venerdì 31 dicembre 2010

Battisti, i chierici e le vittime

Finisce maluccio, questo 2010, con il 'NO' del governo brasiliano all'estradizione di Cesare Battisti.
Ancora una volta prevale l'idea che la violenza sia giustificata e accettabile come strumento della politica.
Di nuovo vince quell'eredità ideologica che ancora alligna in molti ambienti, anche sedicenti 'intellettuali', come quelli che hanno coperto, tutelato e foraggiato Battisti nel suo esilio in Francia.
Oggi non possiamo fare a meno di stigmatizzare quella perversa ossessione che, a cominciare dalle devastazioni delle manifestazioni di piazza, passando via via per tutti gli stadi della violenza, per finire all'omicidio politico, nobilita come combattenti di giuste cause dei criminali che disprezzano il diritto (come garanzia di tutela e di convivenza per ciascuno) e i diritti (come patrimonio intangibile di tutti i cittadini).
Riconoscere alla ferocia e al sopruso una legittimità nel dibattito politico è una responsabilità grave, che va contrastata con i mezzi che la ragione pubblica, il dialogo e le norme ci mettono a disposizione.
In secondo luogo, e come conseguenza di quella ossessione, vi è l'invisibilità delle vittime.
In questo caso si tratta del maresciallo degli agenti di custodia Antonio Santoro, 52 anni, del poliziotto 25enne Andrea Campagna, del gioielliere Torregiani, 43 anni, del macellaio Lino Sabbadin, 46 anni, assassinati tra il '78 e il '79.
E con loro, i famigliari, colpiti moralmente e fisicamente da queste violenze (il figlio di Torregiani è paraplegico da allora).
Tutti evidentemente nemici di qualche presunta giusta causa, tutti giudicati colpevoli di non si sa quale collusione dal tribunale improvvisato della cecità ideologica. Dove sono oggi i presunti difensori del popolo di fronte alla negazione dei diritti di questi innocenti?
I cittadini comuni raramente hanno avuto strumenti efficaci per difendersi da questi sopraffattori: sia quelli che hanno colpito, hanno sparato, hanno fatto scoppiare le bombe; sia quelli che hanno scritto, aizzato, coperto la violenza approfittando dei loro pulpiti.
Cominciamo allora a riconoscerli questi chierici (l'elenco sarebbe lungo...) e a boicottarli, a non leggere i loro articoli, a non comprare i loro libri, a disobbedire a questa paccottiglia culturale con la cultura e il dialogo, a non condividere la responsabilità di farne anche dei maestri di pensiero. Affinché si assumano, almeno ogni tanto, quella responsabilità che deriva dalla professione intellettuale, usata spesso come arma ideologica.
Infine, visto che la politica e le istituzioni pubbliche colluse non lo fanno, coltiviamo il diritto, come fonte di difesa e di riparazione di ogni sopruso, e tuteliamo i diritti, come presidio a tutela delle vittime.

martedì 14 dicembre 2010

Quello che non si dice sulla Big Society


La curiosità degli europei circa la capacità di David Cameron di realizzare il sogno della Big Society è molto grande. In questi mesi, il premier britannico ha proclamato un obiettivo ambizioso: trasformare l’Inghilterra in una strutturata, mai vista, esemplare Big Society, in virtù “della più grande redistribuzione di potere dalle élites di Whitehall agli uomini e alle donne della strada”. In sostanza, mentre lo Stato si fa da parte, saranno le comunità locali, con i fondi messi a disposizione dalla Big Society Bank e la partecipazione dei cittadini comuni più intraprendenti, a gestire, tanto per fare alcuni esempi, i trasporti pubblici, la raccolta dei rifiuti, la conservazione dei parchi e via elencando, trasformando di fatto il sistema di governo del Regno Unito.
Big Society, è vera sussidiarietà? Cameron ha dichiarato, tra l’altro: “questa terra è piena di talenti inespressi, di uomini e donne in grado di guidare la propria vita. Stimoleremo il volontariato, la filantropia e l’azione sociale. Ci sono cose che un primo ministro fa perché il dovere lo chiama, ridurre il debito è una di queste. Altre, come la Big Society, perché sono il cuore e la passione a spingerlo”.

Immediatamente, l’Economist ha offerto molto volentieri il proprio endorsement. Il che non stupisce se si pensa che per l’autorevole periodico britannico l’ultimo governo laburista è stato responsabile di politiche di spesa eccessive. E l’azione del premier uscente Gordon Brown è stato stigmatizzata per essere quella di un socialista vecchio stampo. Viceversa, nella visione di Cameron, la comunità locale e la società civile rappresentano la dimensione più adatta a supportare l’individuo, lo strumento migliore per consentire alle persone di attivarsi in modo snello, senza burocrazie, per affrontare al meglio le diverse necessità di ognuno.

Il "potere alla gente", uno degli slogan più accattivanti di Cameron, significa proprio che le persone e le associazioni di cittadini possono gestire da sole una serie di funzioni che normalmente erano monopolio dello Stato. E questo sembra avere la forza di rompere i tradizionali steccati ideologici e le vecchie distinzioni tra destra e sinistra. Anche perché evidenti tracce di autonomia del sociale rispetto al politico sono presenti in tutte le culture politiche, siano esse di impronta progressista o conservatrice. Ovviamente, però, le cose sono sempre più complesse di quanto appaiano.

I tagli alla spesa pubblica
In primo luogo, l’impulso per la Big Society deve essere contestualizzato in una congiuntura molto dolorosa caratterizzata dalla scelta del governo di ridurre l' enorme indebitamento subito e a dosi massicce. Il Gabinetto di Cameron ha in programma tagli della spesa pubblica fino al 40% in molti settori, tagli che costringeranno la gente a pagare di più per i servizi pubblici, a prolungare la vita lavorativa, ad avere in futuro pensioni più basse. Su questo punto le critiche del Labour in patria, ma di tutte le sinistre in Europa e in Italia sono molto violente. Critiche che hanno colpito anche il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne, accusato di populismo per aver chiesto a tutti i cittadini di fare le loro proposte su come tagliare la spesa pubblica utilizzando un sito dedicato. Proprio l'opposizione laburista ha criticato questa mossa, “pensata per ingannare la gente e far credere che ci sia sostegno popolare ai tagli alla spesa previsti dal governo”. Agli inglesi però l'idea è piaciuta: la Spending Challenge è partita il 24 giugno e da allora ha ricevuto 100mila suggerimenti tra cui 45mila proposte concrete e dettagliate su come risparmiare, eliminando quelle attività amministrative che risultano inutili, superflue e costose. I consigli sono stati passati ai rispettivi ministeri per essere valutati.

Il welfare che dobbiamo aspettarci
In secondo luogo, comincia a farsi strada l’idea che il ciclo sessantennale di crescita delle democrazie occidentali si sia interrotto e che i nostri presupposti di ricchezza, agiatezza e servizi sociali debbano essere riconsiderati. L' attuale crisi finanziaria c’entra poco. Difficilmente godremo ancora di quella ricchezza e di quella forza che ci hanno consentito di costruire generosi sistemi di welfare, semplicemente aumentando tasse e spesa pubblica. Gli Stati del mondo sviluppato non avranno i fondi necessari per tenerli in piedi. Tutti i governi, di qualunque colore politico, dovranno chiedere una maggiore compartecipazione dei cittadini, un aumento di responsabilità sociali di persone e imprese, maggiori capacità di fare e di produrre servizi, maggiore indipendenza dall’assistenza pubblica, uno sforzo collettivo per costruire nuovi legami sociali. Molto probabilmente, la Big Society si basa anche su questo calcolo.

In realtà, è molto difficile capire oggi se quello di Cameron sia soltanto uno slogan per far digerire importanti tagli nel pubblico impiego e nell’assistenza statale. Così come è difficile dire, nel caso in cui viceversa vi fossero delle intenzioni serie, se questa sfida sarà vinta. Certo è, però, che la cultura politica britannica ci pare storicamente più attrezzata rispetto a quella italiana per affrontare il tema del trasferimento di poteri e responsabilità dallo Stato ai cittadini.

Le condizioni per affrontare la sfida con successo
Esistono almeno tre condizioni perché un obiettivo di questa portata possa essere affrontato e raggiunto.

La prima condizione è l’esistenza di una diffusa dimensione civica nel paese. Non si parla qui di senso civico o di virtù civiche per le quali è sempre assai complicato compiere delle valutazioni oggettive. In questo caso, per dimensione civica si intende quell’ambiente favorevole (atteggiamenti, comportamenti, visioni della realtà, tecnologie, prassi, modelli organizzativi, schemi professionali, clima di accoglienza e di fiducia, norme e regole) alla presenza e alla azione dei cittadini nella vita pubblica. In tal senso, in Italia esiste una profonda dicotomia, per esempio, tra l’elevato livello di fiducia che la popolazione esprime nei confronti delle organizzazioni civiche e le diffidenze culturali, le barriere corporative e le prassi inibitorie che i ceti dirigenti nazionali (nelle professioni, nei media, nelle università, nelle amministrazioni e nella politica) esercitano nei confronti dell’attivismo civico.

La seconda condizione è l’esistenza di organizzazioni civiche capaci di assumersi poteri e responsabilità nella sfera pubblica, partecipando alla elaborazione, implementazione e valutazione delle politiche. Da questo punto di vista, le notizie sono certamente incoraggianti. Come dimostrano anche studi importanti, il fenomeno della cittadinanza attiva in Italia è cresciuto tantissimo negli ultimi anni, sia quantitativamente che qualitativamente, soprattutto al Sud. L’Italia può contare su associazioni di promozione sociale, realtà del volontariato, organizzazioni di tutela dei diritti, movimenti ambientalisti, capaci di esercitare un forte impatto in molti settori cruciali della vita quotidiana: asistenza sociale, tutela ambientale, qualità dei servizi e via elencando. Nella prospettiva della Big Society resta, però, un importante elemento di debolezza, evidenziato già nel 2008 dalla prima edizione del Civil Society Index, che è la mancanza di risorse (strutturali, economiche, finanziarie, tecniche, ecc.). Risorse senza le quali è assai difficile che la “society” possa davvero diventare “big”.

La terza condizione necessaria è l’esistenza di istituzioni politico-amministrative efficienti ed efficaci. Perché davvero lo Stato sia in grado di raccogliere la sfida della Big Society è necessario che sia sollevato dal peso delle sue stesse burocrazie e che queste aumentino la loro produttività, senza sprechi e in un contesto di trasparenza. Argomenti apparentemente scontati, ma sappiamo quante resistenze vi si oppongano. Ma c’è di più e si tratta di una questione dirimente: gli apparati politico-amministrativi dovrebbero essere principalmente “catalizzatori” e “capacitatori”. In altri termini, la loro mission principale dovrebbe essere proprio l’empowerment dei cittadini. Nulla di strano, in teoria, se si pensa che questa mission è scritta con estrema chiarezza nell’art.118, ultimo comma della Costituzione. Molto complicato, nei fatti, perché significa chiedere allo Stato – e ai ceti che ne beneficiano - una diminuzione di poteri ed un aumento di responsabilità che nessuna classe dirigente – di destra o di sinistra – è in grado di accettare.

Il dibattito in Italia
Invece di occuparsi di questi temi, il dibattito sulla Big Society si è subito ridotto a poca roba. La maggioranza degli osservatori guarda con distacco, come fosse un fioco riflesso di culture e paesi lontani. Un’ampia zona grigia di potenziali attori se ne disinteressa, compresi quei segmenti di progressismo politico che dovrebbero avere più coraggio nel raccogliere le novità insite in sfide siffatte. E così, alla fine, si creano i due partiti estremi.

Da una parte, i critici (a priori) che vi leggono il solito tentativo di smantellare lo stato e di tagliare posti pubblici. Tra questi, purtroppo, molte persone di quella sinistra che dovrebbe addirittura menar vanto di una certa tradizione di autonoma iniziativa del sociale rispetto al politico e che dovrebbe apprezzare, in contrasto con le logiche di mercato, l’idea di auto-organizzazione dal basso nel governo di beni comuni. E che invece appare spaventata dalla progressiva fine del dirigismo e del centralismo amministrativo: la Big Society sarebbe un trucco usato per coprire drastici tagli con la retorica del nuovo civismo.

Dall’altra, stanno i tifosi che cantano le magnifiche sorti e progressive della proposta, spesso allo scopo di giustificare un approccio alla sussidiarietà che resta assai discutibile. In verità, nei teorici – ma verrebbe da dire, con appena un pizzico di polemica, nei “pratici” – di questa posizione, la società civile si dispone secondo modalità corporative di gestione e offerta di beni comuni: nel campo si muovono soggetti quasi profit che presumono di garantire la libertà di scelta degli utenti, ma che in realtà stabiliscono nuove forme di discriminazione di fatto. In più, lo Stato, che pure apparentemente si ritira dall’intervento diretto nell’offerta di tali beni, si atteggia a negoziatore e appaltatore, spesso attraverso contiguità tutt’altro che trasparenti, in tal modo mantenendo un ruolo pervasivo di dominus, seppure all’interno di logiche partigiane. Nell’ambito delle istituzioni politico-amministrative - sia a livello regionale che a livello di governo nazionale - non mancano esponenti di questa impostazione.

I nodi irrisolti della Big Society
Cosa ancor più grave, i tifosi acritici della Big Society dimenticano di valutare, con la serietà e il realismo necessari, i numerosi nodi ancora irrisolti da quella prospettiva, specialmente in tema di responsabilità permanente delle istituzioni, di accesso universale ai diritti da parte dei cittadini, di strumenti per rendere effettivo l’empowerment delle organizzazioni civiche.

In particolare, la prima considerazione riguarda il ruolo dello Stato nel rafforzamento delle capacità dei cittadini di partecipare al governo delle politiche pubbliche. In realtà, se davvero lo Stato, come prevede lo stesso principio di sussidiarietà, volesse stimolare e supportare le organizzazioni civiche, colmare le loro debolezze strutturali, tecniche e finanziarie, aumentarne le capacità di incidere nella vita del paese nei diversi ambiti d’intervento, con un investimento territoriale capillare, l’impegno necessario, in termini culturali, amministrativi ed economici, non sarebbe certamente modesto. Insomma, “capacitare” i cittadini è una responsabilità delle istituzioni che ha i suoi costi e rappresenta una vera e propria politica pubblica.

Le risorse a disposizione della Big Society Bank in UK o della Fondazione per il Sud in Italia sono ben poca cosa rispetto agli obiettivi che bisognerebbe raggiungere.
In secondo luogo, dare spazio alla società civile, non può significare perdere di vista l’obiettivo di raggiungere e mantenere su tutto il territorio nazionale un alto livello qualitativo di risposte e un minimo di omogeneità territoriale che serve per far crescere il Paese e attutire le diseguaglianze tra regione e regione. Ora, è vero che oggi il tema dell’accesso, dell’universalità e della tutela eguale dei diritti sembra ormai quasi soltanto affare delle organizzazioni civiche. Ma è anche vero che le istituzioni pubbliche – anche per motivi di capacità e risorse disponibili effettive – non potrebbero esimersi da investimenti e interventi massivi in molteplici settori (istruzione, ricerca, infrastrutture, servizi sociali e sanitari, servizi di pubblica utilità, ecc.) con la duplice finalità di accompagnare le iniziative civiche e di consentire al Paese di muoversi tutto intero verso un obiettivo condiviso.

mercoledì 21 aprile 2010

Abusi sessuali: responsabilità ecclesiali e giudizio dei cittadini

E’ possibile esprimere un punto di vista civico sullo scandalo della pedofilia nella chiesa? E’ possibile cioè valutare i fatti e formulare dei giudizi a partire da una prospettiva diversa da quelle che oggi sembrano legittimate a farlo, quelle del credente o del non credente, del cattolico e del laico, del teologo o del filoso, dello storico o del pastore, e via elencando?
La risposta più comune – lo sappiamo – sarebbe: no! Gli argomenti contrari – con una semplificazione estrema – possono ridursi a questi. La Chiesa non ha nulla a che fare con la dimensione temporale e si occupa di peccati. Per i reati dei singoli c’è la magistratura. Che deve fare il suo corso, ma che si occupa appunto dei criminali.

Viceversa, ci sono diversi motivi per cui i cittadini possono esprimere un punto di vista sulla questione.

Primo: i diritti. Le persone che sono state oggetto di abusi – in altre parole, vittime - sono cittadini come tutti gli altri. La violazione dei loro diritti non è, pertanto, meno significativa che in altri casi. Chiunque si ponga – puramente e semplicemente – dal punto di vista dei cittadini deve tener conto di queste violazioni, segnalarle e denunciarle. Inoltre, nei casi raccolti - migliaia in Italia e nel mondo – la violazione è avvenuta all’interno di strutture che hanno caratteristiche precise e ricorrenti che possono dunque essere oggetto di una valutazione che le accomuna. Ciò trasforma questi fatti in un problema di interesse generale. Non più soltanto una vicenda giudiziaria terza, con la sua dinamica interna tra colpevole e vittima. Il punto di vista civico si gioca anche nell’abito di una sfera pubblica, segnata dalla ricorrenza di quelle condizioni generali nelle quali si compie la violazione del diritto.

Secondo: la trasparenza. Per anni i reati commessi nelle strutture ecclesiali sono stati nascosti. La soluzione del problema avveniva in condizioni di segretezza o, più semplicemente, non avveniva. Ai cittadini, viceversa, va riconosciuto in tutte le situazioni in cui si stabilisce una relazione con una istituzione che esercita poteri e responsabilità un accesso totale alle informazioni che riguardano i loro diritti. Tra i quali per esempio c’è anche quello alla sicurezza e all’integrità fisica. I casi di abusi e violazione – di qualsiasi genere – che si verificano in una qualsiasi struttura pubblica sono normalmente esposte allo scrutinio pubblico. Anche allo scopo di evitare che possano ripetersi. Viceversa, il silenzio che ha circondato per anni le situazioni oggi finalmente riconosciute e denunciate ha avuto due gravissime conseguenze: da una parte la diffusione di atti che, in una situazione di trasparenza, si sarebbero potuti intercettare e prevenire; dall’altro, la ‘vittimizzazione secondaria’ di tutti quegli abusati che, dopo aver subito la violazione, hanno dovuto soffrire anche il silenzio, il rifiuto, la marginalizzazione e l’esclusione.

Terzo: la responsabilità. I ragionamenti fatti finora ci portano alla valutazione del modo di agire delle strutture ecclesiali. Anche in questo caso, nonostante qualsiasi argomento di altra natura (teologico o storico, ecc.), è possibile formulare un giudizio sulla gestione della vicenda da parte degli uomini della chiesa e, in particolare, di quanti ricoprono ruoli di responsabilità. Il modo in cui si governano i problemi interni è un fattore di valutazione da parte della comunità. In questo caso, nessun argomento è possibile usare rispetto ad una presunta autorefenzialità di quelle strutture, come qualcuno ha cercato di fare. Non si tratta di problemi interni alla chiesa, per il semplice fatto che gli abusi sono avvenuti dentro scuole, seminari, oratori, chiese. Luoghi nei quali si svolgono funzioni di carattere pubblico, in particolare di carattere educativo. E nelle quali, in ogni caso, si stabiliscono relazioni pubbliche con cittadini che usufruiscono di servizi formativi e culturali. D’altra parte, se si ritiene giustamente che un oratorio eserciti funzioni pubbliche che sono riconosciute e sostenute, perché dovrebbe divenire irresponsabile quando viola dei diritti? In sostanza, le vittime, i familiari delle vittime, la comunità di riferimento di quelle strutture (in altre parole: i cittadini comuni) hanno facoltà di chiedere il conto.

Quarto: la fiducia. Il modo in cui si affrontano e risolvono queste situazioni di crisi – che ovviamente potrebbero capitare in altri contesti – è cruciale anche per rafforzare le relazioni di fiducia. Le famiglie che affidano i propri figli alle parrocchie o alle scuole o agli oratori lo fanno sulla base di un rapporto fiduciario. Ritengono di poter stare tranquille e non temono alcunché. La gravità di queste vicende non sta soltanto negli abusi gravissimi che sono stati compiuti, che già da soli minano questo rapporto di fiducia. Ma sta anche nel fatto che a questi abusi non si sia immediatamente rimediato. Questo aumenta il clima di sospetto e la percezione del rischio. I cittadini hanno tutto il diritto di valutare se queste strutture siano o meno affidabili e se i propri figli debbano frequentarle o starne alla larga. Che cosa succederebbe se fatti del genere avvenissero, per esempio, negli ospedali?

Come si vede, ci sono tutte le condizioni per esprimere un punto di vista civico su una questione simile.

A poco valgono due argomentazioni difensive che hanno l’obiettivo di sollevare queste strutture dal giudizio della comunità.
La prima è: ma la lotta alla pedofilia dovrebbe essere condotta a tutto campo! Ma qui non si sta facendo una generica lotta contro la pedofilia. La questione non è ideologica, ma pratica. In queste settimane sono sotto giudizio degli atti concreti e specifici che si sono verificati in strutture che li hanno coperti con il segreto. Di questo si parla e si deve giudicare. Ed è propria di un punto di vista civico la valutazione di situazioni concrete e il tentativo di risolvere un problema di interesse pubblico, al di là degli orientamenti politici, filosofici o religiosi di ciascuno.
La seconda argomentazione difensiva è: perché tutto questo accanimento contro la Chiesa? Ammesso che in alcuni commentatori vi possa essere un’acrimonia del tutto particolare e fondata su motivazioni di altra natura, davvero si può pensare che un allarme sociale generalizzato non sarebbe esploso a livello internazionale se vicende simili si fossero radicate, diffuse e consolidate, per esempio, nelle scuole o negli ospedali italiani, irlandesi, tedeschi, australiani, americani, ecc.? Davvero si può ignorare che il livello di gravità – e dunque di allarme sociale – aumenti quando determinate violazioni si realizzano in determinati contesti?

In conclusione, liberare alcune questioni da improprie sovrastrutture culturali, illuminare i fatti alla luce della loro concretezza, valutare sulla base delle esperienze la fallibilità delle strutture umane, incarnare il punto di vista delle persone in carne ed ossa nella direzione della coerenza con la realtà e del rispetto dei diritti ci pare che rappresenti un progresso in tutte le situazioni. E che aiuti ad imparare un metodo e uno stile di discernere che sono forse più corretti e universalmente accettabili.

lunedì 12 aprile 2010

Voglia di trasparenza

Abuso di potere, corruzione, illegalità, mancanza di trasparenza sono stati il filo conduttore delle notizie delle ultime settimane. Hanno toccato in ordine sparso la Protezione civile, il Consiglio nazionale dei Lavori pubblici, alcune compagnie telefoniche, senatori della Repubblica, magistrati. Un intreccio di vicende, una molteplicità di personaggi, un intricato groviglio di collusioni e complicità nei quali i colpi di scena della realtà hanno surclassato le invenzioni della fantasia.
La Corte dei Conti, dal canto suo, ha rinnovato l’annuale grido di dolore sull’Italia degli sprechi, del malaffare, dei reati contro la pubblica amministrazione. Le risorse pubbliche sottratte alla collettività dalla politica e dall’amministrazione colluse sono ingenti. Di conseguenza, molti cittadini ricavano l’impressione che le stesse Istituzioni vivano nell’illegalità e si allontanano ogni giorno con comprensibile disgusto da questo strano zoo.
Il Governo ha annunciato un nuovo provvedimento contro la corruzione. Le notizie di cui disponiamo sono ancora sommarie e aspettiamo di studiare con attenzione il testo. Sappiamo, per adesso, che il provvedimento contiene una serie di strumenti - piano nazionale anticorruzione, osservatorio sulla corruzione, banca dati lavori pubblici ed esaltazione della trasparenza con l’utilizzo spinto delle nuove tecnologie – che dovrebbero aiutare a prevenire la corruzione nelle pubbliche amministrazioni.
Secondo quanto si legge nei comunicati del governo, le pubbliche amministrazioni dovranno pubblicare sui siti istituzionali informazioni relative a procedimenti amministrativi “sensibili”: autorizzazioni, concessioni, appalti pubblici, erogazioni di benefici economici a persone o enti pubblici o privati, concorsi e progressioni di carriera. Le stazioni appaltanti dovranno trasmettere, tempestivamente e direttamente all’Autorità di vigilanza, tutti i dati relativi a contratti di lavori, servizi e forniture, al fine di realizzarne l’anagrafe e consentire la conoscibilità dell’attività contrattuale della PA, nonché dagli altri soggetti tenuti al rispetto della normativa sugli appalti pubblici. Dovrebbero poi aumentare i controlli sugli enti locali e gli impedimenti a candidare a cariche pubbliche soggetti che si sono macchiati di reati.
Servirà l’ennesima legge? In Italia – i cittadini lo sanno - non mancano le norme. Anzi, ce n’è fin troppe. Manca l’applicazione. E manca la trasparenza di atti, comportamenti, risultati conseguiti. Perché la trasparenza non si esaurisce nella curiosità sugli stipendi dei manager pubblici o nella predisposizione dei tornelli all’ingresso. Trasparenza è qualcosa di più. Significa abbassare le barriere all’accesso alle informazioni. Lasciare che i cittadini possano ‘ficcare il naso’ nell’azione amministrativa. Sapere se la propria pratica o la propria domanda vanno a buon fine senza bisogno di ‘mettere olio nel motore’. Accettare la valutazione civica dei servizi e l’intervento diretto nelle attività amministrative da parte dei soggetti interessati.
Molta strada bisogna ancora fare. Qualche tempo fa, quando cominciò a porsi la questione della ricostruzione in Abruzzo, le organizzazioni civiche si fecero avanti. Forse avrebbe aiutato, in quella fase, promuovere forme di democrazia partecipata per coinvolgere i cittadini abruzzesi sulla ricostruzione e per favorire il loro controllo sulle opere. Ma non se ne fece niente. E oggi se ne pagano le conseguenze …
Insomma, la trasparenza è una cosa seria, uno degli elementi fondamentali grazie ai quali i cittadini possono chiedere conto alle istituzioni del loro operato, verificare la tracciabilità amministrativa degli atti, partecipare all’intero ciclo del policy making, pretendere il rispetto delle norme di legge e di comportamento. Solo così, in definitiva, si può pretendere l’accountability dei soggetti pubblici.

venerdì 3 aprile 2009

Chiusa la stagione del turismo procreativo

Dalla prossima settimana”, annuncia il dottor Antonino Guglielmino, direttore dell'Unità di Medicina della Riproduzione di Hera a Catania, “per chiudere la penosa stagione del turismo procreativo, daremo nuovamente il via alle tecniche di diagnosi genetica di preimpianto. Vogliamo dare immediatamente ai nostri pazienti la possibilità di poter usare una tecnica che il nostro centro ha realizzato per primo in Italia”. L'annuncio della ripresa delle tecniche di diagnosi genetica di preimpianto è stato dato nel corso della conferenza stampa organizzata a Roma, il 2 aprile, presso la sede di Cittadinanzattiva dalle associazioni (Associazione Hera Onlus di Catania, Cittadinanzattiva-Tribunale per i Diritti del Malato e SOS Infertilità di Milano) che hanno sostenuto le coppie che hanno presentato i ricorsi poi giunti in Corte Costituzionale.
“Non c'entra nulla con l'eugenetica o un attacco alla vita; anzi, è una sentenza che consente una maggiore tutela della salute della donna, evitandole inutili interventi invasivi”, ha dichiarato Maria Paola Costantini di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, “e restituisce quella necessaria flessibilità e libertà di scelta su quanti ovuli impiantare che spetta alla professionalità del medico caso per caso, instaurando un corretto rapporto tra medico e paziente. Si restituisce finalmente ai protagonisti il potere di scelta e di decisione”.
“Siamo felici che qualcuno abbia capito la nostra sofferenza e presi in considerazione”, hanno dichiarato Miriam e Giovanni, la coppia che ha presentato ricorso al Tribunale di Firenze, e da cui ha preso il via il ricorso alla Corte Costituzionale. “Il nostro non è un capriccio, siamo colpiti in prima persona dalle patologie che potremmo, al 50%, trasmettere ai nostri figli; un tumore maligno che colpisce alla retina e che può portare alla cecità e che si unisce alla nostra infertilità. E' evidente quindi che non vorremmo fare vivere ai nostri figli la nostra stessa sofferenza. Uno degli aspetti più odiosi della intera vicenda è che hanno tentato di farci sentire in colpa perché vogliamo tutelare il diritto alla vita e alla salute dei nostri figli”.
“Noi abbiamo subito sulla nostra pelle la legge, e l'abbiamo sconfitta con due viaggi all'estero, a Istanbul, dovendo ingoiare degli amari bocconi e affrontando una spesa di oltre 20.000 euro. La nostra fatica e le nostre sofferenze l'abbiamo parzialmente dimenticate, poiché il secondo tentativo è andato a buon fine”, hanno dichiarato Sandra e Davide, una coppia portatrice di malattia genetica. “Solo con un enorme sacrificio ci siamo potuti permettere questa spesa”, hanno continuato, “ e ci sono coppie che invece sono costrette a tirarsi indietro, a rinunciare un figlio o a considerare l'orribile alternativa dell'aborto terapeutico. Quando abbiamo appreso di questa decisione della Corte abbiamo provato un enorme senso di gioia, sia per la nostra intenzione di voler allargare la famiglia, e non dover essere più costretti ad andare all'estero, ma anche per tutte le altre coppie che stanno patendo o hanno patito le sofferenze di una legge finalmente giudicata per quello che è”.

Alla conferenza stampa hanno preso parte oltre ai pazienti protagonisti della battaglia legale che ha portato al pronunciamento della Corte Costituzionale. Una battaglia condotta da un collegio nazionale di difesa costituito dall’avvocato Maria Paola Costantini di Cittadinanzattiva, dalla professoressa Marilisa D’Amico, avvocato e ordinario presso la Statale di Milano, l’avvocato Massimo Clara del foro di Milano, l’avvocato Ileana Alesso del foro di Milano e dall’avvocato Nello Papandrea del Foro di Catania I giudici di Firenze e Roma riconoscendo fondati gli elementi contenuti nei ricorsi hanno emesso delle Ordinanze con le quali hanno investito la Corte Costituzionale.


“E' solo una tappa di un lungo percorso, partito con campagne di informazione e di sostegno alle famiglie sul corretto uso della PMA, passata attraverso il sostegno ad un referendum che purtroppo non ha raggiunto il quorum”,ha dichiarato Rossella Bartolucci, Presidente di SOS Infertilità, “che oggi, con questa grande vittoria in campo legale, unico strumento rimasto a nostra disposizione contro una legge sbagliata, ha raggiunto un importante risultato. Ora proseguirà con una campagna capillare di informazione alle coppie, puntando ad un coinvolgimento delle professioni mediche coinvolte affinché attuino su tutto il territorio nazionale i contenuti della Sentenza”.



Da oggi sono già disponibili tre numeri per i cittadini interessati ad avere informazioni

800 097 999, www.sosinfertilita.net
095/7335199, www.hera.it
06/36718444, www.cittadinanzattiva.it

Fonte: Ufficio stampa di Cittadinanzattiva

martedì 17 marzo 2009

Internet e trasparenza: i nuovi poteri dei cittadini


Suggerisco un'interessante lettura.

Faith in government is rooted in transparency, and online resources are giving citizens an indispensible weapon in the arsenal of democracy.

By Ellen S. Miller
Source: USAToday

How powerful is the Internet in getting crucial safety information out to the public? In one case, that information went out 707 times per minute. That's how often, on average, people seeking information about salmonella-tainted peanut butter clicked on a website and widget sponsored by the U.S. Food and Drug Administration (FDA) over a six-week period a total of nearly 44 million hits.

This was exponentially more than the number of people who called agency hotline numbers. By typing the brand or bar code of a product into the search engine, parents everywhere could find out if the peanut butter sandwich they were putting in their kids' lunch bags that day might contain salmonella.

Yet, the peanut butter problem also shows how far we have to go to prod government to make information available to the public. This week — Sunshine Week — news organizations shed light on how the public benefits from knowing what the government is doing, and why. And the Internet increasingly can play a role in providing more information to expose crises such as the salmonella story.

Recently, the story has unfolded about how one peanut-processing company, Peanut Corp. of America, could operate in filth with poorly trained employees and ignore its own tests showing salmonella infestation. We also found out that the only way the FDA could obtain copies of those testing records was to invoke terrorism laws. If the public had access to those records online, perhaps the illnesses of 19,000 people in 43 states and nine deaths could have been avoided.

Online resources also can help explain why the FDA can't get inspection records more easily. Through OpenSecrets.org, which tracks campaign contributions and lobbying expenses, we can find out that food processing and sales companies have contributed nearly $95 million to federal candidates and parties over a decade. Those companies also spent more than $29 million last year on lobbying. The industry has often blocked efforts to strengthen FDA's authority.

The salmonella story shows the many ways we are on the cusp of pushing for a government that is truly transparent. We now have the technological tools not only to get information out to the public, but also to help expose why there's a problem in the first place.

It's no accident that President Obama has made transparency a major part of his stimulus plan. He recognizes that conveying information to the public about how their money is being spent will enhance accountability. If done well, this approach can turn passive citizens into activists who help ensure that government works. With more newspapers laying off reporters and closing their doors, the Internet is allowing others to augment the press' function in watchdogging government.

There's a mighty appetite for this information. Last September, when the House took up the $700 billion Wall Street bailout bill, House servers crashed after Speaker Nancy Pelosi posted the text on her website. When people did get their eyes on the text, they read it eagerly. Over the course of about two weeks, nearly 1,000 comments were posted on PublicMarkup.org, a site enabling the public to examine and debate legislation. Thousands of bloggers pored over the bill to find examples of earmarks, such as a reduction in taxes for wooden-arrow manufacturers.

A few years ago, bloggers known as the "Porkbusters" helped expose Alaska's "bridge to nowhere." This project to connect the tiny town of Ketchikan (population 8,900) to the even tinier Island of Gravina (population 50) cost some $320 million and was funded through three separate earmarks in a highway bill. Exposure created a huge furor and essentially stopped that earmark.

To take advantage of the full power of the Internet, there are some simple things every agency should do. All data should be made available in formats that are open, searchable and "mashable." That way, creative programmers can more easily create new ways of looking at things. For example, the EarmarkWatch.org map shows thousands of earmarks in the fiscal 2008 defense-appropriations bill layered over a map of the country.

There is also much Congress should do. For years, the Senate has refused to require members to file their campaign finance records electronically. Instead, they submit their records in paper form to the Federal Election Commission, which must then go through the laborious process of re-converting them back into electronic records at the cost of about $250,000 a year. Sen. Russ Feingold, D-Wis., recently introduced a bill that would require electronic filing. The House of Representatives has done it this way for years.

And while Congress has strengthened lobbying disclosure laws, they still don't go far enough. Lobbyists are required only to file quarterly, and then in very general terms. So ferreting out who lobbied on what and why is an exercise in "who done it" long after the fact. Lobbyists should file online daily with whom they meet and what they talk about.

A fundamental shift is beginning. Government is starting to recognize how the Internet can play a transformational role in restoring trust to its institutions and officials. And we, the people, are just beginning to imagine the ways we can use this transparency to demand more accountability.

venerdì 13 marzo 2009

Trasparenza e valutazione: accordo tra Cittadinanzattiva e Funzione Pubblica


Al via il Protocollo di intesa tra Dipartimento della Funzione Pubblica e Cittadinanzattiva: una collaborazione tra istituzioni e cittadini per la lotta alla corruzione e la valutazione civica della PA

Lavorare insieme per la promozione della cultura della legalità e della analisi civica della qualità dei servizi offerti, attraverso una collaborazione tra il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, e Cittadinanzattiva. Questo il senso del protocollo di intesa firmato questa mattina tra il Capo Dipartimento della funzione pubblica, cons. Antonio Naddeo e il segretario generale di Cittadinanzattiva, Teresa Petrangolini.
Il filo conduttore sarà rappresentato dai temi sussidiarietà, trasparenza e valutazione. Tra i diversi impegni contenuti nell'accordo, la realizzazione, in almeno 15 città italiane, di iniziative di sensibilizzazione e formazione sulla trasparenza della Pubblica Amministrazione e dei bilanci comunali. Saranno sperimentate iniziative innovative di valutazione civica dell'azione amministrativa, soprattutto negli ambiti della giustizia, scuola, sanità e servizi pubblici, basate anche sul patrimonio di segnalazioni di Cittadinanzattiva ottenute dagli stessi cittadini.
Un ulteriore punto qualificante consiste nella collaborazione per la messa a sistema e valorizzazione del servizio Linea Amica.
“La collaborazione con una organizzazione come Cittadinanzattiva – dichiara il Ministro Brunetta - è di grande importanza per le iniziative che il mio Ministero ha intrapreso sulla trasparenza, la valutazione è la lotta alla corruzione. La pubblica amministrazione deve avere come obiettivo primario quello di soddisfare i bisogni dei cittadini e la loro parola è fondamentale per indirizzare l’azione amministrativa”
“L'obiettivo di questa iniziativa”, dichiara Teresa Petrangolini, “è quello di contrastare la corruzione nella PA e i fenomeni di illegalità diffusa attraverso gli strumenti della partecipazione attiva dei cittadini, la trasparenza e la valutazione civica, ambiti in cui la nostra organizzazione ha consolidato una esperienza oramai pluriennale”.

Il Protocollo è scaricabile su www.cittadinanzattiva.it