mercoledì 21 aprile 2010

Abusi sessuali: responsabilità ecclesiali e giudizio dei cittadini

E’ possibile esprimere un punto di vista civico sullo scandalo della pedofilia nella chiesa? E’ possibile cioè valutare i fatti e formulare dei giudizi a partire da una prospettiva diversa da quelle che oggi sembrano legittimate a farlo, quelle del credente o del non credente, del cattolico e del laico, del teologo o del filoso, dello storico o del pastore, e via elencando?
La risposta più comune – lo sappiamo – sarebbe: no! Gli argomenti contrari – con una semplificazione estrema – possono ridursi a questi. La Chiesa non ha nulla a che fare con la dimensione temporale e si occupa di peccati. Per i reati dei singoli c’è la magistratura. Che deve fare il suo corso, ma che si occupa appunto dei criminali.

Viceversa, ci sono diversi motivi per cui i cittadini possono esprimere un punto di vista sulla questione.

Primo: i diritti. Le persone che sono state oggetto di abusi – in altre parole, vittime - sono cittadini come tutti gli altri. La violazione dei loro diritti non è, pertanto, meno significativa che in altri casi. Chiunque si ponga – puramente e semplicemente – dal punto di vista dei cittadini deve tener conto di queste violazioni, segnalarle e denunciarle. Inoltre, nei casi raccolti - migliaia in Italia e nel mondo – la violazione è avvenuta all’interno di strutture che hanno caratteristiche precise e ricorrenti che possono dunque essere oggetto di una valutazione che le accomuna. Ciò trasforma questi fatti in un problema di interesse generale. Non più soltanto una vicenda giudiziaria terza, con la sua dinamica interna tra colpevole e vittima. Il punto di vista civico si gioca anche nell’abito di una sfera pubblica, segnata dalla ricorrenza di quelle condizioni generali nelle quali si compie la violazione del diritto.

Secondo: la trasparenza. Per anni i reati commessi nelle strutture ecclesiali sono stati nascosti. La soluzione del problema avveniva in condizioni di segretezza o, più semplicemente, non avveniva. Ai cittadini, viceversa, va riconosciuto in tutte le situazioni in cui si stabilisce una relazione con una istituzione che esercita poteri e responsabilità un accesso totale alle informazioni che riguardano i loro diritti. Tra i quali per esempio c’è anche quello alla sicurezza e all’integrità fisica. I casi di abusi e violazione – di qualsiasi genere – che si verificano in una qualsiasi struttura pubblica sono normalmente esposte allo scrutinio pubblico. Anche allo scopo di evitare che possano ripetersi. Viceversa, il silenzio che ha circondato per anni le situazioni oggi finalmente riconosciute e denunciate ha avuto due gravissime conseguenze: da una parte la diffusione di atti che, in una situazione di trasparenza, si sarebbero potuti intercettare e prevenire; dall’altro, la ‘vittimizzazione secondaria’ di tutti quegli abusati che, dopo aver subito la violazione, hanno dovuto soffrire anche il silenzio, il rifiuto, la marginalizzazione e l’esclusione.

Terzo: la responsabilità. I ragionamenti fatti finora ci portano alla valutazione del modo di agire delle strutture ecclesiali. Anche in questo caso, nonostante qualsiasi argomento di altra natura (teologico o storico, ecc.), è possibile formulare un giudizio sulla gestione della vicenda da parte degli uomini della chiesa e, in particolare, di quanti ricoprono ruoli di responsabilità. Il modo in cui si governano i problemi interni è un fattore di valutazione da parte della comunità. In questo caso, nessun argomento è possibile usare rispetto ad una presunta autorefenzialità di quelle strutture, come qualcuno ha cercato di fare. Non si tratta di problemi interni alla chiesa, per il semplice fatto che gli abusi sono avvenuti dentro scuole, seminari, oratori, chiese. Luoghi nei quali si svolgono funzioni di carattere pubblico, in particolare di carattere educativo. E nelle quali, in ogni caso, si stabiliscono relazioni pubbliche con cittadini che usufruiscono di servizi formativi e culturali. D’altra parte, se si ritiene giustamente che un oratorio eserciti funzioni pubbliche che sono riconosciute e sostenute, perché dovrebbe divenire irresponsabile quando viola dei diritti? In sostanza, le vittime, i familiari delle vittime, la comunità di riferimento di quelle strutture (in altre parole: i cittadini comuni) hanno facoltà di chiedere il conto.

Quarto: la fiducia. Il modo in cui si affrontano e risolvono queste situazioni di crisi – che ovviamente potrebbero capitare in altri contesti – è cruciale anche per rafforzare le relazioni di fiducia. Le famiglie che affidano i propri figli alle parrocchie o alle scuole o agli oratori lo fanno sulla base di un rapporto fiduciario. Ritengono di poter stare tranquille e non temono alcunché. La gravità di queste vicende non sta soltanto negli abusi gravissimi che sono stati compiuti, che già da soli minano questo rapporto di fiducia. Ma sta anche nel fatto che a questi abusi non si sia immediatamente rimediato. Questo aumenta il clima di sospetto e la percezione del rischio. I cittadini hanno tutto il diritto di valutare se queste strutture siano o meno affidabili e se i propri figli debbano frequentarle o starne alla larga. Che cosa succederebbe se fatti del genere avvenissero, per esempio, negli ospedali?

Come si vede, ci sono tutte le condizioni per esprimere un punto di vista civico su una questione simile.

A poco valgono due argomentazioni difensive che hanno l’obiettivo di sollevare queste strutture dal giudizio della comunità.
La prima è: ma la lotta alla pedofilia dovrebbe essere condotta a tutto campo! Ma qui non si sta facendo una generica lotta contro la pedofilia. La questione non è ideologica, ma pratica. In queste settimane sono sotto giudizio degli atti concreti e specifici che si sono verificati in strutture che li hanno coperti con il segreto. Di questo si parla e si deve giudicare. Ed è propria di un punto di vista civico la valutazione di situazioni concrete e il tentativo di risolvere un problema di interesse pubblico, al di là degli orientamenti politici, filosofici o religiosi di ciascuno.
La seconda argomentazione difensiva è: perché tutto questo accanimento contro la Chiesa? Ammesso che in alcuni commentatori vi possa essere un’acrimonia del tutto particolare e fondata su motivazioni di altra natura, davvero si può pensare che un allarme sociale generalizzato non sarebbe esploso a livello internazionale se vicende simili si fossero radicate, diffuse e consolidate, per esempio, nelle scuole o negli ospedali italiani, irlandesi, tedeschi, australiani, americani, ecc.? Davvero si può ignorare che il livello di gravità – e dunque di allarme sociale – aumenti quando determinate violazioni si realizzano in determinati contesti?

In conclusione, liberare alcune questioni da improprie sovrastrutture culturali, illuminare i fatti alla luce della loro concretezza, valutare sulla base delle esperienze la fallibilità delle strutture umane, incarnare il punto di vista delle persone in carne ed ossa nella direzione della coerenza con la realtà e del rispetto dei diritti ci pare che rappresenti un progresso in tutte le situazioni. E che aiuti ad imparare un metodo e uno stile di discernere che sono forse più corretti e universalmente accettabili.

lunedì 12 aprile 2010

Voglia di trasparenza

Abuso di potere, corruzione, illegalità, mancanza di trasparenza sono stati il filo conduttore delle notizie delle ultime settimane. Hanno toccato in ordine sparso la Protezione civile, il Consiglio nazionale dei Lavori pubblici, alcune compagnie telefoniche, senatori della Repubblica, magistrati. Un intreccio di vicende, una molteplicità di personaggi, un intricato groviglio di collusioni e complicità nei quali i colpi di scena della realtà hanno surclassato le invenzioni della fantasia.
La Corte dei Conti, dal canto suo, ha rinnovato l’annuale grido di dolore sull’Italia degli sprechi, del malaffare, dei reati contro la pubblica amministrazione. Le risorse pubbliche sottratte alla collettività dalla politica e dall’amministrazione colluse sono ingenti. Di conseguenza, molti cittadini ricavano l’impressione che le stesse Istituzioni vivano nell’illegalità e si allontanano ogni giorno con comprensibile disgusto da questo strano zoo.
Il Governo ha annunciato un nuovo provvedimento contro la corruzione. Le notizie di cui disponiamo sono ancora sommarie e aspettiamo di studiare con attenzione il testo. Sappiamo, per adesso, che il provvedimento contiene una serie di strumenti - piano nazionale anticorruzione, osservatorio sulla corruzione, banca dati lavori pubblici ed esaltazione della trasparenza con l’utilizzo spinto delle nuove tecnologie – che dovrebbero aiutare a prevenire la corruzione nelle pubbliche amministrazioni.
Secondo quanto si legge nei comunicati del governo, le pubbliche amministrazioni dovranno pubblicare sui siti istituzionali informazioni relative a procedimenti amministrativi “sensibili”: autorizzazioni, concessioni, appalti pubblici, erogazioni di benefici economici a persone o enti pubblici o privati, concorsi e progressioni di carriera. Le stazioni appaltanti dovranno trasmettere, tempestivamente e direttamente all’Autorità di vigilanza, tutti i dati relativi a contratti di lavori, servizi e forniture, al fine di realizzarne l’anagrafe e consentire la conoscibilità dell’attività contrattuale della PA, nonché dagli altri soggetti tenuti al rispetto della normativa sugli appalti pubblici. Dovrebbero poi aumentare i controlli sugli enti locali e gli impedimenti a candidare a cariche pubbliche soggetti che si sono macchiati di reati.
Servirà l’ennesima legge? In Italia – i cittadini lo sanno - non mancano le norme. Anzi, ce n’è fin troppe. Manca l’applicazione. E manca la trasparenza di atti, comportamenti, risultati conseguiti. Perché la trasparenza non si esaurisce nella curiosità sugli stipendi dei manager pubblici o nella predisposizione dei tornelli all’ingresso. Trasparenza è qualcosa di più. Significa abbassare le barriere all’accesso alle informazioni. Lasciare che i cittadini possano ‘ficcare il naso’ nell’azione amministrativa. Sapere se la propria pratica o la propria domanda vanno a buon fine senza bisogno di ‘mettere olio nel motore’. Accettare la valutazione civica dei servizi e l’intervento diretto nelle attività amministrative da parte dei soggetti interessati.
Molta strada bisogna ancora fare. Qualche tempo fa, quando cominciò a porsi la questione della ricostruzione in Abruzzo, le organizzazioni civiche si fecero avanti. Forse avrebbe aiutato, in quella fase, promuovere forme di democrazia partecipata per coinvolgere i cittadini abruzzesi sulla ricostruzione e per favorire il loro controllo sulle opere. Ma non se ne fece niente. E oggi se ne pagano le conseguenze …
Insomma, la trasparenza è una cosa seria, uno degli elementi fondamentali grazie ai quali i cittadini possono chiedere conto alle istituzioni del loro operato, verificare la tracciabilità amministrativa degli atti, partecipare all’intero ciclo del policy making, pretendere il rispetto delle norme di legge e di comportamento. Solo così, in definitiva, si può pretendere l’accountability dei soggetti pubblici.

venerdì 3 aprile 2009

Chiusa la stagione del turismo procreativo

Dalla prossima settimana”, annuncia il dottor Antonino Guglielmino, direttore dell'Unità di Medicina della Riproduzione di Hera a Catania, “per chiudere la penosa stagione del turismo procreativo, daremo nuovamente il via alle tecniche di diagnosi genetica di preimpianto. Vogliamo dare immediatamente ai nostri pazienti la possibilità di poter usare una tecnica che il nostro centro ha realizzato per primo in Italia”. L'annuncio della ripresa delle tecniche di diagnosi genetica di preimpianto è stato dato nel corso della conferenza stampa organizzata a Roma, il 2 aprile, presso la sede di Cittadinanzattiva dalle associazioni (Associazione Hera Onlus di Catania, Cittadinanzattiva-Tribunale per i Diritti del Malato e SOS Infertilità di Milano) che hanno sostenuto le coppie che hanno presentato i ricorsi poi giunti in Corte Costituzionale.
“Non c'entra nulla con l'eugenetica o un attacco alla vita; anzi, è una sentenza che consente una maggiore tutela della salute della donna, evitandole inutili interventi invasivi”, ha dichiarato Maria Paola Costantini di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, “e restituisce quella necessaria flessibilità e libertà di scelta su quanti ovuli impiantare che spetta alla professionalità del medico caso per caso, instaurando un corretto rapporto tra medico e paziente. Si restituisce finalmente ai protagonisti il potere di scelta e di decisione”.
“Siamo felici che qualcuno abbia capito la nostra sofferenza e presi in considerazione”, hanno dichiarato Miriam e Giovanni, la coppia che ha presentato ricorso al Tribunale di Firenze, e da cui ha preso il via il ricorso alla Corte Costituzionale. “Il nostro non è un capriccio, siamo colpiti in prima persona dalle patologie che potremmo, al 50%, trasmettere ai nostri figli; un tumore maligno che colpisce alla retina e che può portare alla cecità e che si unisce alla nostra infertilità. E' evidente quindi che non vorremmo fare vivere ai nostri figli la nostra stessa sofferenza. Uno degli aspetti più odiosi della intera vicenda è che hanno tentato di farci sentire in colpa perché vogliamo tutelare il diritto alla vita e alla salute dei nostri figli”.
“Noi abbiamo subito sulla nostra pelle la legge, e l'abbiamo sconfitta con due viaggi all'estero, a Istanbul, dovendo ingoiare degli amari bocconi e affrontando una spesa di oltre 20.000 euro. La nostra fatica e le nostre sofferenze l'abbiamo parzialmente dimenticate, poiché il secondo tentativo è andato a buon fine”, hanno dichiarato Sandra e Davide, una coppia portatrice di malattia genetica. “Solo con un enorme sacrificio ci siamo potuti permettere questa spesa”, hanno continuato, “ e ci sono coppie che invece sono costrette a tirarsi indietro, a rinunciare un figlio o a considerare l'orribile alternativa dell'aborto terapeutico. Quando abbiamo appreso di questa decisione della Corte abbiamo provato un enorme senso di gioia, sia per la nostra intenzione di voler allargare la famiglia, e non dover essere più costretti ad andare all'estero, ma anche per tutte le altre coppie che stanno patendo o hanno patito le sofferenze di una legge finalmente giudicata per quello che è”.

Alla conferenza stampa hanno preso parte oltre ai pazienti protagonisti della battaglia legale che ha portato al pronunciamento della Corte Costituzionale. Una battaglia condotta da un collegio nazionale di difesa costituito dall’avvocato Maria Paola Costantini di Cittadinanzattiva, dalla professoressa Marilisa D’Amico, avvocato e ordinario presso la Statale di Milano, l’avvocato Massimo Clara del foro di Milano, l’avvocato Ileana Alesso del foro di Milano e dall’avvocato Nello Papandrea del Foro di Catania I giudici di Firenze e Roma riconoscendo fondati gli elementi contenuti nei ricorsi hanno emesso delle Ordinanze con le quali hanno investito la Corte Costituzionale.


“E' solo una tappa di un lungo percorso, partito con campagne di informazione e di sostegno alle famiglie sul corretto uso della PMA, passata attraverso il sostegno ad un referendum che purtroppo non ha raggiunto il quorum”,ha dichiarato Rossella Bartolucci, Presidente di SOS Infertilità, “che oggi, con questa grande vittoria in campo legale, unico strumento rimasto a nostra disposizione contro una legge sbagliata, ha raggiunto un importante risultato. Ora proseguirà con una campagna capillare di informazione alle coppie, puntando ad un coinvolgimento delle professioni mediche coinvolte affinché attuino su tutto il territorio nazionale i contenuti della Sentenza”.



Da oggi sono già disponibili tre numeri per i cittadini interessati ad avere informazioni

800 097 999, www.sosinfertilita.net
095/7335199, www.hera.it
06/36718444, www.cittadinanzattiva.it

Fonte: Ufficio stampa di Cittadinanzattiva

martedì 17 marzo 2009

Internet e trasparenza: i nuovi poteri dei cittadini


Suggerisco un'interessante lettura.

Faith in government is rooted in transparency, and online resources are giving citizens an indispensible weapon in the arsenal of democracy.

By Ellen S. Miller
Source: USAToday

How powerful is the Internet in getting crucial safety information out to the public? In one case, that information went out 707 times per minute. That's how often, on average, people seeking information about salmonella-tainted peanut butter clicked on a website and widget sponsored by the U.S. Food and Drug Administration (FDA) over a six-week period a total of nearly 44 million hits.

This was exponentially more than the number of people who called agency hotline numbers. By typing the brand or bar code of a product into the search engine, parents everywhere could find out if the peanut butter sandwich they were putting in their kids' lunch bags that day might contain salmonella.

Yet, the peanut butter problem also shows how far we have to go to prod government to make information available to the public. This week — Sunshine Week — news organizations shed light on how the public benefits from knowing what the government is doing, and why. And the Internet increasingly can play a role in providing more information to expose crises such as the salmonella story.

Recently, the story has unfolded about how one peanut-processing company, Peanut Corp. of America, could operate in filth with poorly trained employees and ignore its own tests showing salmonella infestation. We also found out that the only way the FDA could obtain copies of those testing records was to invoke terrorism laws. If the public had access to those records online, perhaps the illnesses of 19,000 people in 43 states and nine deaths could have been avoided.

Online resources also can help explain why the FDA can't get inspection records more easily. Through OpenSecrets.org, which tracks campaign contributions and lobbying expenses, we can find out that food processing and sales companies have contributed nearly $95 million to federal candidates and parties over a decade. Those companies also spent more than $29 million last year on lobbying. The industry has often blocked efforts to strengthen FDA's authority.

The salmonella story shows the many ways we are on the cusp of pushing for a government that is truly transparent. We now have the technological tools not only to get information out to the public, but also to help expose why there's a problem in the first place.

It's no accident that President Obama has made transparency a major part of his stimulus plan. He recognizes that conveying information to the public about how their money is being spent will enhance accountability. If done well, this approach can turn passive citizens into activists who help ensure that government works. With more newspapers laying off reporters and closing their doors, the Internet is allowing others to augment the press' function in watchdogging government.

There's a mighty appetite for this information. Last September, when the House took up the $700 billion Wall Street bailout bill, House servers crashed after Speaker Nancy Pelosi posted the text on her website. When people did get their eyes on the text, they read it eagerly. Over the course of about two weeks, nearly 1,000 comments were posted on PublicMarkup.org, a site enabling the public to examine and debate legislation. Thousands of bloggers pored over the bill to find examples of earmarks, such as a reduction in taxes for wooden-arrow manufacturers.

A few years ago, bloggers known as the "Porkbusters" helped expose Alaska's "bridge to nowhere." This project to connect the tiny town of Ketchikan (population 8,900) to the even tinier Island of Gravina (population 50) cost some $320 million and was funded through three separate earmarks in a highway bill. Exposure created a huge furor and essentially stopped that earmark.

To take advantage of the full power of the Internet, there are some simple things every agency should do. All data should be made available in formats that are open, searchable and "mashable." That way, creative programmers can more easily create new ways of looking at things. For example, the EarmarkWatch.org map shows thousands of earmarks in the fiscal 2008 defense-appropriations bill layered over a map of the country.

There is also much Congress should do. For years, the Senate has refused to require members to file their campaign finance records electronically. Instead, they submit their records in paper form to the Federal Election Commission, which must then go through the laborious process of re-converting them back into electronic records at the cost of about $250,000 a year. Sen. Russ Feingold, D-Wis., recently introduced a bill that would require electronic filing. The House of Representatives has done it this way for years.

And while Congress has strengthened lobbying disclosure laws, they still don't go far enough. Lobbyists are required only to file quarterly, and then in very general terms. So ferreting out who lobbied on what and why is an exercise in "who done it" long after the fact. Lobbyists should file online daily with whom they meet and what they talk about.

A fundamental shift is beginning. Government is starting to recognize how the Internet can play a transformational role in restoring trust to its institutions and officials. And we, the people, are just beginning to imagine the ways we can use this transparency to demand more accountability.

venerdì 13 marzo 2009

Trasparenza e valutazione: accordo tra Cittadinanzattiva e Funzione Pubblica


Al via il Protocollo di intesa tra Dipartimento della Funzione Pubblica e Cittadinanzattiva: una collaborazione tra istituzioni e cittadini per la lotta alla corruzione e la valutazione civica della PA

Lavorare insieme per la promozione della cultura della legalità e della analisi civica della qualità dei servizi offerti, attraverso una collaborazione tra il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, e Cittadinanzattiva. Questo il senso del protocollo di intesa firmato questa mattina tra il Capo Dipartimento della funzione pubblica, cons. Antonio Naddeo e il segretario generale di Cittadinanzattiva, Teresa Petrangolini.
Il filo conduttore sarà rappresentato dai temi sussidiarietà, trasparenza e valutazione. Tra i diversi impegni contenuti nell'accordo, la realizzazione, in almeno 15 città italiane, di iniziative di sensibilizzazione e formazione sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione e dei bilanci comunali. Saranno sperimentate iniziative innovative di valutazione civica dell'azione amministrativa, soprattutto negli ambiti della giustizia, scuola, sanità e servizi pubblici, basate anche sul patrimonio di segnalazioni di Cittadinanzattiva ottenute dagli stessi cittadini.
Un ulteriore punto qualificante consiste nella collaborazione per la messa a sistema e valorizzazione del servizio Linea Amica.
“La collaborazione con una organizzazione come Cittadinanzattiva – dichiara il Ministro Brunetta - è di grande importanza per le iniziative che il mio Ministero ha intrapreso sulla trasparenza, la valutazione è la lotta alla corruzione. La pubblica amministrazione deve avere come obiettivo primario quello di soddisfare i bisogni dei cittadini e la loro parola è fondamentale per indirizzare l’azione amministrativa”
“L'obiettivo di questa iniziativa”, dichiara Teresa Petrangolini, “è quello di contrastare la corruzione nella PA e i fenomeni di illegalità diffusa attraverso gli strumenti della partecipazione attiva dei cittadini, la trasparenza e la valutazione civica, ambiti in cui la nostra organizzazione ha consolidato una esperienza oramai pluriennale”.

Il Protocollo è scaricabile su www.cittadinanzattiva.it

mercoledì 11 marzo 2009

Verso la biennale della democrazia a Torino


Con questo articolo segnalo un importante evento.

La Biennale Democrazia non è solo un modo di rievocare e celebrare retrospettivamente uno degli aspetti più importanti della vicenda dell’Italia unita. Vuole essere soprattutto uno strumento per la formazione e la diffusione di una cultura della democrazia che si traduca in pratica democratica, all’altezza dei problemi del momento presente. Essa concentrerà le sue iniziative in una triplice attività di diffusione e approfondimento dell’etica democratica: come habitus dei cittadini, come rispetto delle regole comuni e come consapevolezza dei caratteri della democrazia, quale ideale politico.

* La promozione della democrazia come habitus implica la diffusione, anche nella pratica, di modelli comportamentali basati, a titolo d’esempio, sulla definizione e assunzione pratica di criteri di giustizia validi in generale; sulla cura e la messa in comune dei diversi talenti di cui ogni individuo è dotato; sullo spirito del dialogo e dell’uguaglianza; sulla apertura, curiosità e disponibilità alla “contaminazione” nei riguardi delle identità culturali diverse; sull’atteggiamento critico nei confronti delle proprie assunzioni di partenza e sulla capacità di apprendimento da quelle altrui; sull’atteggiamento sperimentale, disposto ad apprendere dai propri errori; sull’assunzione delle responsabilità che conseguono all’applicazione del principio maggioritario, tanto da parte di chi sta con la maggioranza quanto da parte di chi risulta minoranza; sull’atteggiamento altruistico e sull’onestà comunicativa, attraverso una speciale attenzione alla precisione, alla comprensibilità, al carattere non violento e non suggestivo del linguaggio impiegato. Si immagina che questa attività di promozione, anche attraverso esperienze di coinvolgimento pratico, si indirizzi naturalmente, e in primo luogo, là dove si formano i cittadini della democrazia di domani, cioè alle scuole. Ma la pratica della democrazia potrà essere promossa altresì attraverso l’organizzazione di esperienze pratiche di “democrazia deliberativa” nei più diversi ambiti, nelle quali coinvolgere persone motivate, competenti e responsabili, al fine di promuovere modelli di partecipazione qualificata alle scelte collettive.
* L’esigenza di rispetto delle regole comuni sarà oggetto di un programma diffusivo, rivolto non solo a sollecitare la presa di coscienza del valore della legalità, come condizione-base di una vita civile, politica e amministrativa il più possibile liberata da prepotenze, inganni, favoritismi e ingiustizie, ma anche a promuovere la partecipazione e il controllo, circa il corretto uso dei poteri pubblici e privati, incidenti sulla vita collettiva dei cittadini. Anche a questo proposito, si potranno promuovere esperienze di partecipazione-controllo a diversi livelli e nei diversi settori della vita collettiva.
* La democrazia come ideale politico sarà l’oggetto di un programma di lezioni e conferenze dedicate innanzitutto alle dottrine democratiche, alla storia delle loro realizzazioni, dei loro fallimenti e tradimenti, ai problemi e alle sfide di fronte ai quali essa si trova nel mondo contemporaneo, con l’attenzione rivolta non solo alla dimensione immediatamente politica della democrazia. Tutti gli aspetti della vita collettiva, infatti, si prestano e richiedono di essere presi in considerazione dal punto di vista della democrazia: a titolo d’esempio, i caratteri delle strutture urbane e architettoniche e le maniere di viverle; i modi di organizzazione del lavoro e la tutela dei lavoratori, le istituzioni culturali, a iniziare da quelle scolastiche; i sistemi di informazione e comunicazione; i rapporti che si dicono “di genere”; i modi di convivenza interindividuale. La democrazia è diffusiva di sé; la si può cercare in tutti i rapporti sociali e la si può trovare usando tutti i mezzi della comunicazione sociale: non solo quindi lezioni e conferenze, ma anche spettacoli cinematografici, teatrali e musicali ai quali ci si rivolgerà ugualmente, non solo per raggiungere un pubblico il più vasto possibile, ma anche per toccare uno spettro di tematiche il più ampio possibile.

Le iniziative di cui ai punti indicati, pratiche e teoriche, saranno integrate. In particolare, quelle da svolgersi nelle scuole e in luoghi di esperienze concrete dovranno avere anche un valore propedeutico a quelle di tipo teorico; ma anche il contrario: la trattazione dei temi della democrazia in teoria potrà avere ricadute nella dimensione pratica.

Questo programma si svilupperà negli anni. Con cadenza biennale, a iniziare dall’aprile del 2009, si concentreranno le iniziative “visibili”, di maggiore richiamo e coinvolgimento sociale; ma il periodo di tempo intermedio non sarà un tempo passivo e muto, poiché sarà dedicato a promuovere esperienze e riflessioni diffuse capillarmente nel tessuto della città e della regione, così come una teoria e una pratica democratiche richiedono.

Gustavo Zagrebelsky
Presidente Biennale Democrazia
Fonte: www.biennaledemocrazia.it

martedì 10 marzo 2009

Volontari per la sicurezza: alcune esperienze italiane tra dubbi e opportunità


Grazie all’assiduo impegno dell’Osservatorio Media di Labsus.org, straordinariamente impegnato in questa ricerca oltre i limiti della sussidiarietà, siamo riusciti a tracciare una mappa dei principali profili che il fenomeno sta assumendo nel nostro paese.

Ad essere analizzati sono stati, come già in parte anticipato, quotidiani locali e nazionali, siti internet e altre fonti di vario tipo. I criteri utilizzati nella classificazione si basano principalmente sulle caratteristiche dei cittadini attivi che aderiscono alle ronde e sul rapporto che essi intrattengono con i soggetti pubblici o con i partiti.

Il risultato: una polarizzazione dei casi attorno ad alcuni profili-tipo di ronda, a cui si aggiungono esperienze ben al di fuori della legalità.

Congedati impegnati

Al primo profilo appartengono le ronde composte da ex membri delle forze dell’ordine, su iniziativa o in collaborazione con gli enti locali: è questo il caso dell’esperienza di Viareggio, dove il sindaco ha stipulato un accordo con dei bersaglieri a riposo che pattugliano le strade e disincentivano la microcriminalità.

L’utilizzo di ex militari a riposo, quindi di persone con esperienza nel campo della sicurezza, è alla base del Gruppo volontari per la sicurezza istituito ad Assisi dal Comune nel 2004. In entrambi i casi i volontari non intervengono direttamente, ma sono dotati di apparecchi con cui contattare le forze dell’ordine.

Un aspetto del caso di Assisi è però degno di nota: le ronde, avviate su richiesta degli ordini religiosi presenti nella città, sono una parte del più generale progetto di riqualificazione degli spazi urbani e dell’illuminazione cittadina.

A Savona sono poi attivi i nonni civici, impegnati in prossimità delle scuole o di giardini e parchi.

Quando il Comune chiama

Non sono poche le esperienze nelle quali il coinvolgimento di semplici cittadini e pensionati è richiesto dagli stessi sindaci. In questi casi i volontari intraprendono percorsi di formazione, vengono dotati di cellulari e segni di riconoscimento, agiscono in stretto coordinamento con la polizia locale.

Fanno parte di questa modalità di collaborazione tra ente pubblico e privati numerosi casi già riportati da Labsus, si veda sopra tutte l’esperienza di Borgo Panigale (BO). Questa chiamata dei cittadini assume varie declinazioni: monitoraggio di discariche abusive, disincentivazione della microcriminalità, attenzione alla vita di quartiere, e così via.

A Torino si assiste dal 1998 a una collaborazione tra Comune e Coordinamento comitati spontanei torinesi, impegnati a sorvegliare alcune aree a rischio della città. Altre esperienze si possono vedere a Capriata d’Orba (AL) e a Traversetolo (PR), dove pensionati vigilano su giardini pubblici e luoghi affollati.

Volontari di strada

I più conosciuti sono i City Angels, attivi in Italia dal 1994. Sono associazioni di volontari che tra vari impegni in ambito sociale (assistenza a anziani, immigrati, senzatetto, tossicodipendenti) girano per le città segnalando situazioni di disagio e di emarginazione.

A differenza di molti partecipanti alla ronde, gli iscritti alle associazioni frequentano corsi di formazione e possiedono nozioni basilari in primo soccorso, alcolismo e tossicodipendenza.

Oltre alle esperienze milanesi, si segnalano quelle di Napoli, Bologna, Bergamo, Pescara e Livorno.

Noi facciamo da soli

Tv e giornali ne parlano, e le ronde diventano una realtà. Gruppi autogestiti si moltiplicano in tutto il territorio nazionale. Impossibile mapparli tutti: non esistono dati a causa del loro carattere spontaneo ed estemporaneo, ed inoltre non operano in collaborazione con gli enti locali.

Per la maggior parte si tratta di residenti che organizzano ronde a seguito di furti e rapine, come avviene a Fiumicino. Un caso eclatante si segnala a Bari, dove a seguito di gravissimi atti di bullismo nelle scuole diversi genitori, coordinati da un’associazione civica e dotati di moto, binocoli e Gps, hanno deciso di pattugliare il territorio e le discoteche.

Si segnalano inoltre diversi casi in provincia di Macerata e di Ancona già interrotti per intervento diretto del Prefetto.

I militanti

La bandiera della sicurezza ha un colore: aumentano al Nord le ronde politicizzate. Lega (presente con la rete Veneto Sicuro), Fiamma Tricolore e Azione Giovani creano propri gruppi di sorveglianza del territorio a Torino, Lodi, Milano, Udine, Trieste ed in altre realtà di provincia.

A Treviso la Lega collabora con la Protezione Civile nel pattugliamento del territorio fin dallo scorso dicembre. Il fatto che una struttura pubblica venga utilizzata da un partito, oltre a sollevare numerose polemiche, ha portato ad un’interrogazione parlamentare sul caso. Pur non vietandola, la Procura ha comunque definito inopportuna l’esperienza.

Altra iniziativa promossa dalla Lega è Genova sicura, che opera in coordinamento con le forze dell’ordine ma senza accordi con il Comune. Caravaggio, definita dai quotidiani spagnoli El Pais e El Mundo “la città più xenofoba d’Italia”, ospita invece una ronda di volontari di area leghista integrata da poliziotti in pensione ed ex-militari.

E anche qui non mancano le varianti originali, come le ronde rosa a Roma, composte esclusivamente da donne su iniziativa de La Destra. E si potrebbe continuare a lungo.

Una fotografia fuori fuoco

Ma una divisione netta tra le modalità sopra descritte è spesso faticosa, i confini sono sfumati: iniziative nate spontaneamente possono poi trovare l'appoggio delle forze dell'ordine - è il caso di Albissola (SV) - o si può assistere all'infiltrazione politica in gruppi inizialmente autogestiti. In alcuni casi il Comune si trova a dover dialogare con esperienze molto diverse. Recentemente a Padova la presenza simultanea di più ronde (una delle quali composta da soli extracomunitari) ha provocato una confusione tale da richiedere l’intervento straordinario delle forze dell’ordine.

Ma i casi descritti fin qui non restituiscono la completezza del quadro. La paura percepita e la sensazione di uno Stato assente arrivano a spingere alcune persone a cercare una giustizia privata. Il fenomeno non è nuovo, come mostra il caso di Fiuggi. E i casi di aggressioni armate riportate dalla cronaca recente sono tristemente troppi: a Torino sono state arrestate recentemente cinque persone che partecipavano a raid armati ai danni di tossicodipendenti. Nell’estrema periferia sud di Roma si registrano numerose imboscate ai danni di membri delle comunità rom, non quantificabili per il timore dei clandestini di denunciare le violenze subite.

Quello che resta al termine di questa breve inchiesta è una fotografia ancora fuori fuoco: si intuiscono le figure, ma non si delineano i contorni.

di Alice Lombardi e Filippo Ozzola
Fonte: Labsus.org