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giovedì 23 gennaio 2014

Renzi e gli '88 folli' della palude proporzionale


Mancano ormai pochi mesi al duello finale tra Renzi e Berlusconi. E come in ogni film western (o marziale, fate voi) che si rispetti, i due contendenti si punzecchiano, si incrociano, si incontrano, si parlano, si provocano, si sfidano. E, soprattutto, scelgono insieme le armi per affrontare l’ultima scena mortale. Ciascuno di noi ha in mente un film del genere. Con scena finale d’ordinanza. Come, per esempio, quella del celeberrimo Kill Bill di Tarantino. Lì, i due sfidanti - Beatrix Kiddo, la ‘Sposa’, interpretata da Uma Thurman, e, appunto, Bill, interpretato da David Carradine – si cercano per tutta la durata del film e, alla fine, conversano a lungo prima di affrontarsi nell’improvviso e fulmineo duello finale.

La politica italiana, impostata su partiti burocratici e oligarchici, rifiuta da sempre questo schema binario costruito intorno ai leader. Uno schema che è, viceversa, il più diffuso nelle democrazie occidentali, pur con varie gradazioni. Il Porcellum è servito anche a questo: mettere fine al tentativo bipolare di una democrazia matura. Non ha impedito ai cittadini soltanto la scelta del singolo candidato. Ha fatto peggio: ha impedito loro la possibilità di scegliere un governo efficace e responsabile, ha reso il sistema politico-istituzionale incapace di decidere, annegando il paese nella palude delle larghe intese.

venerdì 1 novembre 2013

Renzi e le frecce (spuntate) di Freccero


Tocca a Carlo Freccero, questa settimana, interpretare il duplice ruolo di custode dell’identità (presunta) della sinistra e di castigatore del sindaco di Firenze. Prima nel corso di Piazza pulita, poi con un editoriale sul Manifesto, l’autore e manager televisivo mette in fila le classiche trite tesi per distruggere l’eretico bimbaccio (talmente trite che nemmeno sente la responsabilità di spiegarle). Peraltro, in aperta contraddizione tra loro (per esempio, Renzi sarebbe allo stesso tempo berlusconiano, democristiano e “americano”). Così, criticare le cinque tesi di Freccero vuol dire, di fatto, criticare la posizione di quella sinistra dogmatica che oggi si sente minacciata dall’onda della Leopolda.   

1 - Renzi è il nuovo Berlusconi
I motivi? Sono tre: continuità di programmi e contenuti, comunicazione senza contenuti, linguaggio generalista e inclusivo. Si tratta di argomenti infondati.
Intanto, la capacità di avere un linguaggio inclusivo non è un macchia, bensì un pregio per un leader che deve avere la capacità di conquistare la fiducia e le preferenze dei cittadini: per chi immagina di rivolgersi soltanto ai fedeli della propria parrocchia questo ovviamente è un problema.
Quanto alla comunicazione è veramente ardito rinvenire continuità tra l’impero economico-mediatico di un tycoon che ha corrotto e acquistato tutto ciò che si trovava davanti (compresi i magistrati) e un bimbaccio che ha commesso tutt’al più il tremendo peccato di aver partecipato in gioventù alla… Ruota della fortuna (questa sì che è continuità!).
E i contenuti? Da una parte, c’è un ventennio costruito sulla finta guerra antipolitica, sull’immobilismo, sulla difesa delle corporazioni e sul colbertismo economico. Questo ventennio ha prodotto l’ulteriore aumento della spesa pubblica e del debito pubblico facendo dell’Italia il paese più impreparato di fronte alla crisi. Dall’altra, un giovane amministratore che vuole ridare fiducia alla politica – forse la cosa più di sinistra di questi tempi, ha notato nel suo blog su L'Espresso, Marco Damilano – e, allo stesso tempo, ha fondato tutta la sua vicenda sulla rottamazione, espressione rozza certo, ma che esprime quella radicale domanda di trasformazione e di ricambio (anche generazionale) che in Italia è ormai “il” tema per eccellenza: basterebbe chiederlo alle imprese che muoiono ogni giorno, abbandonate o vessate dallo stato che le dovrebbe mettere in condizione di lavorare o ai giovani disoccupati italiani che oggi rappresentano il 40 per cento della popolazione giovanile potenzialmente attiva, una cifra semplicemente pazzesca per un paese che sta ancora tra le 10 economie più importanti del pianeta.
La domanda di Freccero - “con Renzi finisce il berlusconismo?” – in verità andrebbe formulata diversamente. Semplicemente, in questo momento di crisi del berlusconismo, la sinistra può cogliere l’occasione giusta per quella evoluzione che avrebbe dovuto già realizzare con la fine dei blocchi e della Prima Repubblica. E che ha rimandato di venti anni a causa dell’apparizione del Cavaliere. Con la decadenza di Berlusconi ha finalmente l’occasione per farlo. E Renzi rappresenta proprio quell’ulivismo che le oligarchie sono riuscite finora a boicottare.

2 - Renzi è un sempliciotto ma i problemi sono complessi
Il “benaltrismo” è uno dei tic più tipici della sinistra classica. Appena qualcuno pensa di poter affrontare e risolvere un problema con soluzioni chiare ed efficaci suona l’allarme. Anche grazie a questo tic abbiamo l’amministrazione pubblica più inefficace e improduttiva del mondo occidentale, la classe dirigente più vischiosa e inutile, le istituzioni perennemente incapaci di decidere. In compenso abbondiamo di consulenti e consiglieri del principe, di intellettuali organici e di complemento, di gente incapace di risolvere problemi ma abilissima nel moltiplicarli, di professionisti del piagnisteo del tutto disinteressati dalla ricerca delle soluzioni. Plotoni di politicanti e intellettuali inutili che fanno mille convegni contro il liberismo selvaggio e la globalizzazione perché così è sempre colpa di qualche nemico esterno e la coscienza è salva. Ecco, del Freccero diffuso che vive nel corpo della sinistra italiana proprio non se ne può più. E Renzi ha solo la responsabilità, ad oggi, di averlo capito benissimo.

3 - Renzi non è di sinistra
Il sofisma di Freccero è “perfetto” (quasi come il delitto): “Renzi dice che se la sinistra non cambia è di destra. Ma se la sinistra cambia diventa destra”. Chi ha ascoltato o letto le parole del sindaco di Firenze può trovare una spiegazione più seria e meno rocambolesca. Non sono in discussione i valori e i principi, ma il modo in cui questi devono essere realizzati in questo tempo e gli strumenti adatti per farlo. Non è detto, per esempio, che in questa fase storica possa essere utile un’economia pianificata dallo Stato, né un illimitato aumento della spesa pubblica e della tassazione: chi la pensa così sarà anche di sinistra, ma è fuori dalla storia e dalla realtà e contribuisce a impoverire ulteriormente proprio quelli che vorrebbe aiutare. Continuare a pensare che le imprese siano ancora il nemico quando è grazie all’azione di piccoli e grandi imprenditori che la vita è migliorata per tutti, anche per i più poveri, è follia. Pensare che la meritocrazia non sia una cosa di sinistra significa tra le altre cose, per esempio, continuare a condannare i nostri giovani ad essere i meno preparati d’Europa. Questa devastazione, purtroppo, non è solo responsabilità del berlusconismo, ma anche della sinistra conservatrice. Gli esempi potrebbero continuare. E confermerebbero che l’argomento di Freccero è capzioso, il solito frutto di uno schema dogmatico.

4 - Renzi è l’erede della Democrazia cristiana
Pensiamo a Freccero e riusciamo a immaginare che cosa significhi per lui la Democrazia cristiana: la politica dei sussurri e delle allusioni, delle eterne e ripetitive liturgie parlamentari, dell’eterno rinvio di decisioni divisive, della perenne ricomposizione di equilibri e compromessi. E tutto questo sarebbe Renzi? E come fa tutto ciò a conciliarsi con l’eredità del berlusconismo? No, davvero, non si può andare oltre: viene proprio da ridere di fronte alla complessità di queste analisi.  

5 - Renzi vuole fare l’amerikano
Infine, dice Freccero, la Leopolda ricorda le presidenziali americane. E allora? Qui siamo proprio nel campo dei tabù: non si vede perché debba sconvolgere tanto il fatto di ispirarsi ad una democrazia – quella americana – che è tra le più antiche e solide del mondo, capace di garantire da sempre l’alternanza e l’efficacia dei governi. Dovrebbe sapere, poi, Freccero, che la tecnica dei tavoli rotondi tematici è uno sperimentato metodo di partecipazione adottato normalmente nelle consultazioni europee e internazionali: basta frequentare una qualsiasi assemblea organizzata da una ong o dalle istituzioni comunitarie. Infine, la classica critica al ‘fare’. Ennesimo tic di una intelligencija verbosa, da sempre disinteressata ai risultati concreti per i cittadini e affezionata solo ai proclami.


Per concludere: è giusto criticare Renzi, sia come sindaco sia come candidato. Anzi, il bimbaccio sarà sempre più criticabile man mano che cresceranno la sua esposizione e le sue responsabilità. Ma la critica fatta soltanto sulla base di pregiudizi antropologici e ideologici non aiuterà nessuno, tranne quelli che vogliono congelare il paese e la sinistra per altri vent’anni.


@vittorioferla

martedì 9 aprile 2013

Renzi al Pd: basta col disprezzo per gli italiani

L’intervista di Aldo Cazzullo a Matteo Renzi - Corriere della Sera di giovedì scorso - ha fatto deflagrare definitivamente il conflitto interno al Partito democratico. E aiuta a capire molto della filosofia del sindaco di Firenze. La wordcloud elaborata da Voleteilmiovoto lancia diverse parole chiave utili a questo fine.



La prima emergenza è il “tempo” (purtroppo legato alla “politica”).
Più volte Renzi lancia la bomba: “E la politica perde tempo. (…) Ma questo alimenta l'antipolitica”, “qui invece si punta a prendere tempo”, “qui si sta facendo melina”. Insomma, bisogna “smettere di fare melina”: Renzi chiede di rendere “utile questo tempo”. La responsabilità è della politica alla quale si chiede uno scatto d’orgoglio: “Rivendico il diritto alla dignità della politica, che è una cosa seria”. In verità, non si tratta di una banale lamentazione. E sarebbe riduttivo piegarla ad una mera faida di partito. Da queste parole sembra emergere qualcosa di più: la consapevolezza che il blocco della politica è esattamente il motivo per cui il paese è fermo, sia sul piano della crescita economica che dello sviluppo sociale.

giovedì 28 marzo 2013

Silvio c'è. Bersani non può più fingere di non vederlo

Ormai chiuse le consultazioni per il nuovo Governo. Fin dall’inizio di questa fase, Pierluigi Bersani ha detto no ad accordi con il Pdl, sostenuto da tutto il suo partito (almeno ufficialmente).



Ma la manifestazione di sabato scorso, 23 marzo 2013, in Piazza del Popolo a Roma è servita per lanciare un messaggio chiaro: Silvio c’è. Leggiamo, allora nelle pieghe del discorso del leader (con la wordcloud di Voleteilmiovoto).

L’appello al popolo – un classico del discorso berlusconiano – la fa da padrone. Il mainstream del comizio si coglie nelle parole “popolo”, “Italia”, “italiani”, “paese”, “insieme”. Il popolo per Berlusconi è da sempre il richiamo ad un rapporto organico e diretto con il leader. Il popolo è quello italiano, ma è anche quello delle libertà. Il richiamo costante e sistematico al popolo è la ragione per cui il soggetto politico guidato da Berlusconi viene assegnato alla famiglia dei populismi. Ma non è questo il punto. Il richiamo di sabato scorso al popolo, all’Italia, al paese, stavolta, non pare soltanto il classico schema per galvanizzare le truppe. Pare piuttosto un messaggio a chi ha in mano – almeno per ora - il pallino della formazione del governo. Il messaggio è: noi siamo il “partito italiano” (quello che si diceva della Democrazia cristiana). Qualsiasi cosa si faccia senza di noi, si fa escludendo il popolo italiano.

domenica 3 marzo 2013

Storia di una sconfitta: anche la rete condanna il PD



Perché ha perso il Partito Democratico? È una delle domande più frequenti in questi giorni di commenti postelettorali. La valanga di analisi – non soltanto quelle delle firme autorevoli, ma anche quelle degli amici di Facebook – ci sommerge.
Tra le tante, merita un commento il lavoro degli analisti di BuzzDetector che hanno setacciato circa 600 conversazioni in rete (avvenute prima delle elezioni, tra Novembre e Febbraio) relative ai punti di debolezza del PD. Un lavoro molto utile perché la ‘rete’ - anche se in Italia siamo ancora agli albori del fenomeno - può diventare un luogo cruciale per il posizionamento e la raccolta del consenso delle forze politiche.

Da queste conversazioni sono emersi 13 giudizi ricorrenti che illustrano bene le cause della sconfitta. Gli utenti della rete di questo PD dicono:
1. non è il mio PD
2. è un partito che ha paura di perdere
3. è il partito di Rosi Bindi
4. è il partito della lepre, della war room e dello smacchiamolo, smacchiamolo
5. è un partito che si allea con chiunque per lo status quo
6. è un partito senza una strategia
7. non sa che lavoro faccio
8. ha avuto paura di andare al governo
9. non è in grado di garantire i diritti civili del fine vita, coppie di fatto
10. si è fermato alle Frattocchie
11. si presenta con il Berlusconi della sinistra
12. non ha orgoglio
13. “prima vinciamo e poi decidiamo come fare”
In queste ore in cui i lamenti di dolore si mischiano già al rimpallo di responsabilità e alle autocritiche consolatorie, questi giudizi appaiono crudi e crudeli, ma fondamentali per chi vorrà farne buon uso.

1. I signori ‘tentenna’
I dirigenti del PD non sanno cosa vogliono. Totale mancanza di linea. Non una proposta. Più volte Bersani, nei colloqui privati e nelle interviste pubbliche, ha confessato: le cose si fanno e poi si dicono. Una frase che a molti militanti può apparire espressione di grande tempra morale e di ineccepibile serietà. Ma che in rete – e soprattutto nelle urne – non è bastata ai tanti elettori legittimamente in cerca di chiarezza strategica e programmatica. L’assenza di un timone è diventata via via palpabile e insopportabile.
Il PD non è riuscito a scegliere: prima ha abbracciato Vendola e il Psi (che insieme non arrivano al 4 per cento) senza misurarsi con iscritti e delegati; ha blandito Renzi per delegittimarlo e poi scaricarlo; ha sostenuto Monti per poi diffidarne. Ha cercato di farsi troppi amici, ricavando sguardi obliqui e perplessi. Avrebbe dovuto con coraggio sposare un progetto: ha rifiutato quello liberaldemocratico, ha lambito quello socialdemocratico ma non troppo sospettando (a ragione) che fosse senza sbocco, ha schivato la rabbia popolare e la domanda di democrazia diretta raccontandosi la storia del populismo.
Ma c’è di più. Perché, nel tempo, il Partito democratico è diventato il partito delle intese (più o meno larghe) e non degli obiettivi. “Un partito che si allea con chiunque per lo status quo” è un partito che valuta ottimale il proprio risultato politico non più in base al contenuto di programma realizzato, ma in base alla capacità di stringere un’alleanza. Un partito che “prima vinciamo e poi decidiamo come fare” perde l’orizzonte delle soluzioni e riduce tutto a tattica.
Senza scegliere, il PD ha trasmesso paura: “di perdere”, ma anche “di andare al governo”. La mancanza di bussola, alla fine, ha fatto disperdere la direzione del voto.

2. I signori ‘agèe’
Nonostante lo sforzo apparente delle primarie, l’immagine del partito è rimasta saldamente ancorata alla generazione novecentesca della Prima Repubblica. Facile incarnarla in colei che (“è il partito di Rosi Bindi”) ha cominciato la carriera politica come europarlamentare della Democrazia cristiana nel lontano 1989... Lo stesso Bersani, con il suo paternalismo così saldamente radicato nella provincia cattolica e comunista, è stato alla lunga vissuto come speculare al suo acerrimo avversario, ma ugualmente – se non maggiormente - ‘antico’.
Sarebbe ingiusto, però, prendersela solo con la classe dirigente. Le file ai gazebo di ottobre erano piene di fedeli e rispettabili elettori anziani. Compassato e ‘antico’ era lo scarso pubblico del comizio finale all’Ambra Jovinelli di Roma dove la diciottenne al primo voto che ha parlato dal palco svolgeva il tipico ruolo della mascotte nel solito vecchio circo.
Ovviamente, al di là del dato generazionale, apparentemente riequilibrato con la selezione delle primarie interne, il ritardo è prima di tutto culturale. Lo stesso staff del segretario nonché i quadri intermedi – pur fatti da giovani - sono stati percepiti come ‘vecchi’ per mentalità.
Nessuno stupore, dunque, se, all’indomani del voto, il comitato di emergenza del PD convocato per commentare il risultato e indicare la linea riesumasse i D’Alema, Veltroni, Violante, Franceschini, Marino, La Torre, Bindi, Fioroni e via elencando. I cittadini – che non sono stupidi – lo avevano già capito. E avevano risposto come sanno rispondere gli elettori ‘infedeli’…

3. I signori dei 'piani alti'
Per tutti i motivi di cui sopra, il PD è un partito “fermo alle Frattocchie”. E’ vero: questa piccola noterella storica è certamente ingenerosa. Ma la rete, si sa, è cattiva. Ti ammazza con sarcasmo. Ha un suo modo per dirti la verità.
E la verità è che l’arretratezza è prima di tutto culturale e che i gruppi dirigenti sono autoreferenziali. Non è che non stanno nel territorio. E’ che non stanno nella realtà.
Il PD è un partito “che non sa che lavoro faccio” è fra tutte l’affermazione più grave. Significa che ha perso i contatti con i problemi concreti dei cittadini, con quei lavoratori che una volta erano il suo blocco sociale, con la modernità che ha creato nuove forme di occupazione. Quelli che si lamentano in rete fanno cose che quelli del PD nemmeno conoscono. Ecco perché i lavoratori del Sulcis votano Grillo: perché c’è andato. Ecco perché i lavoratori dell’Ilva non votano il centrosinistra: perché si è dato. Ecco perché le partite Iva votano Berlusconi ieri e 5 stelle oggi: perché non sono evasori fiscali come pensano quelli del PD, ma precari senza tutele vessati dalle leggi e dal fisco.
Il PD sta troppo in alto per vedere tutta sta roba, figurati che cosa percepisce della rete.
E gli utenti della rete si fanno sentire. Probabilmente nel timore di perdere il voto dei cattolici (che, a quanto pare però, sembra estinto con queste elezioni) ha accuratamente evitato di affrontare temi di grande attualità come i diritti civili. Questo partito “non è in grado di garantire i diritti civili del fine vita o delle coppie di fatto”. Tanto emerge dalle conversazioni in rete, fatte molto spesso da persone che nel frattempo sono benissimo sintonizzate sull’attualità internazionale e sanno perfettamente che nei recenti referendum svoltisi in alcuni stati americani, i cittadini USA hanno dato l’ok sui matrimoni gay e che lo stesso hanno fatto nuove leggi in Francia e nel Regno Unito.

4. I signori ‘zimbello’
Bersani aveva di fronte due titani dell’entertainment. Grillo e Berlusconi sono due attori straordinari, capaci di trascinare il pubblico dove dicono loro. Sanno scegliere il copione, sanno fare le battute, sanno fare i simpatici e sanno anche ruggire. Bersani lo sapeva e ha scelto – almeno all’apparenza – la sobrietà della comunicazione: un profilo di serietà e autorevolezza per conquistare la fiducia contro le false promesse.
Non è andata bene. E le conversazioni degli utenti della rete lo avevano anticipato.
In primo luogo, l’assenza di contenuti è ricaduta sulla comunicazione. Come si fa una campagna elettorale senza anticipare neanche una proposta o un punto di programma? L’assenza di strategia è diventata una evanescenza della parola.
L’illusione del vantaggio acquisito ha prodotto sicumera. E la sicumera ha prodotto ingenuità colossali. Proprio nelle scelte di comunicazione. Ad un certo punto, Bersani si è pensato lepre. Il PD, il partito della lepre in fuga da inseguire. La deriva zoologica ha raggiunto l’apice nel giaguaro Berlusconi. Fino alla fine, Bersani gli ha promesso “una smacchiatina”. E il suo staff è riuscito a produrre uno dei video più insulsi e imbarazzanti che si ricordino (almeno questo, però, programmatico…: “lo smacchiamo!”). Capace forse di motivare i fedeli. Ma anche di scatenare le risate dei più smagati.
Alla fine, le conversazioni in rete sono diventate crudeli. La lepre l’hanno acchiappata. E il giaguaro sta lì beato a coccolarsi le macchie.
La stessa war room della comunicazione è diventata una riedizione della gioiosa macchina da guerra del 1994: insomma, venti anni senza maturare non dico una coscienza del pericolo, ma almeno una scaramanzia contro il ridicolo. Il partito si è affidato ai ‘300 spartani’, un migliaio circa di volontari sparsi in giro per l’Italia e coordinati dal terzo piano della sede di Sant’Andrea delle Fratte, ispirati alle gesta epiche degli antichi guerrieri greci. Tutti giovani pieni di entusiasmo e passione, impegnati senza risparmio h24: ma che hanno svolto il compito di pretoriani del loro candidato piuttosto che quello di comunicatori. Anche qui la rete ha colpito quasi subito: come si fa a ispirarsi a quei soldati – eroici, per carità – ma che morirono tutti senza eccezione alle Termopili? Nemmeno a scriverlo ti riesce, un copione così…
Alla lunga, la stessa figura del segretario è diventata quella dello zimbello, oggetto di lazzi e sberleffi. E il Gargamella democratico è finito travolto dai puffi a cinque stelle.
Ecco perché per l'utente della rete questo Pd «non è il mio PD».


@vittorioferla


(pubblicato su Linkiesta il 1 marzo 2013)

sabato 2 marzo 2013

(Quasi) tutti gli orrori delle Elezioni 2013 in 12 post di Facebook

Nel corso dello spoglio elettorale ho postato i miei commenti su FB (con discreto interesse degli amici). Eccoli qui, tutti in fila.

#Elezioni2013 Post n.1
Non bisogna stupirsi di questo risultato. Il Pd ha finito la campagna elettorale con le primarie per il candidato premier quando ha definito i rapporti interni e conquistato il... 'proprio' elettorato. Poi più nulla: nessuna idea, nessuna linea, nessuna comunicazione. (Anzi no, sulla comunicazione mi sbaglio: un paio di video - uno sul terrazzo di via delle Fratte - che ha fatto battere il cuore dei 'propri' scrutatori...)

#Elezioni2013 Post n.2
Questo post è ardito, tagliato con l'accetta, ma lo scrivo lo stesso. Non ho ancora dati sull'età, ma il voto a Grillo mi pare il voto degli under 30 in un paese in cui almeno i due terzi della popolazione sono fatti di persone mature, se non anziane. Un blocco sociale a suo modo. Chissà se è un caso che Pd e Pdl valgano i due terzi del voto espresso...

mercoledì 27 aprile 2011

Referendum: quelli che vogliono il popolo bue

L'ultima uscita di Berlusconi sui referendum è già stata archiviata con ben poco imbarazzo da parte di troppi. E' vero che ormai il senso della vergogna è completamente saltato e che ormai non si fa più caso ai quotidiani spropositi del premier. Tuttavia, sull'ultima affermazione valeva la pena spendere qualche 'articolessa' in più, anche da parte dei quotidiani più prestigiosi.
Il premier ha sostenuto che è meglio non far votare i cittadini sul nucleare, perché in questo momento sono emotivamente scossi dal disastro giapponese. Meglio far saltare la consultazione e ritornare ad una politica nuclearista tra un paio d'anni, quando il ricordo di Fukushima sarà lontano.

Non si tratta - come capiscono i più avvertiti - di una delle tante 'candide' gaffe. Bensì di una filosofia radicata e inossidabile. Il popolo è bue. Secondo due declinazioni.