Visualizzazione post con etichetta Accountability. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Accountability. Mostra tutti i post

lunedì 15 ottobre 2012

Sapere è potere, anche per i cittadini

C’è una paroletta magica che aiuterebbe l’Italia a combattere la corruzione così diffusa nelle istituzioni e che tanto pesa sullo sviluppo del paese. Ad intervenire seriamente sugli sprechi di risorse delle amministrazioni e aumentare l’investimento sui diritti. A migliorare la qualità dei servizi, garantendo l’efficacia, l’efficienza e la produttività delle azioni amministrative. La paroletta è: trasparenza.
Con la legge Brunetta del 2009 sembrava che il problema fosse stato risolto. Accessibilità totale alle informazioni della PA: così è scritto nella legge. Peccato che ancora oggi siano le amministrazioni pubbliche a decidere che cosa comunicare ai cittadini. Magari con un bellissimo e accessibile sito web, certo. Ma i contenuti? Tutti decisi dall’alto. Poco o nulla si sa sulla formazione degli atti delle amministrazioni pubbliche. Poco o nulla si sa dei bilanci, spesso scritti in modo incomprensibile: il che impedisce di capire come vengano davvero spesi i soldi dei cittadini. Insomma, il principio della "accessibilità totale" resta una mera affermazione di principio: nessuno può vincolare la pubblica amministrazione attraverso, ad esempio, un sistema di obbligo-sanzione. Men che meno il Ministro della Amministrazione pubblica. Ecco perché fa un po’ sorridere la “Bussola della trasparenza”, l’iniziativa del Dipartimento della Funzione Pubblica che vorrebbe dare la classifica della trasparenza di Ministeri ed enti pubblici ma che si riduce ad una classifica sull’accessibilità dei siti web.

martedì 1 maggio 2012

Cl e corruzione: la teologia degli impuniti

"Qualche pretesto dobbiamo averlo dato". Arrivano fin qui le ammissioni di don Julian Carròn, il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ospitate oggi 1° maggio dal quotidiano Repubblica, per commentare le notizie relative al sistema di potere e corruzione messo in piedi in Lombardia dal movimento da lui guidato (Carròn, da chi ha sbagliato un'umiliazione per Cl). Carròn riconosce che potrebbero esservi 'sbagli', 'errori', 'mali' di singoli. Ammette che, tra questi, alcuni potrebbero essere reati (in attesa che qualche giudice riesca però a dimostrarlo). Ma tutto finisce qui.

"E questo - chiude infatti sbrigativamente - sebbene Cl sia estranea a qualunque malversazione e non abbia mai dato vita ad un 'sistema' di potere". Ovviamente, Carròn non si preoccupa minimamente di portare fatti a sostegno di questa sbrigativa assoluzione. E dire che ci sarebbe parecchio da spiegare. Non soltanto con riguardo alle ultime vicende che ruotano intorno al presidente della Lombardia. Ma anche ai tanti uomini di Cl ben inseriti ai vertici dei luoghi di potere nella Regione, dalle Fondazioni, alle Fiere, alle Asl. O ai diversi casi in cui altri esponenti minori di Cl, in passato, sono stati pescati con le mani nel sacco.

Non conviene ritornare su questi fatti. La lista è lunga e in molti si sono già esercitati. Ciò che oggi ci tocca segnalare è l'uso della religione al fine di fabbricare una patente di impunità.

"Chiediamo perdono se abbiamo recato danno alla memoria di don Giussani con la nostra superficialità e mancanza di sequela". Tutto chiaro, no? I danni recati alla comunità civile non contano. Non importa a Carròn che risorse pubbliche siano state sottratte ai cittadini. Né che i diritti dei più siano stati sacrificati sull'altare degli interessi dei pochi capetti di Comunione e Liberazione. Basta chiedere scusa a don Giussani.

E ancora: "Come gli israeliti, dovremo imparare a essere coscienti della nostra incapacità a salvarci da soli, dovremo imparare da capo quello che pensavamo già di sapere, ma nessuno ci può strappare di dosso la certezza che la misericordia di Dio è eterna". Non c'è miglior salvezza di quella che si ottiene riaffermando la fedeltà alla Chiesa, a scapito della giustizia 'umana'. In questa etica sovraordinata, alla fine, la misericordia di Dio cancella tutto. Non c'è bisogno di render conto ai propri simili, per quanto peccatori. Alla faccia di chi i danni li ha subiti sul serio, ogni concetto di responsabilità viene schivato, eluso, obliterato. Ne deriva un'etica pubblica assai fragile e, forse, possiamo concludere qualcosa sul perché la corruzione è così diffusa e tollerata nel nostro paese.

Basta scegliersi da soli a chi rispondere, insomma. Il Tribunale di Dio è certamente il migliore. In fondo, il giudizio è rimandato a sentenze imperscrutabili che saranno scritte a cose strafatte, dopo il nostro saluto a questa terra (certo, questa tendenza a scegliersi il giudice che più piace ci pare di averla già sentita). In più, il perdono è molto probabile, specie per quei credenti che si sono rivelati un tantino deboli ed esposti alle lusinghe del denaro del potere.

I credenti rispondono solo a Cristo (se sono di Cl un pochino anche al 'Gius'): è proprio così, don Carròn?

v.ferla@cittadinanzattiva.it

mercoledì 6 aprile 2011

Chiedere il conto ai ragni della politica

Mai c'è stata un'epoca, mi pare, in cui quello che si dice ha più importanza di quello che si fa. Basta che uno della retroguardia dica di essere per l'avanguardia ed è un avanguardista, che un reazionario dica di esser per la rivoluzione ed è un rivoluzionario, che un mascalzone dica di essere per l'onestà ed è onesto. E non si torna a chiedere alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di come vivono, e se non si torna a giudicare un'azione per quella che è senza contare che sia fatta con la mano sinistra, che sa quello che fa la destra, o con la mano destra, che sa quello che fa la sinistra, temo che nessuna riforma o rivolgimento verrà a cavare il classico ragno dal buco; immagine del tutto pertinente alla situazione e anzi da moltiplicare, tanti buchi, tanti ragni.
Leonardo Sciascia


Difficile trovare parole nuove, ormai, per raccontare lo spettacolo degradante della politica italiana. Possiamo però utilmente usare parole 'vecchie', ma sempre attuali per farlo, come quelle del grande intellettuale siciliano.

Forse, avremmo potuto scrivere diversamente.

Avremmo potuto scrivere, per esempio: basta dirsi eletti dal popolo per farsene unti; basta dirsi liberali per rendersi impuniti; basta dirsi perseguitati per fingersi vittime; basta dirsi garantisti per fare scempio della giustizia; basta dirsi civili per comportarsi come vandali dell'etica pubblica; basta dirsi riformisti per fare scempio delle regole; basta proclamare odi alla libertà per praticare la prostituzione nella politica; basta dichiararsi simpatici per pretendere che tutto ti sia dovuto, soprattutto la sottomissione di ogni istituzione; basta mettersi dalla parte del popolo per farsene beffe e pretenderne, al minimo, accondiscendenza, al massimo, venerazione; basta dirsi giornalisti per manipolare i fatti senza pudore pur di omaggiare i propri padroni... Gli esempi potrebbero continuare.

Chiedere il conto di quello che si fa. Per venir fuori da questa follia dovremmo riprendere la questione. Senza trasparenza, responsività e rispetto delle regole - cioè senza rispondere delle proprie azioni di fronte ai cittadini - non c'è futuro. Lo si è detto e scritto, ormai, in mille modi. Per questo le parole di Sciascia sono più attuali che mai. Per cavar via i ragni dai loro buchi.


v.ferla@cittadinanzattiva.it

lunedì 3 gennaio 2011

Battisti, Saviano e l'ultima violenza


L’esultanza di un certo manipolo di intellettuali per il ‘NO’ del Brasile all’estradizione di Battisti era questione di ore, se non minuti, e puntualmente è arrivata. Come anticipato in un precedente post la lista dei difensori è lunga e – visto che si tratta di gente anche molto nota che non ha bisogno di ulteriore pubblicità - chi vuole potrà cercarsela da solo su internet (un appello a favore di Battisti risale al 2004, sottoscritto da molti italiani e francesi).

La questione merita una pausa di approfondimento per la varietà di argomentazioni giuridiche, politiche e morali che solleva. Ma, soprattutto, interroga la responsabilità di tutti coloro che hanno a cuore la costruzione di una ragione pubblica rispettosa dei fatti e dei diritti.



1. il primo insieme di questioni è squisitamente giudiziario. Alcuni intellettuali di nazionalità italiana e francese - rappresentati dalla figura di Fred Vargas, archeozoologa e scrittrice di gialli, autrice di un libello con il quale dimostra l’innocenza dell’imputato - sono convinti che quello di Battisti sia il caso di un uomo ingiustamente perseguitato. Certamente, le vicende giudiziarie, specie nei casi di terrorismo, sono tutt’altro che semplici e pacifiche e nessuno può escludere errori anche da parte dei magistrati. Tuttavia, la storia giudiziaria di Battisti dice che più di settanta giudici si sono occupati del caso, nel corso di ben nove processi (il primo è iniziato nel 1981, l'ultimo è terminato nel 1993) che hanno giudicato Battisti responsabile di un elevato numero di rapine, di possesso illegale di armi e di quattro omicidi. La pena dell'ergastolo non è mai stata scontata.

Sul versante giudiziario si contestano almeno tre punti: la legislazione d’emergenza contro il terrorismo, l’uso dei pentiti, il giudizio in contumacia. Il tema della legislazione d’emergenza è importante: è assai discutibile che, in determinate situazioni, per quanto complesse, gli strumenti normali del diritto possano essere aggravati con i conseguenti rischi per le garanzie degli imputati. Allo stesso tempo, legislazioni specializzate esistono e sono state applicate, per esempio, anche sul versante della lotta alla mafia.

Alcuni intellettuali – specie in Francia – accusano lo stato italiano di aver sospeso la democrazia per aver usato i pentiti contro il terrorismo. D’altra parte, però, l’uso dei collaboratori di giustizia nella lotta alla mafia si è rivelato un metodo vincente che molte legislazioni – anche quella francese – hanno copiato. Perché, allora, non esiste nessun caso Dreyfus tra i padrini di Cosa Nostra? Né si può dire che la legislazione speciale sia stata costruita su misura per il cittadino Cesare Battisti. Si tratta comunque di norme che coprono quei reati, chiunque li abbia commessi, e per questo mantengono i loro requisiti essenziali di generalità e astrattezza.

Sulla condanna in contumacia, infine, c’è poco da obiettare. Nel processo si deve garantire la difesa dell’imputato, ma non la sua impunità perché semplicemente non si è presentato in giudizio. Non farsi processare sarebbe ovviamente la difesa ideale, ma l’ordinamento giuridico non prevede soluzioni così comode. Ovviamente, se irregolarità formali o violazioni di legge a tutela del diritto di difesa dell’imputato vi sono state – come alcuni accusano – vanno rilevate e sanzionate. Ma si fa fatica onestamente a immaginare che ciò sia accaduto in tutti e nove i processi che sono stati celebrati.

Resta un dato di fondo assai sgradevole sull’uso politico della magistratura che tutti ovviamente fanno volentieri appena si tratta di difendere se stessi.



2. C’è poi una seconda area di questioni – in verità assai varie - che sono di natura prettamente politica.

La prima – incarnata, per esempio, dal filosofo francese Bernard Henry Lévy - non entra nel merito della colpevolezza di Battisti, ma si limita a proporre un’interpretazione estensiva della dottrina Mitterrand, che amplia il diritto d’asilo a tutti gli ex terroristi. Il punto di partenza ovviamente è assai nobile, scomoda perfino attitudini di tipo ‘volterriano’, si basa sulla difesa della libertà di espressione e di militanza politica. Il tema è assai complesso ma, in buona sostanza, resta prigioniero di nodi concettuali irrisolvibili. Intanto, perché non mette mai in conto la tutela delle vittime di questi atti ‘politici’: le vittime, di fronte, per esempio, alla libertà ‘politica’ di sparare, perdono ogni rilevanza, sia dal punto di vista umano che giuridico. E poi perché realizza una gelatina di ragioni nelle quali diventa impossibile discernere: quanto incide il ‘colore’ politico del terrorista? quanto cambia la situazione se la bomba è fatta esplodere in un paese governato da una dittatura sanguinaria e o da una democrazia di tipo liberale? L’illuminismo delle premesse, insomma, rischia di capovolgersi nel suo contrario: il rischio, tra gli altri, di eticizzazione dello stato è inevitabile, così come è inevitabile la manipolazione politica della realtà.

Molti intellettuali francesi – un esempio per tutti è quello dello scrittore e saggista Philippe Sollers – hanno sostanzialmente avallato due idee tipiche di un certo cliché culturale italiano (Toni Negri, Oreste Scalzone, ex brigatisti) e che un po’ si tengono tra loro. La prima è l’idea che in Italia negli anni Settanta ci fosse una guerra civile. La seconda è che in Italia vi fosse un regime di fatto fascista e che di conseguenze le violenze fossero giustificate. Ovviamente Battisti farebbe parte di una lunga fila di vittime di questa guerra civile e/o di questo stato fascista. L’argomento è trito. Sfruttato da decenni per avallare la violenza (in luogo) del proletariato. Perfino suggestivo perché trasforma sconclusionati e meschini rivoluzionari in eroi maledetti, paladini della libertà, perseguitati politici. Sarà per questo che piace ai romanzieri. Ma, con tutto il romanticismo, la buona volontà e l’immaginazione narrativa possibili, proprio non regge. Basta mettere in fila gli elenchi delle persone ammazzate e gambizzate e ascoltare le ragioni e le dichiarazioni dei brigatisti italiani, per capire i disastri che la cecità ideologica ha potuto produrre.

Collegato a questi è l’ultimo argomento politico. Se tutto questo è vero (la guerra civile, il disagio sociale, la protervia fascista, ecc.) la cosiddetta generazione dei perdenti, quelli che hanno imbracciato le armi, non hanno responsabilità per gli atti commessi, i loro non sono crimini ma fatti politici che si iscrivono nella fatica di quegli anni. Serve, insomma, la ‘soluzione politica’ che, ovviamente, si risolve in un’amnistia. E, soprattutto, si risolve nel solito disprezzo per il diritto e per i diritti.

Qualche anno fa Giovanni Moro propose l’unica soluzione seria e accettabile: realizzare anche in Italia quella commissione per la riconciliazione che in Sudafrica ha chiuso in qualche modo la vicenda dei crimini dell’apartheid barattando la giustizia con la verità. Il problema è che in Italia e in Francia mancano le condizioni di base – culturali prima di tutto – per la vittoria della trasparenza e della responsabilità sulla partigianeria. Ancora oggi, infatti, quegli intellettuali e quei militanti che dovrebbero raccontare quella scomoda verità continuano a percorrere la strada della ossessione e della manipolazione ideologiche.



Non tutti però: Roberto Saviano che pure nel 2004 firmò l’appello per Battisti ha chiesto successivamente di essere esonerato e di questa capacità di riconoscere gli errori gli va dato atto. Ci piace pensare che almeno lui avesse capito che l’ultima violenza contro le vittime è proprio quella di trasformare i carnefici in perseguitati.

venerdì 31 dicembre 2010

Battisti, i chierici e le vittime

Finisce maluccio, questo 2010, con il 'NO' del governo brasiliano all'estradizione di Cesare Battisti.
Ancora una volta prevale l'idea che la violenza sia giustificata e accettabile come strumento della politica.
Di nuovo vince quell'eredità ideologica che ancora alligna in molti ambienti, anche sedicenti 'intellettuali', come quelli che hanno coperto, tutelato e foraggiato Battisti nel suo esilio in Francia.
Oggi non possiamo fare a meno di stigmatizzare quella perversa ossessione che, a cominciare dalle devastazioni delle manifestazioni di piazza, passando via via per tutti gli stadi della violenza, per finire all'omicidio politico, nobilita come combattenti di giuste cause dei criminali che disprezzano il diritto (come garanzia di tutela e di convivenza per ciascuno) e i diritti (come patrimonio intangibile di tutti i cittadini).
Riconoscere alla ferocia e al sopruso una legittimità nel dibattito politico è una responsabilità grave, che va contrastata con i mezzi che la ragione pubblica, il dialogo e le norme ci mettono a disposizione.
In secondo luogo, e come conseguenza di quella ossessione, vi è l'invisibilità delle vittime.
In questo caso si tratta del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, 52 anni, del poliziotto 25enne Andrea Campagna, del gioielliere Torregiani, 43 anni, del macellaio Lino Sabbadin, 46 anni, assassinati tra il '78 e il '79.
E con loro, i famigliari, colpiti moralmente e fisicamente da queste violenze (il figlio di Torregiani è paraplegico da allora).
Tutti evidentemente nemici di qualche presunta giusta causa, tutti giudicati colpevoli di non si sa quale collusione dal tribunale improvvisato della cecità ideologica. Dove sono oggi i presunti difensori del popolo di fronte alla negazione dei diritti di questi innocenti?
I cittadini comuni raramente hanno avuto strumenti efficaci per difendersi da questi sopraffattori: sia quelli che hanno colpito, hanno sparato, hanno fatto scoppiare le bombe; sia quelli che hanno scritto, aizzato, coperto la violenza approfittando dei loro pulpiti.
Cominciamo allora a riconoscerli questi chierici (l'elenco sarebbe lungo...) e a boicottarli, a non leggere i loro articoli, a non comprare i loro libri, a disobbedire a questa paccottiglia culturale con la cultura e il dialogo, a non condividere la responsabilità di farne anche dei maestri di pensiero. Affinché si assumano, almeno ogni tanto, quella responsabilità che deriva dalla professione intellettuale, usata spesso come arma ideologica.
Infine, visto che la politica e le istituzioni pubbliche colluse non lo fanno, coltiviamo il diritto, come fonte di difesa e di riparazione di ogni sopruso, e tuteliamo i diritti, come presidio a tutela delle vittime.