mercoledì 11 marzo 2009

Verso la biennale della democrazia a Torino


Con questo articolo segnalo un importante evento.

La Biennale Democrazia non è solo un modo di rievocare e celebrare retrospettivamente uno degli aspetti più importanti della vicenda dell’Italia unita. Vuole essere soprattutto uno strumento per la formazione e la diffusione di una cultura della democrazia che si traduca in pratica democratica, all’altezza dei problemi del momento presente. Essa concentrerà le sue iniziative in una triplice attività di diffusione e approfondimento dell’etica democratica: come habitus dei cittadini, come rispetto delle regole comuni e come consapevolezza dei caratteri della democrazia, quale ideale politico.

* La promozione della democrazia come habitus implica la diffusione, anche nella pratica, di modelli comportamentali basati, a titolo d’esempio, sulla definizione e assunzione pratica di criteri di giustizia validi in generale; sulla cura e la messa in comune dei diversi talenti di cui ogni individuo è dotato; sullo spirito del dialogo e dell’uguaglianza; sulla apertura, curiosità e disponibilità alla “contaminazione” nei riguardi delle identità culturali diverse; sull’atteggiamento critico nei confronti delle proprie assunzioni di partenza e sulla capacità di apprendimento da quelle altrui; sull’atteggiamento sperimentale, disposto ad apprendere dai propri errori; sull’assunzione delle responsabilità che conseguono all’applicazione del principio maggioritario, tanto da parte di chi sta con la maggioranza quanto da parte di chi risulta minoranza; sull’atteggiamento altruistico e sull’onestà comunicativa, attraverso una speciale attenzione alla precisione, alla comprensibilità, al carattere non violento e non suggestivo del linguaggio impiegato. Si immagina che questa attività di promozione, anche attraverso esperienze di coinvolgimento pratico, si indirizzi naturalmente, e in primo luogo, là dove si formano i cittadini della democrazia di domani, cioè alle scuole. Ma la pratica della democrazia potrà essere promossa altresì attraverso l’organizzazione di esperienze pratiche di “democrazia deliberativa” nei più diversi ambiti, nelle quali coinvolgere persone motivate, competenti e responsabili, al fine di promuovere modelli di partecipazione qualificata alle scelte collettive.
* L’esigenza di rispetto delle regole comuni sarà oggetto di un programma diffusivo, rivolto non solo a sollecitare la presa di coscienza del valore della legalità, come condizione-base di una vita civile, politica e amministrativa il più possibile liberata da prepotenze, inganni, favoritismi e ingiustizie, ma anche a promuovere la partecipazione e il controllo, circa il corretto uso dei poteri pubblici e privati, incidenti sulla vita collettiva dei cittadini. Anche a questo proposito, si potranno promuovere esperienze di partecipazione-controllo a diversi livelli e nei diversi settori della vita collettiva.
* La democrazia come ideale politico sarà l’oggetto di un programma di lezioni e conferenze dedicate innanzitutto alle dottrine democratiche, alla storia delle loro realizzazioni, dei loro fallimenti e tradimenti, ai problemi e alle sfide di fronte ai quali essa si trova nel mondo contemporaneo, con l’attenzione rivolta non solo alla dimensione immediatamente politica della democrazia. Tutti gli aspetti della vita collettiva, infatti, si prestano e richiedono di essere presi in considerazione dal punto di vista della democrazia: a titolo d’esempio, i caratteri delle strutture urbane e architettoniche e le maniere di viverle; i modi di organizzazione del lavoro e la tutela dei lavoratori, le istituzioni culturali, a iniziare da quelle scolastiche; i sistemi di informazione e comunicazione; i rapporti che si dicono “di genere”; i modi di convivenza interindividuale. La democrazia è diffusiva di sé; la si può cercare in tutti i rapporti sociali e la si può trovare usando tutti i mezzi della comunicazione sociale: non solo quindi lezioni e conferenze, ma anche spettacoli cinematografici, teatrali e musicali ai quali ci si rivolgerà ugualmente, non solo per raggiungere un pubblico il più vasto possibile, ma anche per toccare uno spettro di tematiche il più ampio possibile.

Le iniziative di cui ai punti indicati, pratiche e teoriche, saranno integrate. In particolare, quelle da svolgersi nelle scuole e in luoghi di esperienze concrete dovranno avere anche un valore propedeutico a quelle di tipo teorico; ma anche il contrario: la trattazione dei temi della democrazia in teoria potrà avere ricadute nella dimensione pratica.

Questo programma si svilupperà negli anni. Con cadenza biennale, a iniziare dall’aprile del 2009, si concentreranno le iniziative “visibili”, di maggiore richiamo e coinvolgimento sociale; ma il periodo di tempo intermedio non sarà un tempo passivo e muto, poiché sarà dedicato a promuovere esperienze e riflessioni diffuse capillarmente nel tessuto della città e della regione, così come una teoria e una pratica democratiche richiedono.

Gustavo Zagrebelsky
Presidente Biennale Democrazia
Fonte: www.biennaledemocrazia.it

martedì 10 marzo 2009

Volontari per la sicurezza: alcune esperienze italiane tra dubbi e opportunità


Grazie all’assiduo impegno dell’Osservatorio Media di Labsus.org, straordinariamente impegnato in questa ricerca oltre i limiti della sussidiarietà, siamo riusciti a tracciare una mappa dei principali profili che il fenomeno sta assumendo nel nostro paese.

Ad essere analizzati sono stati, come già in parte anticipato, quotidiani locali e nazionali, siti internet e altre fonti di vario tipo. I criteri utilizzati nella classificazione si basano principalmente sulle caratteristiche dei cittadini attivi che aderiscono alle ronde e sul rapporto che essi intrattengono con i soggetti pubblici o con i partiti.

Il risultato: una polarizzazione dei casi attorno ad alcuni profili-tipo di ronda, a cui si aggiungono esperienze ben al di fuori della legalità.

Congedati impegnati

Al primo profilo appartengono le ronde composte da ex membri delle forze dell’ordine, su iniziativa o in collaborazione con gli enti locali: è questo il caso dell’esperienza di Viareggio, dove il sindaco ha stipulato un accordo con dei bersaglieri a riposo che pattugliano le strade e disincentivano la microcriminalità.

L’utilizzo di ex militari a riposo, quindi di persone con esperienza nel campo della sicurezza, è alla base del Gruppo volontari per la sicurezza istituito ad Assisi dal Comune nel 2004. In entrambi i casi i volontari non intervengono direttamente, ma sono dotati di apparecchi con cui contattare le forze dell’ordine.

Un aspetto del caso di Assisi è però degno di nota: le ronde, avviate su richiesta degli ordini religiosi presenti nella città, sono una parte del più generale progetto di riqualificazione degli spazi urbani e dell’illuminazione cittadina.

A Savona sono poi attivi i nonni civici, impegnati in prossimità delle scuole o di giardini e parchi.

Quando il Comune chiama

Non sono poche le esperienze nelle quali il coinvolgimento di semplici cittadini e pensionati è richiesto dagli stessi sindaci. In questi casi i volontari intraprendono percorsi di formazione, vengono dotati di cellulari e segni di riconoscimento, agiscono in stretto coordinamento con la polizia locale.

Fanno parte di questa modalità di collaborazione tra ente pubblico e privati numerosi casi già riportati da Labsus, si veda sopra tutte l’esperienza di Borgo Panigale (BO). Questa chiamata dei cittadini assume varie declinazioni: monitoraggio di discariche abusive, disincentivazione della microcriminalità, attenzione alla vita di quartiere, e così via.

A Torino si assiste dal 1998 a una collaborazione tra Comune e Coordinamento comitati spontanei torinesi, impegnati a sorvegliare alcune aree a rischio della città. Altre esperienze si possono vedere a Capriata d’Orba (AL) e a Traversetolo (PR), dove pensionati vigilano su giardini pubblici e luoghi affollati.

Volontari di strada

I più conosciuti sono i City Angels, attivi in Italia dal 1994. Sono associazioni di volontari che tra vari impegni in ambito sociale (assistenza a anziani, immigrati, senzatetto, tossicodipendenti) girano per le città segnalando situazioni di disagio e di emarginazione.

A differenza di molti partecipanti alla ronde, gli iscritti alle associazioni frequentano corsi di formazione e possiedono nozioni basilari in primo soccorso, alcolismo e tossicodipendenza.

Oltre alle esperienze milanesi, si segnalano quelle di Napoli, Bologna, Bergamo, Pescara e Livorno.

Noi facciamo da soli

Tv e giornali ne parlano, e le ronde diventano una realtà. Gruppi autogestiti si moltiplicano in tutto il territorio nazionale. Impossibile mapparli tutti: non esistono dati a causa del loro carattere spontaneo ed estemporaneo, ed inoltre non operano in collaborazione con gli enti locali.

Per la maggior parte si tratta di residenti che organizzano ronde a seguito di furti e rapine, come avviene a Fiumicino. Un caso eclatante si segnala a Bari, dove a seguito di gravissimi atti di bullismo nelle scuole diversi genitori, coordinati da un’associazione civica e dotati di moto, binocoli e Gps, hanno deciso di pattugliare il territorio e le discoteche.

Si segnalano inoltre diversi casi in provincia di Macerata e di Ancona già interrotti per intervento diretto del Prefetto.

I militanti

La bandiera della sicurezza ha un colore: aumentano al Nord le ronde politicizzate. Lega (presente con la rete Veneto Sicuro), Fiamma Tricolore e Azione Giovani creano propri gruppi di sorveglianza del territorio a Torino, Lodi, Milano, Udine, Trieste ed in altre realtà di provincia.

A Treviso la Lega collabora con la Protezione Civile nel pattugliamento del territorio fin dallo scorso dicembre. Il fatto che una struttura pubblica venga utilizzata da un partito, oltre a sollevare numerose polemiche, ha portato ad un’interrogazione parlamentare sul caso. Pur non vietandola, la Procura ha comunque definito inopportuna l’esperienza.

Altra iniziativa promossa dalla Lega è Genova sicura, che opera in coordinamento con le forze dell’ordine ma senza accordi con il Comune. Caravaggio, definita dai quotidiani spagnoli El Pais e El Mundo “la città più xenofoba d’Italia”, ospita invece una ronda di volontari di area leghista integrata da poliziotti in pensione ed ex-militari.

E anche qui non mancano le varianti originali, come le ronde rosa a Roma, composte esclusivamente da donne su iniziativa de La Destra. E si potrebbe continuare a lungo.

Una fotografia fuori fuoco

Ma una divisione netta tra le modalità sopra descritte è spesso faticosa, i confini sono sfumati: iniziative nate spontaneamente possono poi trovare l'appoggio delle forze dell'ordine - è il caso di Albissola (SV) - o si può assistere all'infiltrazione politica in gruppi inizialmente autogestiti. In alcuni casi il Comune si trova a dover dialogare con esperienze molto diverse. Recentemente a Padova la presenza simultanea di più ronde (una delle quali composta da soli extracomunitari) ha provocato una confusione tale da richiedere l’intervento straordinario delle forze dell’ordine.

Ma i casi descritti fin qui non restituiscono la completezza del quadro. La paura percepita e la sensazione di uno Stato assente arrivano a spingere alcune persone a cercare una giustizia privata. Il fenomeno non è nuovo, come mostra il caso di Fiuggi. E i casi di aggressioni armate riportate dalla cronaca recente sono tristemente troppi: a Torino sono state arrestate recentemente cinque persone che partecipavano a raid armati ai danni di tossicodipendenti. Nell’estrema periferia sud di Roma si registrano numerose imboscate ai danni di membri delle comunità rom, non quantificabili per il timore dei clandestini di denunciare le violenze subite.

Quello che resta al termine di questa breve inchiesta è una fotografia ancora fuori fuoco: si intuiscono le figure, ma non si delineano i contorni.

di Alice Lombardi e Filippo Ozzola
Fonte: Labsus.org

venerdì 6 marzo 2009

I beni confiscati ai mafiosi non andranno più alla società civile


Il governo modifica la destinazione dei beni sottratti alle mafie. Non tornano più alla società civile, ma sono dirottati ai ministeri e alle spese correnti, tramite aste pubbliche. Si tratta di una norma frettolosa e incoerente sotto il profilo giuridico. E' inefficiente dal punto di vista economico e amplia l'area di illegalità perché incentiva i mafiosi a cercare prestanomi in ambienti sempre più allargati. E i ricavi per lo Stato potrebbero essere davvero minimi. La logica sembra quella di sottrarre sequestri penali e misure di prevenzione al controllo del giudice.

L’aggressione ai patrimoni mafiosi è sicuramente il percorso vincente per la lotta alla criminalità organizzata. Ma colpire le organizzazioni criminali nella loro principale ragione d’essere - i redditi e i patrimoni - suscita il loro interesse, nel tentativo di appropriarsene nuovamente tramite i curcuiti collusivi e di prestanomi di cui queste organizzazioni si servono.
Questa considerazione, unita all’idea di restituire le risorse alla società civile a cui erano state tolte, ha per anni costituito la base della scelta di destinare alla comunità i beni sottratti alle mafie. Lo stesso ministero della Giustizia afferma: “In effetti la elevata concentrazione di beni oggetto dei sequestri e delle confische perché nelle disponibilità di appartenenti alle organizzazioni criminali nelle aree dell'Obiettivo 1 ha posto in evidenza come la sicurezza, intesa come condizione ed insieme effetto dello sviluppo economico e sociale, sia strettamente legata alla percezione sociale della effettiva pratica della legalità. In tal senso il valore anche simbolico dell'immediato uso sociale dei beni stessi, reso possibile dalla sistemazione dei loro elementi identificativi, diventa elemento cruciale nella affermazione di una nuova cultura libera da sudditanze rispetto alle ideologie criminali”. (1)
Recenti interventi dell’esecutivo, per motivi di bilancio o per togliere giurisdizionalità al sequestro di beni in generale, hanno di fatto delegittimato l’impianto dell’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali faticosamente costruito.

IL FONDO UNICO GIUSTIZIA

Come si è arrivati al “Fondo unico giustizia”? E di che cosa si tratta?
Il 27.10.2005 viene costituita Equitalia spa partecipata da Agenzia delle Entrate, cioè ministero dell’Economia, e altri. La società effettua la riscossione a livello nazionale di ogni forma di tributo, imposta, contributo: gestisce in regime privatistico fiumi di risorse finanziarie pubbliche. Il 28.4.2008 viene costituita Equitalia Giustizia spa, con Equitalia come socio unico. Gestisce in regime privatistico, fra l’altro, tutte le risorse afferenti al cosidetto “Fondo unico giustizia”: sono tutte le somme liquide o comunque investite sotto qualsiasi forma in prodotti bancari o finanziari sui quali è stato pronunciato un sequestro penale o per misure di prevenzione o che siano state sottoposte a confisca nei medesimi procedimenti,e addirittura le somme confiscate a società a seguito di provvedimenti giudiziari riguardanti le violazioni in materia di modelli organizzativi aziendali (responsabilità penale dell’impresa). Viene disposto che ciascun terzo delle risorse finanziarie intestate al “Fondo unico giustizia” vengano destinate al ministero dell’Interno, al ministero della Giustizia e all’entrata del bilancio dello Stato. (2)
La nuova normativa impone alcune riflessioni.
In primo luogo, appare formulata in maniera assai frettolosa tenuto conto non solo delle molte imprecisioni e improprietà nella terminologia adottata. In particolare, si rileva un’inconcepibile confusione nell’accostamento o accomunamento fra l’istituto del sequestro e quello della confisca. Il provvedimento di sequestro, sia esso per misure di prevenzione o penale, ha natura temporanea e conclude la sua vita solamente a seguito della pronuncia definitiva dell’autorità giudiziaria competente che vi ha dato luogo. La confisca invece, se coperta da giudicato, assume il carattere della definitività da cui consegue il diritto dell’Erario di appropriarsi del bene.
Inoltre, il trasferimento delle disponibilità in sequestro al “Fondo unico giustizia” in costanza di sequestro determinerebbe una considerevole incoerenza giuridica, ancorché la norma preveda la possibilità di rimborso nel caso in cui il sequestro debba concludersi con la sua revoca. Ciò produrrà un ingente contenzioso con richieste di onerosi risarcimenti per il danno subito. Inoltre, la norma appare nettamente in contrasto con l’articolo 2 ter legge 575/65: l’amministratore giudiziario deve amministrare i beni in sequestro, ivi comprese le somme di disponibilità finanziarie, incrementandone il patrimonio e il loro rendimento. Tutto ciò non potrà avvenire se le disponibilità verranno sottratte alla gestione dell’amministratore giudiziario.
La norma presenta anche profili di incostituzionalità. E infatti proprio per effetto della confusione concettuale e terminologica tra sequestro e confisca, al legislatore è sfuggito che, fino al provvedimento che in via definitiva disponga la confisca, il soggetto destinatario del sequestro penale o per misura di prevenzione, non è affatto espropriato dei beni ma solamente spossessato; è quindi in netto contrasto con l’articolo 42 della Costituzione la norma che azzera il diritto di proprietà al di fuori di un provvedimento giurisdizionale avente autorità di giudicato (la confisca definitiva) senza neppure la previsione dell’indennizzo.
L’amministratore giudiziario molto spesso utilizza le disponibilità liquide ottenute con il sequestro e quelle derivanti dalla locazione degli immobili pure sotto sequestro, per provvedere a opere di manutenzione o per il pagamento delle tasse e imposte dovute, come Ici, Irpef, Imposta registro. Nel caso di trasferimento delle somme, le imposte rimarranno non pagate e gli immobili non vedranno crescere il loro valore patrimoniale per effetto della mancata manutenzione.
Ancora più grave è la questione del trasferimento al “Fondo unico giustizia” delle disponibilità finanziarie relative ad aziende in piena attività. In questo caso, risulta di fatto impossibile mantenere in vita l’azienda, con danno per gli occupati e per il mercato privato di una parte dell’attività economica costituita dall’azienda in sequestro che, benché possa essere il frutto di illeciti arricchimenti, in prospettiva, esercitate tutte le attività di bonifica aziendale, potrà entrare di diritto nell’economia sana del territorio. L’applicazione della normativa porterà inevitabilmente al fallimento della società amministrata per insolvenza procurata dalla privazione delle proprie finanze. Nel migliore dei casi, ove il valore dei beni aziendali sia sufficiente a coprire il passivo, le aziende potranno essere poste in liquidazione. Ma sorge sempre il dubbio che, nel corso della fase liquidatoria, il “Fondo unico giustizia” possa pretendere che le somme rinvenienti dalla vendita dei beni e destinate al pagamento dei debiti, vengano trasferite anch’esse. Anche in questi casi l’eventualità che il sequestro venga revocato, cosa che si verifica non di rado, non potrà che arrecare grave danno al legittimo titolare dell’azienda, che nel frattempo sarà stata dichiarata fallita o avrà concluso la propria liquidazione.

LA SOCIETÀ CIVILE PERDE TRE VOLTE

L’esecutivo ha scelto di modificare la destinazione dei beni sottratti alle mafie, orientandoli ai ministeri e alle spese correnti, tramite aste pubbliche. ネ chiaro che gli stessi meccanismi con cui i mafiosi si aggiudicano appalti pubblici sono utilizzati anche in questi casi per riappropriarsi di “propri” beni sequestrati. Emergono alcune considerazioni da questa scelta di nuova destinazione di beni sequestrati o confiscati. In primo luogo, la comunità ha subito tre tipi di perdite sullo stesso bene: 1. sottrazione del bene alla economia legale, 2. costi di indagini - umani, materiali e di tempo - per recuperarlo e mantenerlo, 3. (con l’ultima scelta dell’Esecutivo) costi di nuove indagini per recuperare nuovamente tale bene. Quindi, abbandonare uno dei principi che aveva guidato il ritorno alla comunità dei beni sottratti ai mafiosi non sembra una scelta particolarmente efficiente né favorevole alla “rule of law”. In secondo luogo, questa scelta incentiva i mafiosi a cercare ulteriori prestanomi in ambienti (fisici o relazionali) sempre meno vicini a quelli originari del mafioso, i cui contatti usuali sono presumibilmente già stati individuati nelle indagini che hanno portato alla prima confisca o al primo sequestro: si favorisce così un ampliamento dell’area di illegalità. In terzo luogo, gli accordi illegali o gli atteggiamenti collusivi dei mafiosi con prestanomi fanno sì che la stessa asta non porti alla massimizzazione del ricavo per l’offerente, come è usuale nell’asta all’inglese, anzi si può facilmente prevedere che le offerte porteranno alla minimizzazione dell’esborso per i prestanome dei mafiosi. Ne segue che i ricavi per lo Stato potrebbero essere davvero minimi, prossimi ai prezzi di riserva, se questi sono stati posti, oppure a cifre quasi nulle in caso di prezzo di riserva pari a zero. Infine, questo supplemento di operazioni a parità di risorse degli organismi di contrasto non può che ridurne l’efficienza complessiva, a meno di un proporzionale aumento di produttività di tutti i pezzi della macchina repressiva alla stessa velocità con cui tali norme vengono introdotte; il che pare improbabile visto che fautore di tale miglioramento dovrebbe essere lo stesso esecutivo (inistero della Giustizia), che è responsabile della scadente gestione della macchina amministrativa della giustizia.
Non è dunque comprensibile lo spirito con il quale il governo abbia affrontato l’argomento. C’è da ipotizzare che abbia voluto porre in essere il primo tassello per togliere giurisdizionalità ai sequestri penali o per misure di prevenzione, sottraendoli al controllo del giudice per porli invece sotto il controllo del governo medesimo.

di Marco Arnone e Elio Collovà
Fonte: lavoce.info



(1)Ministero della Giustizia: http://www.giustizia.it/ministero/struttura/sippi_bis.htm
(2)Il ministero della Giustizia ha diramato le istruzioni operative per l’applicazione della riforma e indicazioni procedurali e organizzative relative a tutte le risorse che devono affluire al “Fondo unico giustizia”. Nelle stesse si fa riferimento alle somme che dovranno eventualmente essere restituite agli aventi diritto anche nel caso di revoca di sequestro: “La riforma normativa prevede che affluiscano a tale fondo, tra l’altro, le somme di denaro sequestrate e i proventi derivanti dai beni confiscati nell’ambito di procedimenti penali o per l’applicazione di misure di prevenzione, che saranno gestiti e successivamente riversati agli aventi diritto o allo Stato dalla società Equitalia Giustizia”. Dunque, nel caso in cui il provvedimento di sequestro, dovesse concludersi nel merito con una revoca, Equitalia Giustizia dovrà farsi carico di restituire (sic!) agli aventi diritto le somme a suo tempo incamerate. Non è dato di sapere come e in che misura verranno restituiti anche gli interessi che ne sarebbero derivati e di cui non si può negare il diritto a riceverli da parte dei legittimi titolari, che tali sono in quanto affrancati da decreto coperto da giudicato definitivo.

giovedì 5 marzo 2009

Votiamo per una carta europea dei diritti del malato


Sul sito delle Consultazioni europee dei cittadini continua la raccolta di proposte. Oggi ricordiamo il tema dei diritti del malato.
Ritengo che l'Europa debba essere capace di recepire quanto emerge dalla società in merito alla promozione e la tutela dei diritti. Una delle cose che mi aspetto dal nuovo Parlamento è l'approvazione della Carta europea dei diritti del malato che è nata dal basso ad opera di organizzazioni civiche dei paesi membri. Sarebbe un buon modo per dare alcuni criteri comuni nella gestione della salute pur in presenza di sistemi sanitari differenti.
La Carta europea dei diritti del malato è stata scritta nel 2002 su iniziativa di Active Citizenship Network, in collaborazione con 12 organizzazioni civiche dei Paesi dell’Unione
europea. Essa proclama 14 diritti dei pazienti che, nel loro insieme, mirano a garantire un “alto livello di protezione della salute umana” (articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) assicurando l’elevata qualità dei servizi erogati dai diversi sistemi sanitari nazionali in Europa.
I 14 diritti sono una concretizzazione di diritti fondamentali e, come tali, devono essere riconosciuti e rispettati in ogni Paese; essi sono correlati con doveri e responsabilità che sia i cittadini che gli altri attori della sanità devono assumere. La Carta si applica a tutti gli individui, riconoscendo il fatto che le differenze, come l’età, il genere, la religione, lo status socioeconomico ecc., possono influenzare i bisogni individuali di assistenza
sanitaria.

mercoledì 4 marzo 2009

Vota l'iniziativa comunitaria per la promozione della cittadinanza attiva


Vota anche tu per promuovere la cittadinanza attiva in Europa sul sito delle Consultazioni europee dei cittadini.
La proposta è che l'Unione Europea rivolga stabilmente a tutti i cittadini degli Stati membri un invito affinché si impegnino in maniera costante nel servire le proprie comunità e il proprio paese.
Non si chiede al popolo europeo di partecipare soltanto per un giorno, ma di assumere un impegno costante del proprio tempo (un'ora, un weekend, ecc.) per un servizio alla comunità nella quale si vive.
Questo impegno potrebbe essere sostenuto con strutture (un'Agenzia ad hoc?) e risorse (un Fondo europeo ad hoc) adeguate, dando ordine e stabilità ad una sensibilità che l'UE ha già dimostrato di avere in questi anni valorizzando spesso le iniziative civiche.
Questa iniziativa si dovrebbe sviluppare su tre direttrici principali:
1) Incoraggiare un servizio civile europeo per affrontare le grandi sfide contemporanee;
2) Integrare le attività scolastiche e universitarie con azioni di servizio alle comunità;
3) Rafforzare/espandere la capacità delle organizzazioni civiche di innovare e diffondere/scambiare i programmi di successo tra i diversi Paesi.

martedì 3 marzo 2009

Votiamo per la cittadinanza europea agli immigrati residenti da 5 anni


Cittadinanza Europea per chi risiede legalmente da almeno 5 anni nell'UE. Oggi possiamo chiederlo!
Come è possibile che ci siano milioni di persone che vivono in tutto e per tutto come cittadini della Unione ma non sono riconosciuti come tali? Che sostengono con le loro tasse i servizi e le attività degli stati e delle città ma non possono votare per il sindaco né concorrere alla formazione della volontà politica della Unione, dalla quale, tanto per fare un esempio, provengono il 75% delle norme sul lavoro, l’80% di quelle sull’ambiente e il 90% di quelle sul consumo? Che abbiano una libertà di movimento nulla o ridotta? Che non abbiano diritti pari ai loro doveri e non abbiano poteri pari alle loro responsabilità?
Deve essere l’Europa a prendersi carico di questo atto di riconoscimento e coinvolgimento. Nel 2003, il Comitato economico e sociale della Unione europea aveva proposto che ai cittadini di paesi terzi, residenti legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Unione, venisse attribuita la cittadinanza europea senza che essa fosse condizionata dalla varietà delle leggi sulla concessione della cittadinanza nazionale. Questa proposta fu allora ignorata. Ma per quanto tempo essa potrà essere ignorata ancora? L’Europa dei cittadini dovrebbe fare urgentemente un passo in questa direzione. Puoi votare questa proposta sul sito delle Consultazioni europee dei cittadini.

lunedì 2 marzo 2009

Ultimi giorni per le consultazioni europee dei cittadini


Ancora pochi giorni a disposizione per partecipare alle Consultazioni europee dei cittadini e votare le proposte che saranno presentate alle Istituzioni comunitarie. Potete farlo sul sito delle Consultazioni europee. Vi suggerisco in particolare queste tre proposte:


1. Cittadinanza europea per chi risiede legalmente da almeno 5 anni nell’UE

Come è possibile che ci siano milioni di persone che vivono in tutto e per tutto come cittadini della Unione ma non sono riconosciuti come tali? Che sostengono con le loro tasse i servizi e le attività degli stati e delle città ma non possono votare per il sindaco né concorrere alla formazione della volontà politica della Unione, dalla quale, tanto per fare un esempio, provengono il 75% delle norme sul lavoro, l’80% di quelle sull’ambiente e il 90% di quelle sul consumo? Che abbiano una libertà di movimento nulla o ridotta? Che non abbiano diritti pari ai loro doveri e non abbiano poteri pari alle loro responsabilità?
Deve essere l’Europa a prendersi carico di questo atto di riconoscimento e coinvolgimento. Nel 2003, il Comitato economico e sociale della Unione europea aveva proposto che ai cittadini di paesi terzi, residenti legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Unione, venisse attribuita la cittadinanza europea senza che essa fosse condizionata dalla varietà delle leggi sulla concessione della cittadinanza nazionale. Questa proposta fu allora ignorata. Ma per quanto tempo essa potrà essere ignorata ancora? L’Europa dei cittadini dovrebbe fare urgentemente un passo in questa direzione.


2. Una iniziativa comunitaria per la promozione della cittadinanza attiva

La proposta è che l'Unione Europea rivolga stabilmente a tutti i cittadini degli Stati membri un invito affinché si impegnino in maniera costante nel servire le proprie comunità e il proprio paese.
Non si chiede al popolo europeo di partecipare soltanto per un giorno, ma di assumere un impegno costante del proprio tempo (un'ora, un weekend, ecc.) per un servizio alla comunità nella quale si vive.
Questo impegno potrebbe essere sostenuto con strutture (un'Agenzia ad hoc?) e risorse (un Fondo europeo ad hoc) adeguate, dando ordine e stabilità ad una sensibilità che l'UE ha già dimostrato di avere in questi anni valorizzando spesso le iniziative civiche.
Questa iniziativa si dovrebbe sviluppare su tre direttrici principali:
1) Incoraggiare un servizio civile europeo per affrontare le grandi sfide contemporanee;
2) Integrare le attività scolastiche e universitarie con azioni di servizio alle comunità;
3) Rafforzare/espandere la capacità delle organizzazioni civiche di innovare e diffondere/scambiare i programmi di successo tra i diversi Paesi.


3. Fare propria la carta europea dei diritti del malato

Ritengo che l'Europa debba essere capace di recepire quanto emerge dalla società in merito alla promozione e la tutela dei diritti. Una delle cose che mi aspetto dal nuovo Parlamento è l'approvazione della Carta europea dei diritti del malato che è nata dal basso ad opera di organizzazioni civiche dei paesi membri. Sarebbe un buon modo per dare alcuni criteri comuni nella gestione della salute pur in presenza di sistemi sanitari differenti.
La Carta europea dei diritti del malato è stata scritta nel 2002 su iniziativa di Active Citizenship Network, in collaborazione con 12 organizzazioni civiche dei Paesi dell’Unione
europea. Essa proclama 14 diritti dei pazienti che, nel loro insieme, mirano a garantire un “alto livello di protezione della salute umana” (articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea) assicurando l’elevata qualità dei servizi erogati dai diversi sistemi sanitari nazionali in Europa.
I 14 diritti sono una concretizzazione di diritti fondamentali e, come tali, devono essere riconosciuti e rispettati in ogni Paese; essi sono correlati con doveri e responsabilità che sia i cittadini che gli altri attori della sanità devono assumere. La Carta si applica a tutti gli individui, riconoscendo il fatto che le differenze, come l’età, il genere, la religione, lo status socioeconomico ecc., possono influenzare i bisogni individuali di assistenza
sanitaria.