustizia ha diramato le istruzioni operative per l’applicazione della riforma e indicazioni procedurali e organizzative relative a tutte le risorse che devono affluire al “Fondo unico giustizia”. Nelle stesse si fa riferimento alle somme che dovranno eventualmente essere restituite agli aventi diritto anche nel caso di revoca di sequestro: “La riforma normativa prevede che affluiscano a tale fondo, tra l’altro, le somme di denaro sequestrate e i proventi derivanti dai beni confiscati nell’ambito di procedimenti penali o per l’applicazione di misure di prevenzione, che saranno gestiti e successivamente riversati agli aventi diritto o allo Stato dalla società Equitalia Giustizia”. Dunque, nel caso in cui il provvedimento di sequestro, dovesse concludersi nel merito con una revoca, Equitalia Giustizia dovrà farsi carico di restituire (sic!) agli aventi diritto le somme a suo tempo incamerate. Non è dato di sapere come e in che misura verranno restituiti anche gli interessi che ne sarebbero derivati e di cui non si può negare il diritto a riceverli da parte dei legittimi titolari, che tali sono in quanto affrancati da decreto coperto da giudicato definitivo.

giovedì 5 marzo 2009

Votiamo per una carta europea dei diritti del malato


Sul sito delle Consultazioni europee dei cittadini continua la raccolta di proposte. Oggi ricordiamo il tema dei diritti del malato.
Ritengo che l'Europa debba essere capace di recepire quanto emerge dalla società in merito alla promozione e la tutela dei diritti. Una delle cose che mi aspetto dal nuovo Parlamento è l'approvazione della Carta europea dei diritti del malato che è nata dal basso ad opera di organizzazioni civiche dei paesi membri. Sarebbe un buon modo per dare alcuni criteri comuni nella gestione della salute pur in presenza di sistemi sanitari differenti.
La Carta europea dei diritti del malato è stata scritta nel 2002 su iniziativa di Active Citizenship Network, in collaborazione con 12 organizzazioni civiche dei Paesi dell’Unione
europea. Essa proclama 14 diritti dei pazienti che, nel loro insieme, mirano a garantire un “alto livello di protezione della salute umana” (articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) assicurando l’elevata qualità dei servizi erogati dai diversi sistemi sanitari nazionali in Europa.
I 14 diritti sono una concretizzazione di diritti fondamentali e, come tali, devono essere riconosciuti e rispettati in ogni Paese; essi sono correlati con doveri e responsabilità che sia i cittadini che gli altri attori della sanità devono assumere. La Carta si applica a tutti gli individui, riconoscendo il fatto che le differenze, come l’età, il genere, la religione, lo status socioeconomico ecc., possono influenzare i bisogni individuali di assistenza
sanitaria.