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martedì 9 aprile 2013

Renzi al Pd: basta col disprezzo per gli italiani

L’intervista di Aldo Cazzullo a Matteo Renzi - Corriere della Sera di giovedì scorso - ha fatto deflagrare definitivamente il conflitto interno al Partito democratico. E aiuta a capire molto della filosofia del sindaco di Firenze. La wordcloud elaborata da Voleteilmiovoto lancia diverse parole chiave utili a questo fine.



La prima emergenza è il “tempo” (purtroppo legato alla “politica”).
Più volte Renzi lancia la bomba: “E la politica perde tempo. (…) Ma questo alimenta l'antipolitica”, “qui invece si punta a prendere tempo”, “qui si sta facendo melina”. Insomma, bisogna “smettere di fare melina”: Renzi chiede di rendere “utile questo tempo”. La responsabilità è della politica alla quale si chiede uno scatto d’orgoglio: “Rivendico il diritto alla dignità della politica, che è una cosa seria”. In verità, non si tratta di una banale lamentazione. E sarebbe riduttivo piegarla ad una mera faida di partito. Da queste parole sembra emergere qualcosa di più: la consapevolezza che il blocco della politica è esattamente il motivo per cui il paese è fermo, sia sul piano della crescita economica che dello sviluppo sociale.

giovedì 28 marzo 2013

Silvio c'è. Bersani non può più fingere di non vederlo

Ormai chiuse le consultazioni per il nuovo Governo. Fin dall’inizio di questa fase, Pierluigi Bersani ha detto no ad accordi con il Pdl, sostenuto da tutto il suo partito (almeno ufficialmente).



Ma la manifestazione di sabato scorso, 23 marzo 2013, in Piazza del Popolo a Roma è servita per lanciare un messaggio chiaro: Silvio c’è. Leggiamo, allora nelle pieghe del discorso del leader (con la wordcloud di Voleteilmiovoto).

L’appello al popolo – un classico del discorso berlusconiano – la fa da padrone. Il mainstream del comizio si coglie nelle parole “popolo”, “Italia”, “italiani”, “paese”, “insieme”. Il popolo per Berlusconi è da sempre il richiamo ad un rapporto organico e diretto con il leader. Il popolo è quello italiano, ma è anche quello delle libertà. Il richiamo costante e sistematico al popolo è la ragione per cui il soggetto politico guidato da Berlusconi viene assegnato alla famiglia dei populismi. Ma non è questo il punto. Il richiamo di sabato scorso al popolo, all’Italia, al paese, stavolta, non pare soltanto il classico schema per galvanizzare le truppe. Pare piuttosto un messaggio a chi ha in mano – almeno per ora - il pallino della formazione del governo. Il messaggio è: noi siamo il “partito italiano” (quello che si diceva della Democrazia cristiana). Qualsiasi cosa si faccia senza di noi, si fa escludendo il popolo italiano.

lunedì 25 marzo 2013

I due programmi di Bersani: "Todo cambia"



Pre-incarico a Bersani, dunque. Arrivato al giudizio elettorale con un programma in 10 punti. E punito dagli elettori. Costretto a riaggiustare il tiro subito dopo il voto, presentando 8 punti nella speranza di convincere Grillo.
Vediamo le differenze alla luce delle word cloud elaborate da Voleteilmiovoto.



Nella prima versione del programma di Bersani il mainstream è dato dalle parole “Europa”, “Italia”, “Paese”, “tutti”, “insieme”. Un ancoraggio forte alla dimensione nazionale, a sua volta incastonata nella dimensione europea. Un richiamo sostanzialmente ideale – se non generico - che vuole rassicurare sulle radici e sul raggio di azione. Un messaggio che non promette strappi, ma stabilità. Che trasmette il calore del destino comune, del camminare gli uni accanto agli altri.

L’altra linea è quella definita dalle parole “democrazia”, “democratici”, “progressisti”, “progetto”. Per definire un perimetro prima di tutto culturale e ideologico. E poi politico. Più che un programma, una definizione del campo. Un modo per intendersi: o state qui dentro, o siete qualcosa d’altro. A questo serve anche il recupero di temi chiave come “uguaglianza” e “donne”, capaci di definire il perimetro. O di termini vagamente morali come “rispetto” e “dignità”.

Il quadro si completa con pronomi e verbi coniugati nella prima persona plurale: “noi”, “crediamo”, “siamo”. Un modo per circoscrivere un’identità collettiva ben determinata, coesa, solida. Quasi una corazza indossata da un corpo fatto di persone e narrazioni. Identità rafforzata dal contraltare che si trova in due parole che ritornano e che parlano da sole: “contro” e “destra”.

Un messaggio che non vuole trasmettere programmi, obiettivi e impegni. Vuole solo comunicare un modo di essere, senza interessarsi della concretezza dei problemi e delle soluzioni. Per questo, basta l’estrema vaghezza di parole come “politica” e politiche”. 

La stessa parola “lavoro” - che campeggia tra le più ricorrenti nel programma del segretario - ancor più che una finalità sembra l’architrave storico e culturale dell’identità. Il partito democratico è il partito del lavoro: ancora una volta siamo di fronte ad una presentazione delle generalità di un soggetto politico, molto più che alla sua ricetta di governo.

In questo panorama così statico appare tuttavia una linea orientata verso ‘sorti progressive’: è quella definita dalle parole “ricerca”, “formazione”, “futuro”, “speranza”. Dall’unione di punti di programma e orizzonti si cerca di lasciare aperta una pur timida prospettiva di domani.

Troppo poco, dal punto di vista degli elettori. Bersani subisce un duro colpo. Tutto cambia. Il nuovo programma in 8 punti – da giorni esposto ai ripetuti rifiuti di Grillo – viene profondamente modificato.

Non più la destra: il nuovo nemico è l’“austerità”. Ovvero quell’insieme di politiche imposte dall’Europa - e sostenute in Italia dal governo Monti (che il Pd, però, ha lealmente sostenuto) – che stanno affamando gli italiani. E’ per questo, probabilmente, che accanto alla parola “lavoro” adesso acquista centralità la parola “sviluppo”. E ancora: “economia”, “finanza” e “bilancio” illustrano chiaramente dove si dovranno mettere le mani da subito.

Un gruppo di parole chiave (“programma”, “proposta”, “proposte”, “misure”, “obiettivi”) rappresenta bene il nuovo impegno programmatico di questa nuova fase. C’è uno scarto nuovo, un tentativo di movimento, il tentativo di innescare la marcia delle riforme. 

Lo si capisce anche dal ritorno di due termini come “legge” e “norme”: la lista è lunga e dettagliata. Un completo rovesciamento rispetto al programma elettorale. Su queste leggi e norme si misurerà il risultato del lavoro che il nuovo Governo dovrà svolgere con il nuovo Parlamento: i primi prodotti di una politica chiamata a trasformare il Paese. 

Seppure in un quadro di “stabilità”, l’emergenza è chiara: “cambiamento”, potenziamento”, “investimenti”. Il governo di Bersani dopo le elezioni non è più quello della forza tranquilla e della identità sicura. E’ il governo che vuole raccogliere la richiesta di trasformazione che gli italiani hanno espresso con il voto di febbraio. Per farlo saranno necessarie riforme profonde (e, in alcuni casi, misure spietate). Lo spiega bene un grappolo di termini come “rivisitazione”, “riduzione”, “correzione”, “revisione”. Il vento del cambiamento e della sfida sembra soffiare tra le pagine del nuovo programma di Bersani, che ha appena ricevuto un pre-incarico per verificare l’esistenza di una maggioranza.

Una determinazione tardiva sulla quale i commentatori hanno ironizzato non poco. Nelle prossime ore capiremo se si tratta del colpo di reni finale che consente di tagliare il traguardo. O dell’estremo tentativo prima della resa. In ogni caso, aspettiamoci sorprese.


@vittorioferla


(pezzo pubblicato su Linkiesta il 24 marzo 2013)


domenica 17 marzo 2013

Per favore, spiegate Grillo al Pd




Niente da fare. Sono passate due settimane dal voto (il pezzo è stato pubblicato su Linkiesta il 10 marzo 2013, ndr). E ancora niente. Il Partito democratico - a partire dai dirigenti, passando per gli intellettuali di complemento, fino allo stesso elettorato più fedele - ancora non ha capito Grillo. O forse non lo vuole capire.

Ogni passaggio - dalla dichiarazione post-voto di Bersani, alla proposta degli otto punti, al rito della direzione nazionale, allo stillicidio di dichiarazioni sui giornali - ha aggiunto un motivo plausibile per spiegare la sconfitta (mai quello giusto, però). Eccone un campionario.

"Abbiamo perso per causa della crisi economica". L'argomento ci sta tutto, volendo. Ma è consolatorio. Primo: la crisi c'è da un pezzo, mica la scopri il giorno dopo le elezioni. Secondo: la crisi c'è per tutti mica solo per il Pd. La domanda si ripropone intatta: perché il Pd ha perso, visto che la crisi vale per tutti? Forse perché il Pd non se ne è fatto carico in tempo? Se l'avesse fatto, magari, la reazione degli elettori sarebbe stata diversa.

"Abbiamo perso perché non abbiamo contestato a sufficienza le politiche di austerità dell'Europa". La versione più 'intelligente' di questo argomento è: "abbiamo perso perché non abbiamo contestato a sufficienza il fiscal compact imposto dalla Merkel". Ora, pensare che il voto del cittadino comune in Italia sia determinato da un approfondimento critico delle politiche europee fa capire la distanza siderale che esiste tra quel partito e il sentimento popolare. Ipotizzare, poi, che il voto popolare sia orientato a punire il Pd perché la Merkel intenda, fa proprio sorridere. Ma la cosa più grave - se finalmente si vuol parlare di cose serie - è pensare di uscire dalla crisi aumentando di nuovo irresponsabilmente i flussi di spesa pubblica. Il rigore fa male, non c'è dubbio. Ma estendere illimitatamente il debito pubblico in presenza di una classe politica e di una amministrazione pubblica inefficienti è perfino peggio: sarebbe questa la nuova ricetta progressista?

"Abbiamo perso per il sostegno al governo Monti". Quando la maestra ci sgrida da bambini a scuola, si sa, è sempre colpa di qualcun altro. E, comunque, un compagno di classe da offrire come sacrificio umano si trova sempre. Insomma, prima chiami Monti per fare quel lavoro sporco, necessario per salvare il salvabile, che nessuno vuol fare e poi lo denunci come il primo responsabile della crisi. Bel colpo! Questo si, garantisce la credibilità di un gruppo dirigente. E poi c'è sempre da capire com'è che il Pd perde tre milioni e mezzo di voti e Monti, che si presenta per la prima volta, guadagna al primo colpo il 10 per cento dell'elettorato. Miracoli del belpaese...

La sostanza di tutto ciò risiede nell'argomento principe, quello meno dichiarato e, soprattutto, per niente dimostrato: "abbiamo perso perché non siamo stati abbastanza di sinistra". Qui si raggiunge l'apoteosi. In questo modo, si legge il voto al M5S come un voto di sinistra tradizionale, nemmeno lontanamente vedendo la connotazione del tutto post-materialistica e a-ideologica di quell'elettorato. Quindi, il partito di Grillo diventa una costola della sinistra da riattaccare al corpo ferito, per ricreare il mito di un Fronte nazionale unito. Una scimmia fuggita dal recinto che si deve rabbonire e rieducare. Per far questo basta l'appello morale di grandi quotidiani e intellettuali e il gioco è fatto: si può camminare insieme, illuminati dal sol dell'avvenire.

Insomma, nell'analisi dei dirigenti del Pd (ma, a giudicare dai dibattiti in rete, anche dell'elettorato più 'stretto') mancano i due argomenti veri, troppo sconvenienti, evidentemente, per essere legittimati.
Il primo è questo: "abbiamo perso perché noi siamo ormai diffusamente percepiti come un pezzo di quella odiosa casta che blocca lo sviluppo del paese: il movimento dei grillini è nato proprio contro di noi". Per giocare con le metafore alla Bersani: è come se il fagiano - che ha già ricevuto una prima fucilata in pancia - volesse fare accordi con il cacciatore. Dagli otto famosi punti della resa è rimasta fuori proprio l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti. La scusa è che così i poveri non possono fare politica. La verità è che senza quelle risorse i partiti tradizionali non saprebbero nemmeno da dove cominciare per mantenersi in vita secondo le logiche di sempre.

Il secondo argomento è questo: "abbiamo perso perché cerchiamo i voti solo tra i nostri, vogliamo restare pochi ma buoni, gli altri elettori ci fanno schifo, ognuno si organizza il campo suo e poi semmai ci si accorda, altro che vocazione maggioritaria!" Chi ha provato a mettere in dubbio questo assunto ha fatto una brutta fine, isolato nel partito o espulso in esilio. Grillo, invece, questa scimmia senza storia e tradizioni, accetta i voti di tutti, senza moralismi, senza puzza sotto al naso. E così vince.

Però non è mica finita: si può pure fare peggio...


@vittorioferla

domenica 3 marzo 2013

Storia di una sconfitta: anche la rete condanna il PD



Perché ha perso il Partito Democratico? È una delle domande più frequenti in questi giorni di commenti postelettorali. La valanga di analisi – non soltanto quelle delle firme autorevoli, ma anche quelle degli amici di Facebook – ci sommerge.
Tra le tante, merita un commento il lavoro degli analisti di BuzzDetector che hanno setacciato circa 600 conversazioni in rete (avvenute prima delle elezioni, tra Novembre e Febbraio) relative ai punti di debolezza del PD. Un lavoro molto utile perché la ‘rete’ - anche se in Italia siamo ancora agli albori del fenomeno - può diventare un luogo cruciale per il posizionamento e la raccolta del consenso delle forze politiche.

Da queste conversazioni sono emersi 13 giudizi ricorrenti che illustrano bene le cause della sconfitta. Gli utenti della rete di questo PD dicono:
1. non è il mio PD
2. è un partito che ha paura di perdere
3. è il partito di Rosi Bindi
4. è il partito della lepre, della war room e dello smacchiamolo, smacchiamolo
5. è un partito che si allea con chiunque per lo status quo
6. è un partito senza una strategia
7. non sa che lavoro faccio
8. ha avuto paura di andare al governo
9. non è in grado di garantire i diritti civili del fine vita, coppie di fatto
10. si è fermato alle Frattocchie
11. si presenta con il Berlusconi della sinistra
12. non ha orgoglio
13. “prima vinciamo e poi decidiamo come fare”
In queste ore in cui i lamenti di dolore si mischiano già al rimpallo di responsabilità e alle autocritiche consolatorie, questi giudizi appaiono crudi e crudeli, ma fondamentali per chi vorrà farne buon uso.

1. I signori ‘tentenna’
I dirigenti del PD non sanno cosa vogliono. Totale mancanza di linea. Non una proposta. Più volte Bersani, nei colloqui privati e nelle interviste pubbliche, ha confessato: le cose si fanno e poi si dicono. Una frase che a molti militanti può apparire espressione di grande tempra morale e di ineccepibile serietà. Ma che in rete – e soprattutto nelle urne – non è bastata ai tanti elettori legittimamente in cerca di chiarezza strategica e programmatica. L’assenza di un timone è diventata via via palpabile e insopportabile.
Il PD non è riuscito a scegliere: prima ha abbracciato Vendola e il Psi (che insieme non arrivano al 4 per cento) senza misurarsi con iscritti e delegati; ha blandito Renzi per delegittimarlo e poi scaricarlo; ha sostenuto Monti per poi diffidarne. Ha cercato di farsi troppi amici, ricavando sguardi obliqui e perplessi. Avrebbe dovuto con coraggio sposare un progetto: ha rifiutato quello liberaldemocratico, ha lambito quello socialdemocratico ma non troppo sospettando (a ragione) che fosse senza sbocco, ha schivato la rabbia popolare e la domanda di democrazia diretta raccontandosi la storia del populismo.
Ma c’è di più. Perché, nel tempo, il Partito democratico è diventato il partito delle intese (più o meno larghe) e non degli obiettivi. “Un partito che si allea con chiunque per lo status quo” è un partito che valuta ottimale il proprio risultato politico non più in base al contenuto di programma realizzato, ma in base alla capacità di stringere un’alleanza. Un partito che “prima vinciamo e poi decidiamo come fare” perde l’orizzonte delle soluzioni e riduce tutto a tattica.
Senza scegliere, il PD ha trasmesso paura: “di perdere”, ma anche “di andare al governo”. La mancanza di bussola, alla fine, ha fatto disperdere la direzione del voto.

2. I signori ‘agèe’
Nonostante lo sforzo apparente delle primarie, l’immagine del partito è rimasta saldamente ancorata alla generazione novecentesca della Prima Repubblica. Facile incarnarla in colei che (“è il partito di Rosi Bindi”) ha cominciato la carriera politica come europarlamentare della Democrazia cristiana nel lontano 1989... Lo stesso Bersani, con il suo paternalismo così saldamente radicato nella provincia cattolica e comunista, è stato alla lunga vissuto come speculare al suo acerrimo avversario, ma ugualmente – se non maggiormente - ‘antico’.
Sarebbe ingiusto, però, prendersela solo con la classe dirigente. Le file ai gazebo di ottobre erano piene di fedeli e rispettabili elettori anziani. Compassato e ‘antico’ era lo scarso pubblico del comizio finale all’Ambra Jovinelli di Roma dove la diciottenne al primo voto che ha parlato dal palco svolgeva il tipico ruolo della mascotte nel solito vecchio circo.
Ovviamente, al di là del dato generazionale, apparentemente riequilibrato con la selezione delle primarie interne, il ritardo è prima di tutto culturale. Lo stesso staff del segretario nonché i quadri intermedi – pur fatti da giovani - sono stati percepiti come ‘vecchi’ per mentalità.
Nessuno stupore, dunque, se, all’indomani del voto, il comitato di emergenza del PD convocato per commentare il risultato e indicare la linea riesumasse i D’Alema, Veltroni, Violante, Franceschini, Marino, La Torre, Bindi, Fioroni e via elencando. I cittadini – che non sono stupidi – lo avevano già capito. E avevano risposto come sanno rispondere gli elettori ‘infedeli’…

3. I signori dei 'piani alti'
Per tutti i motivi di cui sopra, il PD è un partito “fermo alle Frattocchie”. E’ vero: questa piccola noterella storica è certamente ingenerosa. Ma la rete, si sa, è cattiva. Ti ammazza con sarcasmo. Ha un suo modo per dirti la verità.
E la verità è che l’arretratezza è prima di tutto culturale e che i gruppi dirigenti sono autoreferenziali. Non è che non stanno nel territorio. E’ che non stanno nella realtà.
Il PD è un partito “che non sa che lavoro faccio” è fra tutte l’affermazione più grave. Significa che ha perso i contatti con i problemi concreti dei cittadini, con quei lavoratori che una volta erano il suo blocco sociale, con la modernità che ha creato nuove forme di occupazione. Quelli che si lamentano in rete fanno cose che quelli del PD nemmeno conoscono. Ecco perché i lavoratori del Sulcis votano Grillo: perché c’è andato. Ecco perché i lavoratori dell’Ilva non votano il centrosinistra: perché si è dato. Ecco perché le partite Iva votano Berlusconi ieri e 5 stelle oggi: perché non sono evasori fiscali come pensano quelli del PD, ma precari senza tutele vessati dalle leggi e dal fisco.
Il PD sta troppo in alto per vedere tutta sta roba, figurati che cosa percepisce della rete.
E gli utenti della rete si fanno sentire. Probabilmente nel timore di perdere il voto dei cattolici (che, a quanto pare però, sembra estinto con queste elezioni) ha accuratamente evitato di affrontare temi di grande attualità come i diritti civili. Questo partito “non è in grado di garantire i diritti civili del fine vita o delle coppie di fatto”. Tanto emerge dalle conversazioni in rete, fatte molto spesso da persone che nel frattempo sono benissimo sintonizzate sull’attualità internazionale e sanno perfettamente che nei recenti referendum svoltisi in alcuni stati americani, i cittadini USA hanno dato l’ok sui matrimoni gay e che lo stesso hanno fatto nuove leggi in Francia e nel Regno Unito.

4. I signori ‘zimbello’
Bersani aveva di fronte due titani dell’entertainment. Grillo e Berlusconi sono due attori straordinari, capaci di trascinare il pubblico dove dicono loro. Sanno scegliere il copione, sanno fare le battute, sanno fare i simpatici e sanno anche ruggire. Bersani lo sapeva e ha scelto – almeno all’apparenza – la sobrietà della comunicazione: un profilo di serietà e autorevolezza per conquistare la fiducia contro le false promesse.
Non è andata bene. E le conversazioni degli utenti della rete lo avevano anticipato.
In primo luogo, l’assenza di contenuti è ricaduta sulla comunicazione. Come si fa una campagna elettorale senza anticipare neanche una proposta o un punto di programma? L’assenza di strategia è diventata una evanescenza della parola.
L’illusione del vantaggio acquisito ha prodotto sicumera. E la sicumera ha prodotto ingenuità colossali. Proprio nelle scelte di comunicazione. Ad un certo punto, Bersani si è pensato lepre. Il PD, il partito della lepre in fuga da inseguire. La deriva zoologica ha raggiunto l’apice nel giaguaro Berlusconi. Fino alla fine, Bersani gli ha promesso “una smacchiatina”. E il suo staff è riuscito a produrre uno dei video più insulsi e imbarazzanti che si ricordino (almeno questo, però, programmatico…: “lo smacchiamo!”). Capace forse di motivare i fedeli. Ma anche di scatenare le risate dei più smagati.
Alla fine, le conversazioni in rete sono diventate crudeli. La lepre l’hanno acchiappata. E il giaguaro sta lì beato a coccolarsi le macchie.
La stessa war room della comunicazione è diventata una riedizione della gioiosa macchina da guerra del 1994: insomma, venti anni senza maturare non dico una coscienza del pericolo, ma almeno una scaramanzia contro il ridicolo. Il partito si è affidato ai ‘300 spartani’, un migliaio circa di volontari sparsi in giro per l’Italia e coordinati dal terzo piano della sede di Sant’Andrea delle Fratte, ispirati alle gesta epiche degli antichi guerrieri greci. Tutti giovani pieni di entusiasmo e passione, impegnati senza risparmio h24: ma che hanno svolto il compito di pretoriani del loro candidato piuttosto che quello di comunicatori. Anche qui la rete ha colpito quasi subito: come si fa a ispirarsi a quei soldati – eroici, per carità – ma che morirono tutti senza eccezione alle Termopili? Nemmeno a scriverlo ti riesce, un copione così…
Alla lunga, la stessa figura del segretario è diventata quella dello zimbello, oggetto di lazzi e sberleffi. E il Gargamella democratico è finito travolto dai puffi a cinque stelle.
Ecco perché per l'utente della rete questo Pd «non è il mio PD».


@vittorioferla


(pubblicato su Linkiesta il 1 marzo 2013)

sabato 2 marzo 2013

(Quasi) tutti gli orrori delle Elezioni 2013 in 12 post di Facebook

Nel corso dello spoglio elettorale ho postato i miei commenti su FB (con discreto interesse degli amici). Eccoli qui, tutti in fila.

#Elezioni2013 Post n.1
Non bisogna stupirsi di questo risultato. Il Pd ha finito la campagna elettorale con le primarie per il candidato premier quando ha definito i rapporti interni e conquistato il... 'proprio' elettorato. Poi più nulla: nessuna idea, nessuna linea, nessuna comunicazione. (Anzi no, sulla comunicazione mi sbaglio: un paio di video - uno sul terrazzo di via delle Fratte - che ha fatto battere il cuore dei 'propri' scrutatori...)

#Elezioni2013 Post n.2
Questo post è ardito, tagliato con l'accetta, ma lo scrivo lo stesso. Non ho ancora dati sull'età, ma il voto a Grillo mi pare il voto degli under 30 in un paese in cui almeno i due terzi della popolazione sono fatti di persone mature, se non anziane. Un blocco sociale a suo modo. Chissà se è un caso che Pd e Pdl valgano i due terzi del voto espresso...

giovedì 6 dicembre 2012

Caro Mucchetti, sbagli: la sinistra sarà liberale. O non sarà progressista


Subito dopo la chiusura delle primarie del centrosinistra, Massimo Mucchetti ha proposto sul Corriere della Sera una riflessione che potrebbe sintetizzarsi così. Non c'è spazio a sinistra per una ipotesi liberaldemocratica. Al Partito Democratico non bisogna neppure chiederla. L'approccio liberale sta tradizionalmente a destra e dovrebbe incarnarlo il Popolo delle Libertà. Ma la destra italiana fa schifo e dunque in molti si rivolgono dall'altra parte. Sbagliando.

Una tesi estremamente semplicistica. Che ha subito galvanizzato le truppe ancora numerose di amanti degli steccati ideologici, i conservatori di sinistra incalliti, quelli che in Italia si tutelano dal ragionamento affermando che "vince il neoliberismo selvaggio". Ma poi non saprebbero nemmeno spiegare in quali forme si manifesti questa terribile malattia.
La tesi di Mucchetti è infondata per diversi motivi.

venerdì 23 novembre 2012

Renzi vs Bersani: due programmi alternativi



 
Il 25 novembre si svolgono le primarie per l'indicazione del candidato premier del centrosinistra promosse dal Partito democratico e dagli altri – SEL e PSI - che insieme formano la coalizione. In vista di questo appuntamento, e utilizzando il filtro valutativo proprio dell'approccio della sussidiarietà, vale la pena analizzare i programmi dei concorrenti - Pierluigi Bersani e Matteo Renzi - che più di altri stanno animando il dibattito e che, con ogni probabilità, si contenderanno il successo finale.
La Carta d'Intenti si presenta come piattaforma comune. Il programma di Renzi, viceversa, rappresenta il singolo candidato.
Bisogna osservare subito una certa asimmetria, se non anomalia. La Carta d'Intenti si presenta come una piattaforma comune: nasce come espressione della segreteria di Bersani e diventa orizzonte di tutta la coalizione. Il programma di Renzi, viceversa, rappresenta davvero il programma del singolo candidato.

La sussidiarietà nei programmi

Nel programma di Bersani la sussidiarietà è presente in modo del tutto residuale laddove si sostiene che "a sua volta l'autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato". Il tema è posto correttamente sotto la voce 'Beni comuni' e tuttavia non riveste alcun carattere strategico, manca di sviluppi concreti e coerenti, né tantomeno sembra ispirare trasversalmente la proposta politica del segretario. Il ruolo del terzo settore appare nel contesto sacrificato ad una dimensione ancillare rispetto alle responsabilità delle amministrazioni pubbliche centrali e locali. Al contrario, il programma di Renzi, con qualche ambizione, dichiara che la sussidiarietà sarà il filo conduttore della proposta del sindaco di Firenze: "Il modo più semplice per far ripartire l'Italia è investire sugli italiani". Renzi promette di "ripartire dall'Italia che funziona". A questo scopo, cita i Comuni "che, nonostante i tagli, continuano ad assicurare servizi di qualità e un vero modello di civiltà e di buongoverno"; le aziende "che, nonostante la crisi, hanno saputo adattarsi al nuovo scenario competitivo e oggi tengono alto il nome del nostro Paese nel mondo"; infine, "le mille associazioni e realtà del terzo settore che tengono insieme le nostre comunità e fanno dell'Italia un Paese sul quale vale ancora la pena scommettere".

La questione dei beni comuni

Il tema dei beni comuni è un ancoraggio forte nella Carta d'Intenti. Usato nel titolo, come attributo dell'Italia, viene sviluppato in un paragrafo specifico. E tuttavia, lascia un sapore che sa troppo d'antico. I beni comuni sono soprattutto intesi come il territorio protetto del pubblico 'statale': "beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti" nell'ambito di una alternativa banalmente binaria tra Stato e mercato. Tant'è vero che, secondo questo programma, questi beni - l'energia, il patrimonio culturale e del paesaggio, le infrastrutture dello sviluppo sostenibile, la rete dei servizi di welfare e formazione - devono vivere in un "quadro di programmazione, regolazione e controllo sulla qualità delle prestazioni". In questo quadro "non può venir meno una responsabilità pubblica dei cicli e dei processi, che garantisca l'universalità di accesso e la sostenibilità nel lungo periodo". Fatta salva la political correctness del richiamo ai beni comuni, il documento non indica proposte concrete né impegni precisi, e, soprattutto, non spiega come coinvolgere davvero le risorse umane, sociali e amministrative citate. E qui veniamo al punto.

La riforma dell'amministrazione pubblica

Un ragionamento serio sulla sussidiarietà non può fare a meno di soffermarsi sull'arretratezza dell'amministrazione pubblica italiana. Su questo punto, la Carta d'Intenti è completamente evasiva. Viceversa, il programma di Renzi ci ritorna su più volte. Come si legge nel documento, "troppo spesso, da noi, si pensa che basti il comma di un decreto legge partorito in qualche Ministero a cambiare le cose. Nove volte su dieci non funziona: perché chi ha scritto quel comma parte da un'idea astratta, anziché immergersi nella complessità del reale. Il risultato è il sistema pubblico con il maggior numero di leggi e il minor numero di risultati tra le grandi democrazie occidentali". La riforma dello Stato è affrontata come una vera e propria emergenza che riguarda la qualità della spesa pubblica, la superfetazione di enti e strutture inutili e costosi, la mancanza di trasparenza e di accountability degli amministratori pubblici, l'arroganza, iniquità e irrazionalità delle misure fiscali, la complessità e l'opacità delle procedure e delle azioni amministrative, e via elencando. Su questi punti il programma del sindaco di Firenze è molto ricco di proposte concrete: l'adozione del Freedom of Information Act per garantire la trasparenza totale, l'introduzione della valutazione e del merito nella PA, la semplificazione di leggi e procedure, misure per rendere più efficiente ed efficace la risposta del sistema giudiziario, misure per la condivisione e la digitalizzazione delle informazioni, il recupero delle risorse sottratte allo stato a causa dell'evasione fiscale e della corruzione. Senza un'amministrazione agile e amichevole nei confronti dei cittadini, la sussidiarietà resta una chimera.

La promozione del capitale umano e sociale

Ma la sussidiarietà si fonda sulla libertà solidale e responsabile di cittadini che costruiscono tutti insieme il futuro comune. In questo momento storico, l'Italia appare bloccata sotto una cappa fatta di rendite, inefficienze e privilegi . Una cappa che comprime quella libera pratica di talenti, capacità e competenze che sta alla base dei processi sussidiari, dello sviluppo umano e di una maggiore giustizia sociale.
La Carta d'Intenti di Bersani contiene riferimenti molto importanti ai temi del lavoro, della formazione e dell'uguaglianza. In particolare, convincono l'attenzione verso il lavoro dei giovani e delle donne, così come convince l'accento sul pericoloso aumento delle diseguaglianze nel nostro paese. Nel programma di Bersani – che ospita diversi inviti alla 'riscossa civica' – "parlare di uguaglianza significa guardare la società con gli occhi degli ultimi". Tuttavia, al di là di richiami assai condivisibili, resta forte ancora una volta la sensazione di poca concretezza. Il programma renziano, fin dalla sua premessa, sia sul piano dell'impatto linguistico che sul piano delle piste di lavoro, sembra andare dritto al punto. L'Italia non è la terra del declino, ma "un Paese stracolmo di capacità e di energie". Si invita a puntare sulla "unica risorsa naturale della quale dispone in abbondanza: il talento degli italiani". Sostiene che "non ha senso proporre l'ennesima ricetta calata dall'alto. Quel che serve è un'occasione per mettere in rete le migliaia di idee e di esperienze che fanno dell'Italia un Paese molto migliore di come ce lo raccontano i media e la politica". Sono numerose le misure concrete suggerite per valorizzare il capitale umano e sociale, punto di partenza necessario e indispensabile per l'affermazione di quella sussidiarietà che può dare nuovo slancio al Paese.

Il welfare come investimento

In questo senso, pare assai azzeccato il capitolo dedicato al welfare. Questo non è più una mera "funzione del lavoro" come viene trattato, in modo un po' retrò, nel programma bersaniano. Con il rischio di restare schiacciato nella vecchia logica dell'assistenza e dei sussidi collegati alla dimensione lavorativa o alla struttura occupazionale. Il welfare, secondo Renzi, diventa il fondamento stesso dello sviluppo, mettendo al centro le persone. "Un welfare orientato all'obiettivo di consolidare la coesione sociale e contrastare ogni fattore di discriminazione non si limita a fornire ai cittadini in condizioni di rischio assistenza e sussidi economici secondo una logica risarcitoria, ma guarda in maniera dinamica e attiva alla valorizzazione di ogni persona come risorsa per sé e per la comunità, qualsiasi sia la sua condizione: anagrafica, economica, formativa, di salute". Per raggiungere questo obiettivo di inclusione si offrono diverse misure (che qui non si possono elencare, ma sulle quali val la pena aprire un dibattito), si promette di coinvolgere i cittadini e si promuove la centralità del ruolo del terzo settore. E, soprattutto, si raccolgono le sfide di un moderno welfare di comunità - che attende ancora di essere discusso e costruito a partire dalle sue variabili: pubblico, locale, aziendale, sindacale, cooperativo - per offrire servizi alle persone, investire sulle capacità e garantire occasioni di libertà e di sviluppo umano.

Non sempre 'carta canta'

Per concludere. Qualsiasi programma scritto sulla carta può rimanere tale: è il limite di un esercizio di valutazione come quello che qui abbiamo tentato. Allo stesso tempo, bisogna riconoscere che un programma politico – a seconda di come viene redatto – può essere più o meno accountable. In questo senso, la Carta d'Intenti, costruita come una piattaforma statica, si incarica di definire (forse in modo troppo ampio e vago) il perimetro dei valori comuni, piuttosto che di indicare le misure precise per realizzarli. In questa maniera rende impossibile ogni verifica di coerenza e di efficacia, rimanda e delega ogni intervento concreto al confronto (e al conflitto) tra le forze della futura maggioranza, solleva nei lettori il sospetto di una mancata assunzione di responsabilità nei confronti dei cittadini chiamati al voto. Oppure, più semplicemente, rassicura il cerchio stretto degli elettori che hanno già deciso.

Tutto all'opposto, il programma di Renzi entra molto di più nel merito delle questioni e formula numerose proposte concrete: condivisibili o meno, ma verificabili. Anche qui non mancano rischi: offrire ricette complete può scatenare sospetti di propaganda e scontrarsi con la necessità reale delle mediazioni.

Tutto questo non possiamo ancora saperlo. Però, possiamo conservare le 'carte'. E rileggerle a tempo debito.


@vittorioferla

v.ferla@cittadinanzattiva.it
 

mercoledì 14 novembre 2012

Ma sulla corruzione i Fantastici 5 ricordano più Galactus

Chi ha letto i fumetti - o ha visto il film - dei “Fantastici 4”, sa chi è Galactus. Un mostro gigantesco, umbratile e silente, ricoperto da un’armatura blaugrana e da un casco con le corna, più grande dei pianeti che deve divorare per poter sopravvivere. Contro di lui, i Fantastici 4 conducono una battaglia epica. Aiutati da quel Silver Surfer che – corrotto e schiavizzato da Galactus – gli procurava il cibo (cioè i pianeti) da mangiare.
Se vogliamo cazzeggiare ancora un po’ con questo paragone tra i Fantastici 5 (cioè i Fantastici 4 più il povero Tabacci nei panni - nientepopodimeno - di quel romanticone, algido e atletico, di Silver Surfer), dobbiamo dire che l’Italia il suo Galactus ce l’ha. E’ la corruzione che divora ogni anno le risorse di questo paese – la Corte dei Conti parla di 60 miliardi l’anno – bruciando opportunità di crescita e di sviluppo. Oggi sappiamo che, a causa di questo Galactus de noantri, di questo mostro divoratore, le istituzioni democratiche sono messe a repentaglio: basti pensare alla cattivissima salute delle nostre amministrazioni pubbliche. E i cittadini hanno meno servizi e garanzie: per rifocillare la ‘bestia’, alla fine, si aumentano le tasse, si annullano le detrazioni fiscali, si tagliano le indennità ai disabili, si aumentano le tariffe dei servizi pubblici.