venerdì 25 febbraio 2011
Sussidiarietà pasticciata nel decreto 'Milleritardi'
Dal confuso contenuto del decreto "Milleproroghe", simbolo evidente dell'incapacità del legislatore di regolare in modo credibile temi di interesse pubblico, il dato che emerge con forza è l'approccio superficiale e contraddittorio del governo in tema di politiche sociali e un'interpretazione tendenziosa dell'idea di sussidiarietà.
Prime vittime di questa confusione normativa saranno i diritti delle persone meno protette e le stesse norme costituzionali
Quanti cittadini italiani sono informati dell’approvazione del decreto ‘Milleproroghe’ e, soprattutto, del suo confusissimo contenuto, dopo quattro mesi di sostanziale paralisi dell’attività parlamentare? Molto probabilmente assai pochi. Per fortuna, l’iniziativa del Capo dello Stato ha contribuito a dare un po’ di visibilità ad un malcostume ormai consolidato nell’attività legislativa delle nostre istituzioni. Ma gli appunti da fare vanno anche al di là di quelli che Napolitano poteva fare nell’esercizio delle sue funzioni.
Già l’appellativo ‘Milleproroghe’ mostra chiaramente l’ineffettività della legificazione in Italia. I termini di legge sono fatti per essere rispettati, non per essere prorogati. Ciascuna proroga, invece, inchioda il Governo ai suoi inadempimenti. Oppure rivela l’incapacità del legislatore di regolare in modo credibile i temi di interesse pubblico. In sostanza, “Milleproroghe” potrebbe tradursi anche con “Milleritardi” o con “Milleinadempienze”: nomi che rappresentano l’attitudine di una classe politico-amministrativa abituata a mandare messaggi contrari alla cultura delle regole. E così nel nostro Paese si fa strada l’idea che fissare un termine non significhi nulla, perché normalmente esso è destinato a essere prorogato. E quando il termine è scaduto, interviene la politica per riaprirlo.
Un contenuto confusionario
Si capisce bene perché provvedimenti siffatti siano scritti in modo incomprensibile. Per smontare la certezza del diritto è necessario spargere un fumo di opacità, la norma va redatta in modo affrettato e abborracciato, le disposizioni ammucchiate nel segno del disordine. In questa indigeribile mistione, si creano gli spazi per le scorribande del lobbysmo più mediocre (come nel caso del ripristino di fatto del monopolio della Federazione Italiana Nuoto per il rilascio della patente di idoneità ai bagnini…) e il contenuto delle singole norme diventa oscuro alla generalità dei cittadini. Il loro significato sarà comprensibile soltanto a chi le ha scritte e ai loro ‘mandanti’.
L’oggetto del “Milleproroghe”, ovviamente, comprende le materie (e le brutture) più improbabili: da una sorta di condono strisciante per 600 case abusive in Campania, agli sgravi fiscali per le banche. E poi, in ordine sparso: una tassa sui biglietti del cinema, proroghe o riaperture di termini in tema di servizi trasfusionali, di smaltimento dei rifiuti, di provvidenze fiscali per il terremoto dell’Aquila e per l’eruzione dell’Etna, di finanziamento delle Autorità portuali, di gestione del personale scolastico, di rottamazione degli autoveicoli, di cooperazione internazionale di Polizia, di fecondazione assistita, di navigazione nei laghi lombardi, di blocco degli sfratti, di trasmissioni televisive, di informatica giudiziaria, di armi da fuoco portatili, e via elencando. Si registra la solita norma a sostegno del sottogoverno: il sindaco Alemanno, nell’ambito dei provvedimenti per ‘Roma capitale’, ottiene tre assessori in più (e li giustifica con una maggiore apertura alle donne….). Non manca, perfino, un rinvio di pagamento delle quote latte a favore dei padani inadempienti…
Il decreto e i diritti sociali dei cittadini
Ma le contraddizioni più gravi sono quelle che toccano i diritti sociali dei cittadini. Da un lato, infatti, il testo proroga senza ragioni il termine ultimo (31 marzo 2011) per il passaggio definitivo al regime ordinario dell’attività libero professionale intramuraria, cioè la possibilità di esercitare la propria attività da parte di medici specialisti autorizzati, al di fuori dell'orario di lavoro, presso le strutture del Servizio Sanitario Nazionale o presso i propri studi privati. Da tempo le regioni hanno i fondi necessari per garantire questo passaggio, pensato per garantire ai cittadini trasparenza nell’accesso alle cure, maggiore qualità e sicurezza.
Viceversa, confermare la scelta di non rifinanziare nel 2011 (e dunque di non ‘prorogare’) il fondo nazionale per la non autosufficienza sembra l'ennesimo atto di indifferenza nei confronti delle persone più fragili e dei loro familiari. Il Governo dimostra scarsa attenzione alle politiche sociali e sordità verso le richieste delle organizzazioni civiche di tutela e delle stesse regioni. Il mancato finanziamento del fondo a livello nazionale crea disuguaglianze: i cittadini che risiedono in regioni in grado di finanziare autonomamente gli interventi potranno accedere alle relative prestazioni, gli altri no. Inoltre, sarà inevitabile l’aumento della spesa sanitaria, e un’assunzione di costi privati per le famiglie italiane.
Sussidiarietà di pessima qualità
Un’altra iniziativa che deve scandalizzare riguarda il ripristino della social card, strettamente legata ad una interpretazione capziosa dell’idea di sussidiarietà. Con questa misura il governo attribuisce a non meglio specificati enti caritatevoli l’incarico di assegnare il contributo. Ora, al di là della capacità di questa misura di risolvere il problema della povertà in Italia, la modalità scelta per realizzarla lascia inevase troppe domande. Come si selezionano gli enti caritatevoli? E, successivamente, tali enti come selezioneranno i beneficiari del contributo? Quali criteri utilizzeranno? Come verrà risarcito questo servizio ai cittadini visto che nulla è previsto a riguardo? E si potrebbe continuare. Molti osservatori temono già, non a torto, che nelle pieghe di una norma siffatta possa celarsi una zona vischiosa fatta di irresponsabilità, di ineguaglianze di fatto e di mancanza di trasparenza. Insomma, davvero un pessimo modo per attuare la sussidiarietà. Con il rischio, peraltro, di gettare un’ombra di discredito sulle pratiche sussidiarie delle realtà della società civile. Ma questo non deve stupire. In fondo, nel Libro Bianco sul Welfare – che Labsus ha già criticato in passato - erano già contenute le premesse per soluzioni così pasticciate e inappropriate.
Conclusioni
Insomma, anche alla luce di queste considerazioni, il ‘Milleproroghe’ – imposto dal Governo a colpi di ‘maximemendamenti’– appare doppiamente criticabile. Prima di tutto perché, per la scarsa qualità del prodotto legislativo, siamo di fronte ad una vera e propria ‘vessazione’ nei confronti dei cittadini italiani. Ma soprattutto perché le prime vittime di questa confusione normativa saranno soprattutto i diritti delle persone meno protette e le stesse norme costituzionali, compreso l’ultimo comma dell’art.118.
martedì 22 febbraio 2011
La missione di Cameron
“Io so che il primo compito del mio governo è quello di ridurre il deficit e il debito e favorire la ripresa economica. Questo è il mio dovere. Ma qual è la mia missione? Che cosa mi appassiona veramente?” Comincia così il discorso di David Cameron nel giorno di San Valentino. Un discorso che ha segnato la scena pubblica europea nella settimana scorsa. Un discorso necessario per dare alcune risposte alle numerose critiche rivolte alla Big Society.
"Dobbiamo devolvere più potere ai governi locali affinché il popolo possa fare di più e acquistare più potere"
E Cameron ha cercato di difendersi. “La rinascita sociale mi appassiona tanto quanto quella economica – ha detto Cameron. Se è vero che la società è frammentata, le famiglie sono frammentate, il livello della criminalità è aumentato così come l’appartenenza alle gang criminali, i problemi della gente si concentrano nel welfare e nella difficoltà del lavoro, se è vero che qualcosa dei nostri servizi pubblici non funziona come dovrebbe – ecco per me tutto questo ha a che fare con la Big Society”. Secondo il premier britannico, la parola che sta al cuore di tutto questo è: responsabilità. “Noi abbiamo bisogno che la gente si assuma più responsabilità”. Fa l’esempio della lotta al crimine. Certo, il governo ha un ruolo enorme: mettere la polizia nelle strade, assicurare la certezza delle sentenze, rendere sicure e disponibili le prigioni. “Ma il crimine non si può combattere senza che le comunità ci aiutino a garantire la loro sicurezza”.
Ma come risponde Cameron alle principali critiche?
Un progetto troppo vago?
La prima: sono in molti ad accusare il progetto della Big Society di essere troppo vago. Cameron riconosce che “non c’è una singola politica che si srotoli a questo scopo in tutto il paese”. Ma il motivo è che le iniziative da adottare sono trasversali a politiche diverse e vanno in varie direzioni. “Prima di tutto – spiega Cameron - noi dobbiamo devolvere più potere ai governi locali, e anche oltre questi, affinché il popolo possa fare di più e acquistare più potere”. In secondo luogo, “dobbiamo aprire i servizi pubblici, renderli meno monolitici, dire alle persone: se volete avviare una nuova scuola, potete farlo; se volete creare una cooperativa o una società mutualistica di servizi sanitari, puoi farlo”. In sostanza, alle organizzazioni della società civile bisogna dire: “se tu vuoi espandere e replicare te stesso attraverso il paese, noi vogliamo che tu lo faccia”. In terzo luogo, aggiunge Cameron, “dobbiamo avere più donazioni filantropiche e più volontariato nel nostro paese”.
Coprire i tagli
Ma c’è una seconda domanda critica assai diffusa tra la gente: “Ok, questo discorso non è così vago, ma questa è soltanto una copertura per i tagli alla spesa pubblica, non è vero?”
Cameron si difende: “Non è una copertura. Cercare e costruire una società più grande e più forte è cosa buona. Qualsiasi cosa accada alla spesa pubblica”. L’argomento usato dal premier inglese è questo: “Qualsiasi Primo Ministro oggi dovrebbe procedere a tagli della spesa pubblica. E allora, dovendo comunque adottare questi tagli, non è meglio che si cerchi allo stesso tempo di incoraggiare una più grande e forte società? Se ci sono servizi che lo stato non può più permettersi, non dobbiamo cercare di incoraggiare le comunità che vogliono offrire e aiutare se stesse e autogestirsi? Stiamo avviando la Big Society Bank e la stiamo dotando di 200 milioni di sterline provenienti dalle banche. Stiamo attivando un fondo transitorio in modo tale da sostenere quelle organizzazioni che hanno bisogno di risorse in questa difficile fase”.
I tagli indeboliscono la Big Society?
Terza critica: può darsi che questa storia non sia una copertura per i tagli, ma i tagli renderanno la costruzione di una società più grande molto più difficile. A questa osservazione, Cameron risponde così: “ovviamente non c’è nessuna area che possa essere immune dai problemi della spesa pubblica che noi affrontiamo, ma se si guarda a quel che attualmente il governo centrale sta facendo, noi stiamo realizzando cose che potranno rendere possibile la big society”. Un primo impegno del governo britannico sarà la formazione di altri 5 mila community organisers per aiutare la costruzione della Big society. “Io non credo che si possa semplicemente ritirare lo Stato e, di conseguenza, la Big Society sorge miracolosamente”, spiega Cameron. “Ci sono persone eccezionali in questo paese che stanno edificando grandi organizzazioni di comunità e imprese sociali, ma il governo dovrebbe anche svolgere una funzione catalitica e di stimolo per aiutare la costruzione della Big Society”.
Ma la Big Society esiste già
Ma c’è un’ultima critica. Molti inglesi sostengono che si tratti solo di una retorica. In realtà, tutto ciò di cui parla il governo non è niente di nuovo. Questo è quanto accade già. Cameron sta solo cercando di attribuirsi l’ottimo lavoro che la gente già fa. “La mia risposta è: sì, è vero, non è completamente una novità”, si difende il premier. Che ammette: “l’idea di comunità che acquisiscono più controllo, di più volontariato, di più donazioni benefiche, di imprese sociali che assumono un ruolo più importante, di gente che avvia in proprio dei servizi di pubblica utilità – tutte queste cose stanno succedendo nel nostro paese. Tutte queste cose sono accadute nel nostro paese per anni”. E allora? Cameron pone delle altre domande: “dobbiamo cercare di fare di più? Come possiamo incoraggiare questi sforzi? Come possiamo riprodurli in tutto il paese? Come possiamo rendere questa nazione un posto davvero fantastico per una nuova opera benefica, per una nuova impresa sociale, per allargare l’offerta di servizi pubblici? Si, tutto ciò non è completamente nuovo, ma rappresenta un nuovo approccio di governo: invece di pensare di avere in Whitehall tutte le risposte, che cosa possiamo fare per aiutare a costruire una società più forte?”
La passione e la diffidenza
Per Cameron questa è una “passione assoluta”. “Penso che questo sia un modo diverso di governare, un nuovo modo per cercare di cambiare in meglio il nostro paese. Metterò tutta la mia passione in questa impresa. Ma sopra ogni cosa, tutto ciò dipenderà dall’impegno della gente, perché è l’intraprendenza che costruire la nostra agenda di lavoro”. Fin qui il suggestivo punto di vista del primo ministro inglese. Una difesa appassionata che molti però continuano a guardare con diffidenza. Intanto, il 24 febbraio si terrà a Roma, in un convegno sulla Big Society organizzato da Fondazione Roma e Ceida (con il patrocinio, tra gli altri di Cittadinanzattiva). L’ospite principale è Nat Wei, imprenditore sociale e membro della House of Lords, uno dei principali protagonisti del progetto di Big Society. Sarà interessante, intanto, ascoltare una fonte così diretta e autorevole. In attesa della prova dei fatti.
martedì 15 febbraio 2011
Trasparenza e qualità della PA: c'era una volta una riforma….
Peccato. A vedere sotto i nostri occhi la progressiva agonia della riforma Brunetta cresce un forte sentimento di rammarico. Il decreto legislativo 150 del 2009 - che introduce importanti novità in tema di trasparenza e performance delle istituzioni pubbliche - rappresentava un formidabile passo in avanti in termini di efficacia, efficienza e produttività della PA e offriva indirizzi importanti in termini di lotta alla corruzione e agli abusi di potere.
Oggi però, dopo appena un anno e mezzo dall’approvazione, quel cammino sembra sostanzialmente interrotto. I tagli lineari della manovra finanziaria hanno sottratto risorse importanti e così non ci sono più soldi per premiare i dipendenti meritevoli e attuare la riforma. L’azione collettiva si può usare con difficoltà e spesso, per i cittadini, il gioco non vale la candela. La Presidenza del Consiglio è stato il primo pezzo di amministrazione a sganciarsi dai controlli della legge, poi ci ha provato il Ministero dell’Economia. Mille resistenze vengono a tutti gli altri livelli, rafforzate dai tempi di attuazione e di adeguamento che la legge stessa prevede, per esempio in ambito di amministrazioni sanitarie.
In più, l’ultimo accordo siglato dal governo con i sindacati ripristina di fatto la tradizionale palude burocratica e corporativa e recupera i contenuti del Memorandum Nicolais del gennaio 2007. Solo la Cgil non lo ha firmato, non certo per dissenso dai contenuti, ma solo per rimarcare ancora una volta la propria zelante opposizione al governo. E così, niente valutazione delle performance da parte di organismi indipendenti. Si ritorna ai controlli corporativo-sindacali effettuati da commissioni paritetiche (rappresentanti delle amministrazioni oggetto di controllo e rappresentanti dei sindacati dei dipendenti delle amministrazioni medesime). Il punto di vista dei cittadini viene sostanzialmente espulso. Inoltre, la differenziazione dei salari in base al merito va in soffitta a garanzia della certezza di irresponsabilità per tutti.
In un contesto del genere, si auspicava una energica iniziativa riformatrice della CIVIT (la Commissione indipendente per la trasparenza, l’integrità e la valutazione, introdotta con la riforma). Ma le speranze si sono rivelate mal poste e i risultati assai deludenti. La Commissione è tutt’altro che indipendente, essendo di nomina governativa. La selezione dei commissari è fatta secondo le tradizionali logiche spartitorie dei partiti. L’attività è meramente formale, legata all’adempimento di atti burocratici e alla approvazione di delibere su norme e regolamenti. Nessuno spirito manageriale serio, scarsissima disponibilità alla consultazione e al coinvolgimento sistematico dei cittadini. Nonostante l’investimento economico - che comunque è importante - i progetti e le iniziative concrete stentano ancora a partire. Di fronte a tanta inadeguatezza e ai tradizionali ritardi, uno dei commissari, il giovane docente Pietro Micheli, ha preferito presentare lettera di dimissioni e ritornare alla sua attività accademica a Londra.
Allo stesso tempo, ogni proposta di candidatura per la Commissione, fatta allo scopo di allargare ai cittadini l’esercizio di poteri e responsabilità per il miglioramento della trasparenza e della qualità dell’azione amministrativa, si è sempre arenata nelle secche degli accordi tra maggioranza e opposizione: quel posto toccava ad altri, come al solito, per garantire la par condicio….
Il quadro ci pare chiaro abbastanza. Ancora una volta la crisi della politica - che sembra accompagnarsi alla crisi dell’interesse generale – depotenzia l’azione delle istituzioni. Ma la legge resta comunque uno strumento di partecipazione, una modalità possibile per concretizzare il principio di sussidiarietà, un’occasione di empowerment. I cittadini, così, sono chiamati ad assumersi nuove responsabilità nell’ambito della trasparenza: valutazione della qualità dei servizi e del rendimento dei dirigenti pubblici, impegno per la legalità, pressione costante perché le istituzioni rendano conto del loro operato, verifica della qualità della spesa pubblica, controllo delle capacità di governo. Purché non resti – come spesso accade – l’ennesimo caso di sussidiarietà ‘nascosta’ o ‘negata’.
Oggi però, dopo appena un anno e mezzo dall’approvazione, quel cammino sembra sostanzialmente interrotto. I tagli lineari della manovra finanziaria hanno sottratto risorse importanti e così non ci sono più soldi per premiare i dipendenti meritevoli e attuare la riforma. L’azione collettiva si può usare con difficoltà e spesso, per i cittadini, il gioco non vale la candela. La Presidenza del Consiglio è stato il primo pezzo di amministrazione a sganciarsi dai controlli della legge, poi ci ha provato il Ministero dell’Economia. Mille resistenze vengono a tutti gli altri livelli, rafforzate dai tempi di attuazione e di adeguamento che la legge stessa prevede, per esempio in ambito di amministrazioni sanitarie.
In più, l’ultimo accordo siglato dal governo con i sindacati ripristina di fatto la tradizionale palude burocratica e corporativa e recupera i contenuti del Memorandum Nicolais del gennaio 2007. Solo la Cgil non lo ha firmato, non certo per dissenso dai contenuti, ma solo per rimarcare ancora una volta la propria zelante opposizione al governo. E così, niente valutazione delle performance da parte di organismi indipendenti. Si ritorna ai controlli corporativo-sindacali effettuati da commissioni paritetiche (rappresentanti delle amministrazioni oggetto di controllo e rappresentanti dei sindacati dei dipendenti delle amministrazioni medesime). Il punto di vista dei cittadini viene sostanzialmente espulso. Inoltre, la differenziazione dei salari in base al merito va in soffitta a garanzia della certezza di irresponsabilità per tutti.
In un contesto del genere, si auspicava una energica iniziativa riformatrice della CIVIT (la Commissione indipendente per la trasparenza, l’integrità e la valutazione, introdotta con la riforma). Ma le speranze si sono rivelate mal poste e i risultati assai deludenti. La Commissione è tutt’altro che indipendente, essendo di nomina governativa. La selezione dei commissari è fatta secondo le tradizionali logiche spartitorie dei partiti. L’attività è meramente formale, legata all’adempimento di atti burocratici e alla approvazione di delibere su norme e regolamenti. Nessuno spirito manageriale serio, scarsissima disponibilità alla consultazione e al coinvolgimento sistematico dei cittadini. Nonostante l’investimento economico - che comunque è importante - i progetti e le iniziative concrete stentano ancora a partire. Di fronte a tanta inadeguatezza e ai tradizionali ritardi, uno dei commissari, il giovane docente Pietro Micheli, ha preferito presentare lettera di dimissioni e ritornare alla sua attività accademica a Londra.
Allo stesso tempo, ogni proposta di candidatura per la Commissione, fatta allo scopo di allargare ai cittadini l’esercizio di poteri e responsabilità per il miglioramento della trasparenza e della qualità dell’azione amministrativa, si è sempre arenata nelle secche degli accordi tra maggioranza e opposizione: quel posto toccava ad altri, come al solito, per garantire la par condicio….
Il quadro ci pare chiaro abbastanza. Ancora una volta la crisi della politica - che sembra accompagnarsi alla crisi dell’interesse generale – depotenzia l’azione delle istituzioni. Ma la legge resta comunque uno strumento di partecipazione, una modalità possibile per concretizzare il principio di sussidiarietà, un’occasione di empowerment. I cittadini, così, sono chiamati ad assumersi nuove responsabilità nell’ambito della trasparenza: valutazione della qualità dei servizi e del rendimento dei dirigenti pubblici, impegno per la legalità, pressione costante perché le istituzioni rendano conto del loro operato, verifica della qualità della spesa pubblica, controllo delle capacità di governo. Purché non resti – come spesso accade – l’ennesimo caso di sussidiarietà ‘nascosta’ o ‘negata’.
lunedì 14 febbraio 2011
A proposito di Big Society
Dice Adam Bienkov su Twitter: "Cameron: Long waiting list to join the Scouts shows public enthusiasm for the #bigsociety. No, it shows public enthusiasm for the Scouts".
Senonoraquando?
Ma, per capire, adesso bisogna tornare in piazza per 17 giorni di fila? O si riesce a fare prima? #senonoraquando
martedì 25 gennaio 2011
I nuovi cittadini
Il 2011 sarà un anno di impegni e di celebrazioni molto importanti. Da una parte, la Commissione Europea ha deciso di dedicarlo alle ‘attività volontarie che promuovono la cittadinanza attiva’. Ecco perché quest’anno sentiremo molto spesso parlare di Anno europeo del volontariato o, nella dizione che noi preferiamo, di Anno Europeo della cittadinanza attiva. Dall’altra parte, questo è l’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Una scadenza rilevante non soltanto per aggiornare le interpretazioni del processo storico che ha visto la nascita dello stato italiano unitario (1861), ma, soprattutto, per ragionare tutti insieme sull’Italia che verrà e, in qualche modo, se questo è possibile, sui prossimi 150 anni di vita del nostro paese.
Per un verso, dunque, emerge una domanda sul futuro dell’idea di cittadinanza in Europa e sulle potenzialità di quella innovativa forma che si definisce ‘cittadinanza attiva’. Per altro verso, e insieme, si apre la questione della cittadinanza nazionale, che oggi merita di essere ripensata alla luce di decenni di storia e, soprattutto, in vista della costruzione comune del futuro.
Un mondo in trasformazione
Questo duplice richiamo si colloca in un contesto globale in profonda trasformazione. Il sociologo tedesco Ulrick Beck, per esempio, legge nella realtà che viviamo un processo di cosmopolitizzazione delle società. Mentre, infatti, le pratiche della vita quotidiana sono sempre più ispirate e guidate da un approccio transnazionale, nelle classi dirigenti ed intellettuali continua a sopravvivere una vecchia tradizione che individua le radici delle norme giuridiche e delle politiche pubbliche nell’esclusiva dimensione nazionale. Il mutamento delle società globali richiede, viceversa, un mutamento delle nostre abitudini interpretative. Lo stato-nazione non può più essere considerato il punto di riferimento obbligato per l’indagine dei fenomeni sociali e politici, né riesce più a dare tutte le risposte per la soluzione dei problemi e per l’accompagnamento dei processi. Le società contemporanee diventano sempre più ‘transnazionali’ grazie a diversi fattori (universalizzazione dei diritti umani, crescita del commercio transnazionale di prodotti culturali, intensificazione ed estensione delle vie di comunicazione, la diffusione della mobilità umana e dei flussi migratori, ecc.). In questo quadro si colloca, oggi, il rapporto tra immigrazione e cittadinanza (se ne è parlato il 25 gennaio al Senato nel convegno “I nuovi cittadini” promosso da Cittadinanzattiva e dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia). Un rapporto che possiamo cominciare ad approfondire a partire da una domanda (in che senso nuovo oggi gli immigrati sono titolari di diritti?) e da una sfida (quella della cittadinanza attiva e della sussidiarietà costituzionale).
Gli immigrati sono titolari di (quali) diritti?
A questa domanda si può rispondere prima di tutto ammettendo il superamento del nesso Stato-nazione come principio normativo del regime dei diritti di cittadinanza. La cittadinanza, nella sua triplice declinazione basata su diritti, appartenenza e partecipazione, risponde ad altri criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, l’esercizio concreto e attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.
La cittadinanza diviene ‘post-nazionale’ e si ancora al regime internazionale dei diritti umani, all’insieme di norme, convenzioni, dichiarazioni che lo sostanziano. In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dalla sovranità dello Stato-nazione ma dalla “Costituzione”. Non è un caso che la Costituzione italiana sia costruita in questa chiave progressiva. Da un lato, infatti, essa recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale: basti pensare al diritto alla salute di cui i cittadini immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani (v. sentenza n.269/2010 della Corte costituzionale). Dall’altro, essa apre alle profonde trasformazioni che provengono dalla costruzione della cittadinanza europea, con il suo profondo contenuto di libertà. Si afferma una nuova coscienza storica che distingue tra i diritti della personalità (o, se si preferisce, della cittadinanza costituzionale e universale), che in quanto tali devono essere estesi a ‘tutti’, e diritti di cittadinanza (in chiave nazionale), che possono essere riconosciuti ai ‘membri’ di una specifica comunità politica. In tale quadro, i diritti di libertà per eccellenza, che in quanto tali dovrebbero poter essere garantiti a tutti, e che stanno inoltre a fondamento della nuova cittadinanza europea, sono proprio “il diritto di residenza ed il diritto di circolazione”!
Cittadinanza attiva, sussidiarietà, immigrazione
Se questo ragionamento, poi, si sposta nel campo della cittadinanza attiva la prospettiva si allarga. L’art.118, u.c. della Costituzione mostra benissimo come i cittadini singoli o associati che svolgono attività di interesse generale non sono affatto i titolari di diritti di cittadinanza nazionale, bensì i titolari di diritti di fondamento ‘costituzionale’ (dunque, prima di tutto, diritti umani contenuti nelle Carte internazionali e diritti di cittadinanza secondo gli sviluppi della normativa europea). Tutti i cittadini, pertanto, compresi i cittadini immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque di svolgere attività di interesse generale. Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.
L’insieme di tutte queste considerazioni ricaccia in un passato davvero antico i criteri di attribuzione della cittadinanza oggi vigenti. L’ordinamento italiano fonda l’attribuzione della cittadinanza nazionale su una sorta di ‘familismo giuridico’: si è cittadini per eredità di sangue o per via di matrimonio. Come è possibile accettare ancora oggi che la cittadinanza si acquisisca per ‘tradizione familiare’, in qualche modo per ‘destino’, piuttosto che per ‘elezione’, per la libera e autonoma scelta di chi decide di vivere nel nostro paese, vi risiede stabilmente condividendo la nostra sorte comune, e qui si impegna con il proprio lavoro, le proprie attività economiche, le proprie iniziative civiche, nella costruzione di una comunità nazionale aperta, accogliente e solidale?
La missione della Repubblica
Di fronte a tutto ciò, l’ipertrofizzazione burocratica della gestione dei permessi di soggiorno o lo stato di limbo al quale vengono condannati gli immigrati di seconda generazione (italiani a tutti gli effetti) è una violenza gratuita, una negazione bella e buona dell’umanità stessa di questi soggetti. Alla luce di questo ragionamento, la missione delle istituzioni repubblicane dovrebbe essere ben diversa. In primo luogo, si tratta di rinnovare l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano di tutti i cittadini, senza distinzioni di sorta, come prevede l’art.3 della Costituzione. In secondo luogo, sulla base del principio di sussidiarietà iscritto nell’art.118, u.c., bisognerà favorire ‘tutti’ quei cittadini che svolgono attività di interesse generale, esercitando diritti e responsabilità. Anche così, certamente, si costruirà un’Italia più unita e più europea. Varrebbe la pena di ricordarlo, in questo speciale anno 2011.
Per un verso, dunque, emerge una domanda sul futuro dell’idea di cittadinanza in Europa e sulle potenzialità di quella innovativa forma che si definisce ‘cittadinanza attiva’. Per altro verso, e insieme, si apre la questione della cittadinanza nazionale, che oggi merita di essere ripensata alla luce di decenni di storia e, soprattutto, in vista della costruzione comune del futuro.
Un mondo in trasformazione
Questo duplice richiamo si colloca in un contesto globale in profonda trasformazione. Il sociologo tedesco Ulrick Beck, per esempio, legge nella realtà che viviamo un processo di cosmopolitizzazione delle società. Mentre, infatti, le pratiche della vita quotidiana sono sempre più ispirate e guidate da un approccio transnazionale, nelle classi dirigenti ed intellettuali continua a sopravvivere una vecchia tradizione che individua le radici delle norme giuridiche e delle politiche pubbliche nell’esclusiva dimensione nazionale. Il mutamento delle società globali richiede, viceversa, un mutamento delle nostre abitudini interpretative. Lo stato-nazione non può più essere considerato il punto di riferimento obbligato per l’indagine dei fenomeni sociali e politici, né riesce più a dare tutte le risposte per la soluzione dei problemi e per l’accompagnamento dei processi. Le società contemporanee diventano sempre più ‘transnazionali’ grazie a diversi fattori (universalizzazione dei diritti umani, crescita del commercio transnazionale di prodotti culturali, intensificazione ed estensione delle vie di comunicazione, la diffusione della mobilità umana e dei flussi migratori, ecc.). In questo quadro si colloca, oggi, il rapporto tra immigrazione e cittadinanza (se ne è parlato il 25 gennaio al Senato nel convegno “I nuovi cittadini” promosso da Cittadinanzattiva e dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia). Un rapporto che possiamo cominciare ad approfondire a partire da una domanda (in che senso nuovo oggi gli immigrati sono titolari di diritti?) e da una sfida (quella della cittadinanza attiva e della sussidiarietà costituzionale).
Gli immigrati sono titolari di (quali) diritti?
A questa domanda si può rispondere prima di tutto ammettendo il superamento del nesso Stato-nazione come principio normativo del regime dei diritti di cittadinanza. La cittadinanza, nella sua triplice declinazione basata su diritti, appartenenza e partecipazione, risponde ad altri criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, l’esercizio concreto e attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.
La cittadinanza diviene ‘post-nazionale’ e si ancora al regime internazionale dei diritti umani, all’insieme di norme, convenzioni, dichiarazioni che lo sostanziano. In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dalla sovranità dello Stato-nazione ma dalla “Costituzione”. Non è un caso che la Costituzione italiana sia costruita in questa chiave progressiva. Da un lato, infatti, essa recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale: basti pensare al diritto alla salute di cui i cittadini immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani (v. sentenza n.269/2010 della Corte costituzionale). Dall’altro, essa apre alle profonde trasformazioni che provengono dalla costruzione della cittadinanza europea, con il suo profondo contenuto di libertà. Si afferma una nuova coscienza storica che distingue tra i diritti della personalità (o, se si preferisce, della cittadinanza costituzionale e universale), che in quanto tali devono essere estesi a ‘tutti’, e diritti di cittadinanza (in chiave nazionale), che possono essere riconosciuti ai ‘membri’ di una specifica comunità politica. In tale quadro, i diritti di libertà per eccellenza, che in quanto tali dovrebbero poter essere garantiti a tutti, e che stanno inoltre a fondamento della nuova cittadinanza europea, sono proprio “il diritto di residenza ed il diritto di circolazione”!
Cittadinanza attiva, sussidiarietà, immigrazione
Se questo ragionamento, poi, si sposta nel campo della cittadinanza attiva la prospettiva si allarga. L’art.118, u.c. della Costituzione mostra benissimo come i cittadini singoli o associati che svolgono attività di interesse generale non sono affatto i titolari di diritti di cittadinanza nazionale, bensì i titolari di diritti di fondamento ‘costituzionale’ (dunque, prima di tutto, diritti umani contenuti nelle Carte internazionali e diritti di cittadinanza secondo gli sviluppi della normativa europea). Tutti i cittadini, pertanto, compresi i cittadini immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque di svolgere attività di interesse generale. Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.
L’insieme di tutte queste considerazioni ricaccia in un passato davvero antico i criteri di attribuzione della cittadinanza oggi vigenti. L’ordinamento italiano fonda l’attribuzione della cittadinanza nazionale su una sorta di ‘familismo giuridico’: si è cittadini per eredità di sangue o per via di matrimonio. Come è possibile accettare ancora oggi che la cittadinanza si acquisisca per ‘tradizione familiare’, in qualche modo per ‘destino’, piuttosto che per ‘elezione’, per la libera e autonoma scelta di chi decide di vivere nel nostro paese, vi risiede stabilmente condividendo la nostra sorte comune, e qui si impegna con il proprio lavoro, le proprie attività economiche, le proprie iniziative civiche, nella costruzione di una comunità nazionale aperta, accogliente e solidale?
La missione della Repubblica
Di fronte a tutto ciò, l’ipertrofizzazione burocratica della gestione dei permessi di soggiorno o lo stato di limbo al quale vengono condannati gli immigrati di seconda generazione (italiani a tutti gli effetti) è una violenza gratuita, una negazione bella e buona dell’umanità stessa di questi soggetti. Alla luce di questo ragionamento, la missione delle istituzioni repubblicane dovrebbe essere ben diversa. In primo luogo, si tratta di rinnovare l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano di tutti i cittadini, senza distinzioni di sorta, come prevede l’art.3 della Costituzione. In secondo luogo, sulla base del principio di sussidiarietà iscritto nell’art.118, u.c., bisognerà favorire ‘tutti’ quei cittadini che svolgono attività di interesse generale, esercitando diritti e responsabilità. Anche così, certamente, si costruirà un’Italia più unita e più europea. Varrebbe la pena di ricordarlo, in questo speciale anno 2011.
lunedì 3 gennaio 2011
Battisti, Saviano e l'ultima violenza
L’esultanza di un certo manipolo di intellettuali per il ‘NO’ del Brasile all’estradizione di Battisti era questione di ore, se non minuti, e puntualmente è arrivata. Come anticipato in un precedente post la lista dei difensori è lunga e – visto che si tratta di gente anche molto nota che non ha bisogno di ulteriore pubblicità - chi vuole potrà cercarsela da solo su internet (un appello a favore di Battisti risale al 2004, sottoscritto da molti italiani e francesi).
La questione merita una pausa di approfondimento per la varietà di argomentazioni giuridiche, politiche e morali che solleva. Ma, soprattutto, interroga la responsabilità di tutti coloro che hanno a cuore la costruzione di una ragione pubblica rispettosa dei fatti e dei diritti.
1. il primo insieme di questioni è squisitamente giudiziario. Alcuni intellettuali di nazionalità italiana e francese - rappresentati dalla figura di Fred Vargas, archeozoologa e scrittrice di gialli, autrice di un libello con il quale dimostra l’innocenza dell’imputato - sono convinti che quello di Battisti sia il caso di un uomo ingiustamente perseguitato. Certamente, le vicende giudiziarie, specie nei casi di terrorismo, sono tutt’altro che semplici e pacifiche e nessuno può escludere errori anche da parte dei magistrati. Tuttavia, la storia giudiziaria di Battisti dice che più di settanta giudici si sono occupati del caso, nel corso di ben nove processi (il primo è iniziato nel 1981, l'ultimo è terminato nel 1993) che hanno giudicato Battisti responsabile di un elevato numero di rapine, di possesso illegale di armi e di quattro omicidi. La pena dell'ergastolo non è mai stata scontata.
Sul versante giudiziario si contestano almeno tre punti: la legislazione d’emergenza contro il terrorismo, l’uso dei pentiti, il giudizio in contumacia. Il tema della legislazione d’emergenza è importante: è assai discutibile che, in determinate situazioni, per quanto complesse, gli strumenti normali del diritto possano essere aggravati con i conseguenti rischi per le garanzie degli imputati. Allo stesso tempo, legislazioni specializzate esistono e sono state applicate, per esempio, anche sul versante della lotta alla mafia.
Alcuni intellettuali – specie in Francia – accusano lo stato italiano di aver sospeso la democrazia per aver usato i pentiti contro il terrorismo. D’altra parte, però, l’uso dei collaboratori di giustizia nella lotta alla mafia si è rivelato un metodo vincente che molte legislazioni – anche quella francese – hanno copiato. Perché, allora, non esiste nessun caso Dreyfus tra i padrini di Cosa Nostra? Né si può dire che la legislazione speciale sia stata costruita su misura per il cittadino Cesare Battisti. Si tratta comunque di norme che coprono quei reati, chiunque li abbia commessi, e per questo mantengono i loro requisiti essenziali di generalità e astrattezza.
Sulla condanna in contumacia, infine, c’è poco da obiettare. Nel processo si deve garantire la difesa dell’imputato, ma non la sua impunità perché semplicemente non si è presentato in giudizio. Non farsi processare sarebbe ovviamente la difesa ideale, ma l’ordinamento giuridico non prevede soluzioni così comode. Ovviamente, se irregolarità formali o violazioni di legge a tutela del diritto di difesa dell’imputato vi sono state – come alcuni accusano – vanno rilevate e sanzionate. Ma si fa fatica onestamente a immaginare che ciò sia accaduto in tutti e nove i processi che sono stati celebrati.
Resta un dato di fondo assai sgradevole sull’uso politico della magistratura che tutti ovviamente fanno volentieri appena si tratta di difendere se stessi.
2. C’è poi una seconda area di questioni – in verità assai varie - che sono di natura prettamente politica.
La prima – incarnata, per esempio, dal filosofo francese Bernard Henry Lévy - non entra nel merito della colpevolezza di Battisti, ma si limita a proporre un’interpretazione estensiva della dottrina Mitterrand, che amplia il diritto d’asilo a tutti gli ex terroristi. Il punto di partenza ovviamente è assai nobile, scomoda perfino attitudini di tipo ‘volterriano’, si basa sulla difesa della libertà di espressione e di militanza politica. Il tema è assai complesso ma, in buona sostanza, resta prigioniero di nodi concettuali irrisolvibili. Intanto, perché non mette mai in conto la tutela delle vittime di questi atti ‘politici’: le vittime, di fronte, per esempio, alla libertà ‘politica’ di sparare, perdono ogni rilevanza, sia dal punto di vista umano che giuridico. E poi perché realizza una gelatina di ragioni nelle quali diventa impossibile discernere: quanto incide il ‘colore’ politico del terrorista? quanto cambia la situazione se la bomba è fatta esplodere in un paese governato da una dittatura sanguinaria e o da una democrazia di tipo liberale? L’illuminismo delle premesse, insomma, rischia di capovolgersi nel suo contrario: il rischio, tra gli altri, di eticizzazione dello stato è inevitabile, così come è inevitabile la manipolazione politica della realtà.
Molti intellettuali francesi – un esempio per tutti è quello dello scrittore e saggista Philippe Sollers – hanno sostanzialmente avallato due idee tipiche di un certo cliché culturale italiano (Toni Negri, Oreste Scalzone, ex brigatisti) e che un po’ si tengono tra loro. La prima è l’idea che in Italia negli anni Settanta ci fosse una guerra civile. La seconda è che in Italia vi fosse un regime di fatto fascista e che di conseguenze le violenze fossero giustificate. Ovviamente Battisti farebbe parte di una lunga fila di vittime di questa guerra civile e/o di questo stato fascista. L’argomento è trito. Sfruttato da decenni per avallare la violenza (in luogo) del proletariato. Perfino suggestivo perché trasforma sconclusionati e meschini rivoluzionari in eroi maledetti, paladini della libertà, perseguitati politici. Sarà per questo che piace ai romanzieri. Ma, con tutto il romanticismo, la buona volontà e l’immaginazione narrativa possibili, proprio non regge. Basta mettere in fila gli elenchi delle persone ammazzate e gambizzate e ascoltare le ragioni e le dichiarazioni dei brigatisti italiani, per capire i disastri che la cecità ideologica ha potuto produrre.
Collegato a questi è l’ultimo argomento politico. Se tutto questo è vero (la guerra civile, il disagio sociale, la protervia fascista, ecc.) la cosiddetta generazione dei perdenti, quelli che hanno imbracciato le armi, non hanno responsabilità per gli atti commessi, i loro non sono crimini ma fatti politici che si iscrivono nella fatica di quegli anni. Serve, insomma, la ‘soluzione politica’ che, ovviamente, si risolve in un’amnistia. E, soprattutto, si risolve nel solito disprezzo per il diritto e per i diritti.
Qualche anno fa Giovanni Moro propose l’unica soluzione seria e accettabile: realizzare anche in Italia quella commissione per la riconciliazione che in Sudafrica ha chiuso in qualche modo la vicenda dei crimini dell’apartheid barattando la giustizia con la verità. Il problema è che in Italia e in Francia mancano le condizioni di base – culturali prima di tutto – per la vittoria della trasparenza e della responsabilità sulla partigianeria. Ancora oggi, infatti, quegli intellettuali e quei militanti che dovrebbero raccontare quella scomoda verità continuano a percorrere la strada della ossessione e della manipolazione ideologiche.
Non tutti però: Roberto Saviano che pure nel 2004 firmò l’appello per Battisti ha chiesto successivamente di essere esonerato e di questa capacità di riconoscere gli errori gli va dato atto. Ci piace pensare che almeno lui avesse capito che l’ultima violenza contro le vittime è proprio quella di trasformare i carnefici in perseguitati.
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