martedì 15 febbraio 2011

Trasparenza e qualità della PA: c'era una volta una riforma….

Peccato. A vedere sotto i nostri occhi la progressiva agonia della riforma Brunetta cresce un forte sentimento di rammarico. Il decreto legislativo 150 del 2009 - che introduce importanti novità in tema di trasparenza e performance delle istituzioni pubbliche - rappresentava un formidabile passo in avanti in termini di efficacia, efficienza e produttività della PA e offriva indirizzi importanti in termini di lotta alla corruzione e agli abusi di potere.
Oggi però, dopo appena un anno e mezzo dall’approvazione, quel cammino sembra sostanzialmente interrotto. I tagli lineari della manovra finanziaria hanno sottratto risorse importanti e così non ci sono più soldi per premiare i dipendenti meritevoli e attuare la riforma. L’azione collettiva si può usare con difficoltà e spesso, per i cittadini, il gioco non vale la candela. La Presidenza del Consiglio è stato il primo pezzo di amministrazione a sganciarsi dai controlli della legge, poi ci ha provato il Ministero dell’Economia. Mille resistenze vengono a tutti gli altri livelli, rafforzate dai tempi di attuazione e di adeguamento che la legge stessa prevede, per esempio in ambito di amministrazioni sanitarie.
In più, l’ultimo accordo siglato dal governo con i sindacati ripristina di fatto la tradizionale palude burocratica e corporativa e recupera i contenuti del Memorandum Nicolais del gennaio 2007. Solo la Cgil non lo ha firmato, non certo per dissenso dai contenuti, ma solo per rimarcare ancora una volta la propria zelante opposizione al governo. E così, niente valutazione delle performance da parte di organismi indipendenti. Si ritorna ai controlli corporativo-sindacali effettuati da commissioni paritetiche (rappresentanti delle amministrazioni oggetto di controllo e rappresentanti dei sindacati dei dipendenti delle amministrazioni medesime). Il punto di vista dei cittadini viene sostanzialmente espulso. Inoltre, la differenziazione dei salari in base al merito va in soffitta a garanzia della certezza di irresponsabilità per tutti.
In un contesto del genere, si auspicava una energica iniziativa riformatrice della CIVIT (la Commissione indipendente per la trasparenza, l’integrità e la valutazione, introdotta con la riforma). Ma le speranze si sono rivelate mal poste e i risultati assai deludenti. La Commissione è tutt’altro che indipendente, essendo di nomina governativa. La selezione dei commissari è fatta secondo le tradizionali logiche spartitorie dei partiti. L’attività è meramente formale, legata all’adempimento di atti burocratici e alla approvazione di delibere su norme e regolamenti. Nessuno spirito manageriale serio, scarsissima disponibilità alla consultazione e al coinvolgimento sistematico dei cittadini. Nonostante l’investimento economico - che comunque è importante - i progetti e le iniziative concrete stentano ancora a partire. Di fronte a tanta inadeguatezza e ai tradizionali ritardi, uno dei commissari, il giovane docente Pietro Micheli, ha preferito presentare lettera di dimissioni e ritornare alla sua attività accademica a Londra.
Allo stesso tempo, ogni proposta di candidatura per la Commissione, fatta allo scopo di allargare ai cittadini l’esercizio di poteri e responsabilità per il miglioramento della trasparenza e della qualità dell’azione amministrativa, si è sempre arenata nelle secche degli accordi tra maggioranza e opposizione: quel posto toccava ad altri, come al solito, per garantire la par condicio….
Il quadro ci pare chiaro abbastanza. Ancora una volta la crisi della politica - che sembra accompagnarsi alla crisi dell’interesse generale – depotenzia l’azione delle istituzioni. Ma la legge resta comunque uno strumento di partecipazione, una modalità possibile per concretizzare il principio di sussidiarietà, un’occasione di empowerment. I cittadini, così, sono chiamati ad assumersi nuove responsabilità nell’ambito della trasparenza: valutazione della qualità dei servizi e del rendimento dei dirigenti pubblici, impegno per la legalità, pressione costante perché le istituzioni rendano conto del loro operato, verifica della qualità della spesa pubblica, controllo delle capacità di governo. Purché non resti – come spesso accade – l’ennesimo caso di sussidiarietà ‘nascosta’ o ‘negata’.

lunedì 14 febbraio 2011

A proposito di Big Society

Dice Adam Bienkov su Twitter: "Cameron: Long waiting list to join the Scouts shows public enthusiasm for the #bigsociety. No, it shows public enthusiasm for the Scouts".

Senonoraquando?

Ma, per capire, adesso bisogna tornare in piazza per 17 giorni di fila? O si riesce a fare prima? #senonoraquando

martedì 25 gennaio 2011

I nuovi cittadini

Il 2011 sarà un anno di impegni e di celebrazioni molto importanti. Da una parte, la Commissione Europea ha deciso di dedicarlo alle ‘attività volontarie che promuovono la cittadinanza attiva’. Ecco perché quest’anno sentiremo molto spesso parlare di Anno europeo del volontariato o, nella dizione che noi preferiamo, di Anno Europeo della cittadinanza attiva. Dall’altra parte, questo è l’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Una scadenza rilevante non soltanto per aggiornare le interpretazioni del processo storico che ha visto la nascita dello stato italiano unitario (1861), ma, soprattutto, per ragionare tutti insieme sull’Italia che verrà e, in qualche modo, se questo è possibile, sui prossimi 150 anni di vita del nostro paese.
Per un verso, dunque, emerge una domanda sul futuro dell’idea di cittadinanza in Europa e sulle potenzialità di quella innovativa forma che si definisce ‘cittadinanza attiva’. Per altro verso, e insieme, si apre la questione della cittadinanza nazionale, che oggi merita di essere ripensata alla luce di decenni di storia e, soprattutto, in vista della costruzione comune del futuro.

Un mondo in trasformazione

Questo duplice richiamo si colloca in un contesto globale in profonda trasformazione. Il sociologo tedesco Ulrick Beck, per esempio, legge nella realtà che viviamo un processo di cosmopolitizzazione delle società. Mentre, infatti, le pratiche della vita quotidiana sono sempre più ispirate e guidate da un approccio transnazionale, nelle classi dirigenti ed intellettuali continua a sopravvivere una vecchia tradizione che individua le radici delle norme giuridiche e delle politiche pubbliche nell’esclusiva dimensione nazionale. Il mutamento delle società globali richiede, viceversa, un mutamento delle nostre abitudini interpretative. Lo stato-nazione non può più essere considerato il punto di riferimento obbligato per l’indagine dei fenomeni sociali e politici, né riesce più a dare tutte le risposte per la soluzione dei problemi e per l’accompagnamento dei processi. Le società contemporanee diventano sempre più ‘transnazionali’ grazie a diversi fattori (universalizzazione dei diritti umani, crescita del commercio transnazionale di prodotti culturali, intensificazione ed estensione delle vie di comunicazione, la diffusione della mobilità umana e dei flussi migratori, ecc.). In questo quadro si colloca, oggi, il rapporto tra immigrazione e cittadinanza (se ne è parlato il 25 gennaio al Senato nel convegno “I nuovi cittadini” promosso da Cittadinanzattiva e dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia). Un rapporto che possiamo cominciare ad approfondire a partire da una domanda (in che senso nuovo oggi gli immigrati sono titolari di diritti?) e da una sfida (quella della cittadinanza attiva e della sussidiarietà costituzionale).

Gli immigrati sono titolari di (quali) diritti?

A questa domanda si può rispondere prima di tutto ammettendo il superamento del nesso Stato-nazione come principio normativo del regime dei diritti di cittadinanza. La cittadinanza, nella sua triplice declinazione basata su diritti, appartenenza e partecipazione, risponde ad altri criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, l’esercizio concreto e attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.
La cittadinanza diviene ‘post-nazionale’ e si ancora al regime internazionale dei diritti umani, all’insieme di norme, convenzioni, dichiarazioni che lo sostanziano. In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dalla sovranità dello Stato-nazione ma dalla “Costituzione”. Non è un caso che la Costituzione italiana sia costruita in questa chiave progressiva. Da un lato, infatti, essa recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale: basti pensare al diritto alla salute di cui i cittadini immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani (v. sentenza n.269/2010 della Corte costituzionale). Dall’altro, essa apre alle profonde trasformazioni che provengono dalla costruzione della cittadinanza europea, con il suo profondo contenuto di libertà. Si afferma una nuova coscienza storica che distingue tra i diritti della personalità (o, se si preferisce, della cittadinanza costituzionale e universale), che in quanto tali devono essere estesi a ‘tutti’, e diritti di cittadinanza (in chiave nazionale), che possono essere riconosciuti ai ‘membri’ di una specifica comunità politica. In tale quadro, i diritti di libertà per eccellenza, che in quanto tali dovrebbero poter essere garantiti a tutti, e che stanno inoltre a fondamento della nuova cittadinanza europea, sono proprio “il diritto di residenza ed il diritto di circolazione”!

Cittadinanza attiva, sussidiarietà, immigrazione
Se questo ragionamento, poi, si sposta nel campo della cittadinanza attiva la prospettiva si allarga. L’art.118, u.c. della Costituzione mostra benissimo come i cittadini singoli o associati che svolgono attività di interesse generale non sono affatto i titolari di diritti di cittadinanza nazionale, bensì i titolari di diritti di fondamento ‘costituzionale’ (dunque, prima di tutto, diritti umani contenuti nelle Carte internazionali e diritti di cittadinanza secondo gli sviluppi della normativa europea). Tutti i cittadini, pertanto, compresi i cittadini immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque di svolgere attività di interesse generale. Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.
L’insieme di tutte queste considerazioni ricaccia in un passato davvero antico i criteri di attribuzione della cittadinanza oggi vigenti. L’ordinamento italiano fonda l’attribuzione della cittadinanza nazionale su una sorta di ‘familismo giuridico’: si è cittadini per eredità di sangue o per via di matrimonio. Come è possibile accettare ancora oggi che la cittadinanza si acquisisca per ‘tradizione familiare’, in qualche modo per ‘destino’, piuttosto che per ‘elezione’, per la libera e autonoma scelta di chi decide di vivere nel nostro paese, vi risiede stabilmente condividendo la nostra sorte comune, e qui si impegna con il proprio lavoro, le proprie attività economiche, le proprie iniziative civiche, nella costruzione di una comunità nazionale aperta, accogliente e solidale?

La missione della Repubblica

Di fronte a tutto ciò, l’ipertrofizzazione burocratica della gestione dei permessi di soggiorno o lo stato di limbo al quale vengono condannati gli immigrati di seconda generazione (italiani a tutti gli effetti) è una violenza gratuita, una negazione bella e buona dell’umanità stessa di questi soggetti. Alla luce di questo ragionamento, la missione delle istituzioni repubblicane dovrebbe essere ben diversa. In primo luogo, si tratta di rinnovare l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano di tutti i cittadini, senza distinzioni di sorta, come prevede l’art.3 della Costituzione. In secondo luogo, sulla base del principio di sussidiarietà iscritto nell’art.118, u.c., bisognerà favorire ‘tutti’ quei cittadini che svolgono attività di interesse generale, esercitando diritti e responsabilità. Anche così, certamente, si costruirà un’Italia più unita e più europea. Varrebbe la pena di ricordarlo, in questo speciale anno 2011.

lunedì 3 gennaio 2011

Battisti, Saviano e l'ultima violenza


L’esultanza di un certo manipolo di intellettuali per il ‘NO’ del Brasile all’estradizione di Battisti era questione di ore, se non minuti, e puntualmente è arrivata. Come anticipato in un precedente post la lista dei difensori è lunga e – visto che si tratta di gente anche molto nota che non ha bisogno di ulteriore pubblicità - chi vuole potrà cercarsela da solo su internet (un appello a favore di Battisti risale al 2004, sottoscritto da molti italiani e francesi).

La questione merita una pausa di approfondimento per la varietà di argomentazioni giuridiche, politiche e morali che solleva. Ma, soprattutto, interroga la responsabilità di tutti coloro che hanno a cuore la costruzione di una ragione pubblica rispettosa dei fatti e dei diritti.



1. il primo insieme di questioni è squisitamente giudiziario. Alcuni intellettuali di nazionalità italiana e francese - rappresentati dalla figura di Fred Vargas, archeozoologa e scrittrice di gialli, autrice di un libello con il quale dimostra l’innocenza dell’imputato - sono convinti che quello di Battisti sia il caso di un uomo ingiustamente perseguitato. Certamente, le vicende giudiziarie, specie nei casi di terrorismo, sono tutt’altro che semplici e pacifiche e nessuno può escludere errori anche da parte dei magistrati. Tuttavia, la storia giudiziaria di Battisti dice che più di settanta giudici si sono occupati del caso, nel corso di ben nove processi (il primo è iniziato nel 1981, l'ultimo è terminato nel 1993) che hanno giudicato Battisti responsabile di un elevato numero di rapine, di possesso illegale di armi e di quattro omicidi. La pena dell'ergastolo non è mai stata scontata.

Sul versante giudiziario si contestano almeno tre punti: la legislazione d’emergenza contro il terrorismo, l’uso dei pentiti, il giudizio in contumacia. Il tema della legislazione d’emergenza è importante: è assai discutibile che, in determinate situazioni, per quanto complesse, gli strumenti normali del diritto possano essere aggravati con i conseguenti rischi per le garanzie degli imputati. Allo stesso tempo, legislazioni specializzate esistono e sono state applicate, per esempio, anche sul versante della lotta alla mafia.

Alcuni intellettuali – specie in Francia – accusano lo stato italiano di aver sospeso la democrazia per aver usato i pentiti contro il terrorismo. D’altra parte, però, l’uso dei collaboratori di giustizia nella lotta alla mafia si è rivelato un metodo vincente che molte legislazioni – anche quella francese – hanno copiato. Perché, allora, non esiste nessun caso Dreyfus tra i padrini di Cosa Nostra? Né si può dire che la legislazione speciale sia stata costruita su misura per il cittadino Cesare Battisti. Si tratta comunque di norme che coprono quei reati, chiunque li abbia commessi, e per questo mantengono i loro requisiti essenziali di generalità e astrattezza.

Sulla condanna in contumacia, infine, c’è poco da obiettare. Nel processo si deve garantire la difesa dell’imputato, ma non la sua impunità perché semplicemente non si è presentato in giudizio. Non farsi processare sarebbe ovviamente la difesa ideale, ma l’ordinamento giuridico non prevede soluzioni così comode. Ovviamente, se irregolarità formali o violazioni di legge a tutela del diritto di difesa dell’imputato vi sono state – come alcuni accusano – vanno rilevate e sanzionate. Ma si fa fatica onestamente a immaginare che ciò sia accaduto in tutti e nove i processi che sono stati celebrati.

Resta un dato di fondo assai sgradevole sull’uso politico della magistratura che tutti ovviamente fanno volentieri appena si tratta di difendere se stessi.



2. C’è poi una seconda area di questioni – in verità assai varie - che sono di natura prettamente politica.

La prima – incarnata, per esempio, dal filosofo francese Bernard Henry Lévy - non entra nel merito della colpevolezza di Battisti, ma si limita a proporre un’interpretazione estensiva della dottrina Mitterrand, che amplia il diritto d’asilo a tutti gli ex terroristi. Il punto di partenza ovviamente è assai nobile, scomoda perfino attitudini di tipo ‘volterriano’, si basa sulla difesa della libertà di espressione e di militanza politica. Il tema è assai complesso ma, in buona sostanza, resta prigioniero di nodi concettuali irrisolvibili. Intanto, perché non mette mai in conto la tutela delle vittime di questi atti ‘politici’: le vittime, di fronte, per esempio, alla libertà ‘politica’ di sparare, perdono ogni rilevanza, sia dal punto di vista umano che giuridico. E poi perché realizza una gelatina di ragioni nelle quali diventa impossibile discernere: quanto incide il ‘colore’ politico del terrorista? quanto cambia la situazione se la bomba è fatta esplodere in un paese governato da una dittatura sanguinaria e o da una democrazia di tipo liberale? L’illuminismo delle premesse, insomma, rischia di capovolgersi nel suo contrario: il rischio, tra gli altri, di eticizzazione dello stato è inevitabile, così come è inevitabile la manipolazione politica della realtà.

Molti intellettuali francesi – un esempio per tutti è quello dello scrittore e saggista Philippe Sollers – hanno sostanzialmente avallato due idee tipiche di un certo cliché culturale italiano (Toni Negri, Oreste Scalzone, ex brigatisti) e che un po’ si tengono tra loro. La prima è l’idea che in Italia negli anni Settanta ci fosse una guerra civile. La seconda è che in Italia vi fosse un regime di fatto fascista e che di conseguenze le violenze fossero giustificate. Ovviamente Battisti farebbe parte di una lunga fila di vittime di questa guerra civile e/o di questo stato fascista. L’argomento è trito. Sfruttato da decenni per avallare la violenza (in luogo) del proletariato. Perfino suggestivo perché trasforma sconclusionati e meschini rivoluzionari in eroi maledetti, paladini della libertà, perseguitati politici. Sarà per questo che piace ai romanzieri. Ma, con tutto il romanticismo, la buona volontà e l’immaginazione narrativa possibili, proprio non regge. Basta mettere in fila gli elenchi delle persone ammazzate e gambizzate e ascoltare le ragioni e le dichiarazioni dei brigatisti italiani, per capire i disastri che la cecità ideologica ha potuto produrre.

Collegato a questi è l’ultimo argomento politico. Se tutto questo è vero (la guerra civile, il disagio sociale, la protervia fascista, ecc.) la cosiddetta generazione dei perdenti, quelli che hanno imbracciato le armi, non hanno responsabilità per gli atti commessi, i loro non sono crimini ma fatti politici che si iscrivono nella fatica di quegli anni. Serve, insomma, la ‘soluzione politica’ che, ovviamente, si risolve in un’amnistia. E, soprattutto, si risolve nel solito disprezzo per il diritto e per i diritti.

Qualche anno fa Giovanni Moro propose l’unica soluzione seria e accettabile: realizzare anche in Italia quella commissione per la riconciliazione che in Sudafrica ha chiuso in qualche modo la vicenda dei crimini dell’apartheid barattando la giustizia con la verità. Il problema è che in Italia e in Francia mancano le condizioni di base – culturali prima di tutto – per la vittoria della trasparenza e della responsabilità sulla partigianeria. Ancora oggi, infatti, quegli intellettuali e quei militanti che dovrebbero raccontare quella scomoda verità continuano a percorrere la strada della ossessione e della manipolazione ideologiche.



Non tutti però: Roberto Saviano che pure nel 2004 firmò l’appello per Battisti ha chiesto successivamente di essere esonerato e di questa capacità di riconoscere gli errori gli va dato atto. Ci piace pensare che almeno lui avesse capito che l’ultima violenza contro le vittime è proprio quella di trasformare i carnefici in perseguitati.

venerdì 31 dicembre 2010

Battisti, i chierici e le vittime

Finisce maluccio, questo 2010, con il 'NO' del governo brasiliano all'estradizione di Cesare Battisti.
Ancora una volta prevale l'idea che la violenza sia giustificata e accettabile come strumento della politica.
Di nuovo vince quell'eredità ideologica che ancora alligna in molti ambienti, anche sedicenti 'intellettuali', come quelli che hanno coperto, tutelato e foraggiato Battisti nel suo esilio in Francia.
Oggi non possiamo fare a meno di stigmatizzare quella perversa ossessione che, a cominciare dalle devastazioni delle manifestazioni di piazza, passando via via per tutti gli stadi della violenza, per finire all'omicidio politico, nobilita come combattenti di giuste cause dei criminali che disprezzano il diritto (come garanzia di tutela e di convivenza per ciascuno) e i diritti (come patrimonio intangibile di tutti i cittadini).
Riconoscere alla ferocia e al sopruso una legittimità nel dibattito politico è una responsabilità grave, che va contrastata con i mezzi che la ragione pubblica, il dialogo e le norme ci mettono a disposizione.
In secondo luogo, e come conseguenza di quella ossessione, vi è l'invisibilità delle vittime.
In questo caso si tratta del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, 52 anni, del poliziotto 25enne Andrea Campagna, del gioielliere Torregiani, 43 anni, del macellaio Lino Sabbadin, 46 anni, assassinati tra il '78 e il '79.
E con loro, i famigliari, colpiti moralmente e fisicamente da queste violenze (il figlio di Torregiani è paraplegico da allora).
Tutti evidentemente nemici di qualche presunta giusta causa, tutti giudicati colpevoli di non si sa quale collusione dal tribunale improvvisato della cecità ideologica. Dove sono oggi i presunti difensori del popolo di fronte alla negazione dei diritti di questi innocenti?
I cittadini comuni raramente hanno avuto strumenti efficaci per difendersi da questi sopraffattori: sia quelli che hanno colpito, hanno sparato, hanno fatto scoppiare le bombe; sia quelli che hanno scritto, aizzato, coperto la violenza approfittando dei loro pulpiti.
Cominciamo allora a riconoscerli questi chierici (l'elenco sarebbe lungo...) e a boicottarli, a non leggere i loro articoli, a non comprare i loro libri, a disobbedire a questa paccottiglia culturale con la cultura e il dialogo, a non condividere la responsabilità di farne anche dei maestri di pensiero. Affinché si assumano, almeno ogni tanto, quella responsabilità che deriva dalla professione intellettuale, usata spesso come arma ideologica.
Infine, visto che la politica e le istituzioni pubbliche colluse non lo fanno, coltiviamo il diritto, come fonte di difesa e di riparazione di ogni sopruso, e tuteliamo i diritti, come presidio a tutela delle vittime.

martedì 14 dicembre 2010

Quello che non si dice sulla Big Society


La curiosità degli europei circa la capacità di David Cameron di realizzare il sogno della Big Society è molto grande. In questi mesi, il premier britannico ha proclamato un obiettivo ambizioso: trasformare l’Inghilterra in una strutturata, mai vista, esemplare Big Society, in virtù “della più grande redistribuzione di potere dalle élites di Whitehall agli uomini e alle donne della strada”. In sostanza, mentre lo Stato si fa da parte, saranno le comunità locali, con i fondi messi a disposizione dalla Big Society Bank e la partecipazione dei cittadini comuni più intraprendenti, a gestire, tanto per fare alcuni esempi, i trasporti pubblici, la raccolta dei rifiuti, la conservazione dei parchi e via elencando, trasformando di fatto il sistema di governo del Regno Unito.
Big Society, è vera sussidiarietà? Cameron ha dichiarato, tra l’altro: “questa terra è piena di talenti inespressi, di uomini e donne in grado di guidare la propria vita. Stimoleremo il volontariato, la filantropia e l’azione sociale. Ci sono cose che un primo ministro fa perché il dovere lo chiama, ridurre il debito è una di queste. Altre, come la Big Society, perché sono il cuore e la passione a spingerlo”.

Immediatamente, l’Economist ha offerto molto volentieri il proprio endorsement. Il che non stupisce se si pensa che per l’autorevole periodico britannico l’ultimo governo laburista è stato responsabile di politiche di spesa eccessive. E l’azione del premier uscente Gordon Brown è stato stigmatizzata per essere quella di un socialista vecchio stampo. Viceversa, nella visione di Cameron, la comunità locale e la società civile rappresentano la dimensione più adatta a supportare l’individuo, lo strumento migliore per consentire alle persone di attivarsi in modo snello, senza burocrazie, per affrontare al meglio le diverse necessità di ognuno.

Il "potere alla gente", uno degli slogan più accattivanti di Cameron, significa proprio che le persone e le associazioni di cittadini possono gestire da sole una serie di funzioni che normalmente erano monopolio dello Stato. E questo sembra avere la forza di rompere i tradizionali steccati ideologici e le vecchie distinzioni tra destra e sinistra. Anche perché evidenti tracce di autonomia del sociale rispetto al politico sono presenti in tutte le culture politiche, siano esse di impronta progressista o conservatrice. Ovviamente, però, le cose sono sempre più complesse di quanto appaiano.

I tagli alla spesa pubblica
In primo luogo, l’impulso per la Big Society deve essere contestualizzato in una congiuntura molto dolorosa caratterizzata dalla scelta del governo di ridurre l' enorme indebitamento subito e a dosi massicce. Il Gabinetto di Cameron ha in programma tagli della spesa pubblica fino al 40% in molti settori, tagli che costringeranno la gente a pagare di più per i servizi pubblici, a prolungare la vita lavorativa, ad avere in futuro pensioni più basse. Su questo punto le critiche del Labour in patria, ma di tutte le sinistre in Europa e in Italia sono molto violente. Critiche che hanno colpito anche il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, accusato di populismo per aver chiesto a tutti i cittadini di fare le loro proposte su come tagliare la spesa pubblica utilizzando un sito dedicato. Proprio l'opposizione laburista ha criticato questa mossa, “pensata per ingannare la gente e far credere che ci sia sostegno popolare ai tagli alla spesa previsti dal governo”. Agli inglesi però l'idea è piaciuta: la Spending Challenge è partita il 24 giugno e da allora ha ricevuto 100mila suggerimenti tra cui 45mila proposte concrete e dettagliate su come risparmiare, eliminando quelle attività amministrative che risultano inutili, superflue e costose. I consigli sono stati passati ai rispettivi ministeri per essere valutati.

Il welfare che dobbiamo aspettarci
In secondo luogo, comincia a farsi strada l’idea che il ciclo sessantennale di crescita delle democrazie occidentali si sia interrotto e che i nostri presupposti di ricchezza, agiatezza e servizi sociali debbano essere riconsiderati. L' attuale crisi finanziaria c’entra poco. Difficilmente godremo ancora di quella ricchezza e di quella forza che ci hanno consentito di costruire generosi sistemi di welfare, semplicemente aumentando tasse e spesa pubblica. Gli Stati del mondo sviluppato non avranno i fondi necessari per tenerli in piedi. Tutti i governi, di qualunque colore politico, dovranno chiedere una maggiore compartecipazione dei cittadini, un aumento di responsabilità sociali di persone e imprese, maggiori capacità di fare e di produrre servizi, maggiore indipendenza dall’assistenza pubblica, uno sforzo collettivo per costruire nuovi legami sociali. Molto probabilmente, la Big Society si basa anche su questo calcolo.

In realtà, è molto difficile capire oggi se quello di Cameron sia soltanto uno slogan per far digerire importanti tagli nel pubblico impiego e nell’assistenza statale. Così come è difficile dire, nel caso in cui viceversa vi fossero delle intenzioni serie, se questa sfida sarà vinta. Certo è, però, che la cultura politica britannica ci pare storicamente più attrezzata rispetto a quella italiana per affrontare il tema del trasferimento di poteri e responsabilità dallo Stato ai cittadini.

Le condizioni per affrontare la sfida con successo
Esistono almeno tre condizioni perché un obiettivo di questa portata possa essere affrontato e raggiunto.

La prima condizione è l’esistenza di una diffusa dimensione civica nel paese. Non si parla qui di senso civico o di virtù civiche per le quali è sempre assai complicato compiere delle valutazioni oggettive. In questo caso, per dimensione civica si intende quell’ambiente favorevole (atteggiamenti, comportamenti, visioni della realtà, tecnologie, prassi, modelli organizzativi, schemi professionali, clima di accoglienza e di fiducia, norme e regole) alla presenza e alla azione dei cittadini nella vita pubblica. In tal senso, in Italia esiste una profonda dicotomia, per esempio, tra l’elevato livello di fiducia che la popolazione esprime nei confronti delle organizzazioni civiche e le diffidenze culturali, le barriere corporative e le prassi inibitorie che i ceti dirigenti nazionali (nelle professioni, nei media, nelle università, nelle amministrazioni e nella politica) esercitano nei confronti dell’attivismo civico.

La seconda condizione è l’esistenza di organizzazioni civiche capaci di assumersi poteri e responsabilità nella sfera pubblica, partecipando alla elaborazione, implementazione e valutazione delle politiche. Da questo punto di vista, le notizie sono certamente incoraggianti. Come dimostrano anche studi importanti, il fenomeno della cittadinanza attiva in Italia è cresciuto tantissimo negli ultimi anni, sia quantitativamente che qualitativamente, soprattutto al Sud. L’Italia può contare su associazioni di promozione sociale, realtà del volontariato, organizzazioni di tutela dei diritti, movimenti ambientalisti, capaci di esercitare un forte impatto in molti settori cruciali della vita quotidiana: asistenza sociale, tutela ambientale, qualità dei servizi e via elencando. Nella prospettiva della Big Society resta, però, un importante elemento di debolezza, evidenziato già nel 2008 dalla prima edizione del Civil Society Index, che è la mancanza di risorse (strutturali, economiche, finanziarie, tecniche, ecc.). Risorse senza le quali è assai difficile che la “society” possa davvero diventare “big”.

La terza condizione necessaria è l’esistenza di istituzioni politico-amministrative efficienti ed efficaci. Perché davvero lo Stato sia in grado di raccogliere la sfida della Big Society è necessario che sia sollevato dal peso delle sue stesse burocrazie e che queste aumentino la loro produttività, senza sprechi e in un contesto di trasparenza. Argomenti apparentemente scontati, ma sappiamo quante resistenze vi si oppongano. Ma c’è di più e si tratta di una questione dirimente: gli apparati politico-amministrativi dovrebbero essere principalmente “catalizzatori” e “capacitatori”. In altri termini, la loro mission principale dovrebbe essere proprio l’empowerment dei cittadini. Nulla di strano, in teoria, se si pensa che questa mission è scritta con estrema chiarezza nell’art.118, ultimo comma della Costituzione. Molto complicato, nei fatti, perché significa chiedere allo Stato – e ai ceti che ne beneficiano - una diminuzione di poteri ed un aumento di responsabilità che nessuna classe dirigente – di destra o di sinistra – è in grado di accettare.

Il dibattito in Italia
Invece di occuparsi di questi temi, il dibattito sulla Big Society si è subito ridotto a poca roba. La maggioranza degli osservatori guarda con distacco, come fosse un fioco riflesso di culture e paesi lontani. Un’ampia zona grigia di potenziali attori se ne disinteressa, compresi quei segmenti di progressismo politico che dovrebbero avere più coraggio nel raccogliere le novità insite in sfide siffatte. E così, alla fine, si creano i due partiti estremi.

Da una parte, i critici (a priori) che vi leggono il solito tentativo di smantellare lo stato e di tagliare posti pubblici. Tra questi, purtroppo, molte persone di quella sinistra che dovrebbe addirittura menar vanto di una certa tradizione di autonoma iniziativa del sociale rispetto al politico e che dovrebbe apprezzare, in contrasto con le logiche di mercato, l’idea di auto-organizzazione dal basso nel governo di beni comuni. E che invece appare spaventata dalla progressiva fine del dirigismo e del centralismo amministrativo: la Big Society sarebbe un trucco usato per coprire drastici tagli con la retorica del nuovo civismo.

Dall’altra, stanno i tifosi che cantano le magnifiche sorti e progressive della proposta, spesso allo scopo di giustificare un approccio alla sussidiarietà che resta assai discutibile. In verità, nei teorici – ma verrebbe da dire, con appena un pizzico di polemica, nei “pratici” – di questa posizione, la società civile si dispone secondo modalità corporative di gestione e offerta di beni comuni: nel campo si muovono soggetti quasi profit che presumono di garantire la libertà di scelta degli utenti, ma che in realtà stabiliscono nuove forme di discriminazione di fatto. In più, lo Stato, che pure apparentemente si ritira dall’intervento diretto nell’offerta di tali beni, si atteggia a negoziatore e appaltatore, spesso attraverso contiguità tutt’altro che trasparenti, in tal modo mantenendo un ruolo pervasivo di dominus, seppure all’interno di logiche partigiane. Nell’ambito delle istituzioni politico-amministrative - sia a livello regionale che a livello di governo nazionale - non mancano esponenti di questa impostazione.

I nodi irrisolti della Big Society
Cosa ancor più grave, i tifosi acritici della Big Society dimenticano di valutare, con la serietà e il realismo necessari, i numerosi nodi ancora irrisolti da quella prospettiva, specialmente in tema di responsabilità permanente delle istituzioni, di accesso universale ai diritti da parte dei cittadini, di strumenti per rendere effettivo l’empowerment delle organizzazioni civiche.

In particolare, la prima considerazione riguarda il ruolo dello Stato nel rafforzamento delle capacità dei cittadini di partecipare al governo delle politiche pubbliche. In realtà, se davvero lo Stato, come prevede lo stesso principio di sussidiarietà, volesse stimolare e supportare le organizzazioni civiche, colmare le loro debolezze strutturali, tecniche e finanziarie, aumentarne le capacità di incidere nella vita del paese nei diversi ambiti d’intervento, con un investimento territoriale capillare, l’impegno necessario, in termini culturali, amministrativi ed economici, non sarebbe certamente modesto. Insomma, “capacitare” i cittadini è una responsabilità delle istituzioni che ha i suoi costi e rappresenta una vera e propria politica pubblica.

Le risorse a disposizione della Big Society Bank in UK o della Fondazione per il Sud in Italia sono ben poca cosa rispetto agli obiettivi che bisognerebbe raggiungere.
In secondo luogo, dare spazio alla società civile, non può significare perdere di vista l’obiettivo di raggiungere e mantenere su tutto il territorio nazionale un alto livello qualitativo di risposte e un minimo di omogeneità territoriale che serve per far crescere il Paese e attutire le diseguaglianze tra regione e regione. Ora, è vero che oggi il tema dell’accesso, dell’universalità e della tutela eguale dei diritti sembra ormai quasi soltanto affare delle organizzazioni civiche. Ma è anche vero che le istituzioni pubbliche – anche per motivi di capacità e risorse disponibili effettive – non potrebbero esimersi da investimenti e interventi massivi in molteplici settori (istruzione, ricerca, infrastrutture, servizi sociali e sanitari, servizi di pubblica utilità, ecc.) con la duplice finalità di accompagnare le iniziative civiche e di consentire al Paese di muoversi tutto intero verso un obiettivo condiviso.